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Chat / Cesare Fioni - pioniere della canoa italiana
« Ultimo post da Lorenzo Molinari il Agosto 05, 2019, 01:14:23 pm »
Cesare Fioni nacque nel 1925 e non poteva che essere uno tra i canoisti in attività più anziani in Italia, dato che fino a un paio di anni fa, all'età di 93 anni, socio del CUS Milano sezione Canoa, raggiungeva l'Idroscalo guidando l’auto, si metteva in spalla il suo Hai “coda tronca” Prijon prodotto da ASA Canoa e con pagaia Azzali in legno faceva il suo giro! Un paio di volte gli chiesi di aiutarlo a portare il kayak, ma lui niente, voleva fare da solo, e come dargli torto.

Cesare e il suo amico Franco Tosi s’incontravano a nuotare alla piscina Cozzi a Milano e nel 1957, al termine dell'ennesimo monotono allenamento, si dissero: “Siamo noi a girare intorno alla piscina o è la piscina a girare intorno a noi?”. Così Franco, venuto a sapere che all’Idroscalo si poteva praticare canoa, convinse facilmente l’amico ad andare a provare.
Di lì a poco s’iscrissero al Canoa Club Milano e con Guglielmo Granacci, Enzo Traferri e altri realizzarono la prima discesa assoluta in canoa del Taro da Berceto a Fornovo con kayak Klepper pieghevoli, tratto che allora era privo di sbarramenti. I due amici fecero numerosi bagni, oltre a procurare diversi tagli agli scafi, sbattendo contro le rocce, che li costrinsero a veloci riparazioni con mastice e toppe per poter proseguire la discesa, terminata poco prima del buio.

I due amici si appassionarono al punto che nei primi anni 1960 decisero di auto costruirsi kayak in vetroresina e così una sera produssero di straforo gli stampi di un kayak straniero, depositato nel capannone di un club nautico dell’Idroscalo, che sottrassero di nascosto come dei “commando”, per poi rimetterlo al suo posto, e ciò non vi dovrebbe meravigliare se aveste già letto il proseguo. Cesare ricordava che il kayak che presero a modello non era un gran che, d’altronde allora non se ne intendevano, e anche il risultato fu scadente, trovando molte difficoltà nel saldare i due gusci e nel costruite seggiolino e pozzetto, oltre al fatto che impiegarono mat e resina di pessima qualità.

Muniti di canoe, insieme a tanti amici del CCM, più o meno allora tutti principianti, s’incontravano la domenica per scendere fiumi nei tratti bassi e meno impegnativi e, man mano che fecero esperienza, si cimentarono lungo tratti un po’ più difficili, abbandonando la guida di Guglielmo Granacci che, con il suo gruppone composto da molti principianti, preferiva tratti a valle meno turbolenti. “D’altronde” - ricordava Cesare senza alcuna punta d’orgoglio - "Eravamo una spanna più bravi degli altri, anche perché pagaiavano con assiduità durante la settimana". E in quel periodo pionieristico i due amici si spinsero a scendere sezioni di fiumi spesso ancora sconosciute al canoismo.

Dopo un periodo al CCM e poi al Bobbio Canoa Club, Cesare approdò al Gruppo Milanese Canoa, dove ebbi modo di conoscerlo a metà anni 1970 e con lui e Gianpiero Rossi passammo un bel periodo a scendere torrenti e a gareggiare con ottimi risultati, Cesare nella categoria “veterani”, come allora erano chiamati i master di adesso.
Fu proprio Cesare e il matematico Walter Ratti che m’insegnarono l’eskimo nel 1975. All’Idroscalo erano praticamente gli unici fautori del “pala corta”, che io volli imparare perché mi pareva più semplice e di più veloce esecuzione rispetto al “pala lunga”, prediletto da Andrea Alessandrini. Per quanto mi capitò di vedere Andrea capovolgersi, mentre scendeva sul suo Maxi Jet non ricordo quale rapida di un Sesia gonfio d’acqua, eseguire il pala lunga con una velocità sorprendente. Sì, mi capitò di vederlo capovolgersi, evento oltremodo straordinario per un campione quale era Andrea, così come non ricordo di aver mai assistito a un capovolgimento di Cesare.
Cesare insegnò a pagaiare a pochi ragazzi dell'Idroscalo ma quando ne sceglieva uno era perché lo avrebbe seguito come un figlio. Insegnava canoa anche sul suo fiume: il Taro, essendo parmigiano.
Per noi giovani Cesare era il “Nonno”, il nostro nonno, per l’affetto, la simpatia, il buon esempio e la disponibilità che ci dimostrava, oltre che per l’ottimismo e la tenacia che aveva, nonostante una tendinite all’avambraccio non gli desse pace.

La sua tenacia era proverbiale e non poteva essere altrimenti, considerando che quando l’egocentrico e paranoico ometto decise di mandare al massacro nel mondo il popolo italiano per massacrare a sua volta altri popoli, lui si ritrovò rinchiuso in un grosso serbatoio di ferro tra tubature, manometri, missili e altra “carne da macello” come lui. Fu uno dei pochi sommergibilisti italiani che sopravvisse alla Seconda guerra, fatto che paradossalmente gli procurò l'onta da parte di molti parenti di ragazzi imbarcati sugli altri sommergibili, che non fecero mai più ritorno dal fondo del mare. La sua colpa fu quella di aver portato a casa la pelle non solo come sommergibilista, perché imbarcato sull’unico sommergibile italiano che non fu affondato, ma anche come incursore “uomo rana”, pilota di maiali, con cui navigando sott’acqua andava a fissare le cariche sotto gli scafi delle navi nemiche o cercava di silurarle. Gli chiesi se provasse paura. Stupida domanda. Mi rispose che non ci si poteva permettere di provare paura, la paura veniva dopo, durante l’azione si doveva solo mettercela tutta per portare a casa la pelle e non pensare ad altro. Durante il suo periodo in Marina ebbe anche come comandante Junio Valerio Borghese, da Cesare ricordato come un valente condottiero, al di là del suo estremismo politico, che lo portò nel 1970 a tentare un colpo di Stato.

Acquaticità – ovviamente – Cesare ne aveva da vendere, era un ottimo sommozzatore e divenne istruttore di nuoto, attività che lo impegnò nel tempo libero per tutta la vita, oltre ad essere un forte "fiumarolo", così un tempo venivano chiamati coloro che praticavano discesa fluviale. Inoltre, dipingeva e scolpiva, si era diplomato in scultura all'Accademia di Brera a Milano con il massimo dei voti e la lode!

Per Franco Tosi, invece, l’esperimento di auto costruirsi un kayak fu anche la svolta della sua vita: si trasferì all’isola d’Elba dove aprì un piccolo cantiere specializzato nella costruzione e riparazione di derive e canoe e dove poté dedicarsi al kayak da mare e alle immersioni subacquee, le sue passioni.

Negli ultimi tempi ho parlato talvolta al telefono con Cesare, era commosso a sentirmi e lo ero anche io ad ascoltare quanto gli pesasse non poter andare in canoa, nonostante la voglia di fare fosse rimasta quella di un tempo.
Gianpiero, essendo anche un valido regista, avrebbe voluto girare un documentario sull'incredibile vita di Cesare e mi chiese di intervistarlo ma la nostra titubanza ha fatto sì che ora sia troppo tardi.
L’altro giorno, confidandomi con Gianpiero, ho scoperto che ciò che ci ha frenato non sia stata quell’inerzia che porta continuamente a rimandare, ma il fatto che entrambi sentivamo prevalere in noi l’intenzione un po’ egoistica di volergli rapire qualche suo ricordo, carpirgli pezzetti della sua storia. Al di là che forse a lui per primo avrebbe fatto piacere raccontarci, come sempre aveva fatto, ma questa volta, davanti a una macchina da presa, per noi sarebbe stato diverso.
Così non mi resta che condividere con voi questi mei pensieri. Per quanto sia convinto che quasi nessuno dei lettori abbia mai pagaiato insieme a Cesare o ne abbia mai sentito parlare. Ora lo avete conosciuto ma troppo tardi per incontrarlo. Ci ha lasciato il mese scorso, il suo sorriso nel nostro cuore. Addio, caro Cesare!
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Materiali da canoa / Re:Sistemare vecchio kayak in vetroresina
« Ultimo post da marittimo il Agosto 03, 2019, 10:36:48 am »
Attenzione che il vinavil, anche quando indurito, con l'acqua si scioglie. Avresti dovuto usare almeno una colla vinilica D3. Le colle viniliche (come il vinavil) poi non gradiscono grossi spessori perché, essendo monocomponenti, hanno dei tempi di indurimento molto lunghi. Comunque, se irrigidisci tutto con le cordonature (possibilmente fatte con epossica) non dovresti avere problemi e potrai togliere le viti una volta finito (al limite allarghi il foro della vite e metti una spina di legno bagnata di resina). Forse ti conviene fare le cordonature lungo tutti gli angoli e non solo nei punti dove ti ho indicato.
Se rivesti la pedana non serve laminarla con il tessuto di vetro. Dai solo una spennellata di resina e via.
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Materiali da canoa / Re:Sistemare vecchio kayak in vetroresina
« Ultimo post da Maxim il Agosto 03, 2019, 10:01:01 am »
Grazie infinite per i consigli e i complimenti!  :)
Metterò i due rinforzi dietro e le cordonature dove mi hai indicato, credo vadano anche con un pezzo di foglio di vtr per finire.
Le viti mi servivano per mantenere tutto in sede per la prova, assieme al vinavil che ha fissato il materiale.
Le potrei anche togliere ora, il vinavil ha tirato, e assieme alla resina dovrebbero bastare. Ma pensavo di lasciarle come rinforzo, spennellando tutta la superficie in resina(specie sopra le viti) non dovrebbero arrivare infiltrazioni, cosa ne pensi?
Per il verso delle venature, il materiale è tutto di recupero (avanzi di un lavoro all'impianto audio dell'auto), l'unico pezzo che poteva andare bene era quasi a misura. Ma pensavo una volta irrobustito con la resina dovrebbe bastare, pensa che la prova è durata quasi 2 ore! ;D
Pensavo infine di appoggiare alla pedana un foglio recuperato di materiale espanso da imballaggi, per il grip e un appoggio più morbido. Non so il nome tecnico, ma è bianco e non assorbe acqua. Al limite fissato con due punti di colla, così si può togliere quando si vuole...
Prima, essendo spesso un paio di cm voglio fare una prova; se scaldandolo si riesce a sagomarlo come le pedane dei kayak del corso. 8)
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Materiali da canoa / Re:Sistemare vecchio kayak in vetroresina
« Ultimo post da marittimo il Agosto 03, 2019, 06:42:12 am »
Mi sembra un bel lavoro.

Però non capisco come regoli la posizione. Sembrerebbe fissa, con tutta la spinta dei piedi che graverà sulle due viti che si vedono nella foto A. Tieni presente che non tarderà a filtrare l’acqua attraverso il filetto e il legno intorno alla vite finirà per infradiciare allentando la presa. In questi casi io faccio un foro nel legno leggermente più largo della vite e lo riempio di vetroresina. Poi un foro nella vetroresina leggermente più piccolo della vite autofilettante. In questo modo può filtrare tutta l’acqua che vuole ma il legno resta sigillato.

Metterei poi due rinforzi posteriori più o meno dove spingeranno i piedi (foto B), anche perché sarebbe stato meglio orientare nell’altro senso le fibre del legno della pedana (se ne avevi la possibilità).
Visto che infine devi resinare, io bloccherei il tutto con delle cordonature eliminando le due viti in foto B per le ragioni già dette.

Comunque complimenti per la manualità  ;)


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Materiali da canoa / Re:Sistemare vecchio kayak in vetroresina
« Ultimo post da Maxim il Agosto 02, 2019, 10:38:29 am »
Pedana fatta e provata, sembra perfetta, domani la resino! ;)
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Chat - Kmare / Canoa e disabilità
« Ultimo post da Lorenzo Molinari il Agosto 02, 2019, 10:27:24 am »
In Italia sono diversi i canoisti che dedicano parte del loro tempo a pagaiare insieme a persone con disabilità fisiche o mentali. In alcuni casi può anche avere una valenza terapeutica ma è comunque una esperienza di gioia e vicinanza verso chi è più sfortunato di noi.
Andrea Alessandrini e Fabio Calvino, solo per fare un esempio, si dedicano da anni sul lago di Pusiano a questa attività con canoe ASA "polinesiane", appositamente attrezzate da Andrea Alessandrini per questo scopo.

A Guastalla sul Po da sempre pagaia l'amico Massimo Rampini, un ex atleta di acqua piatta che tutti coloro che gareggiavano negli anni fine 1970 e 1980 ricordano con affetto: non era un fuoriclasse ma aveva una tenacia, una volontà e una passione che lo fecero arrivare ai vertici italiani, conquistando l'oro ai Campionati italiani assoluti di kayak, ma soprattutto tutti lo ricordano per la sua spontanea disponibilità e per la sua correttezza competitiva. Da allora di anni ne sono passati ma non la sua passione per la canoa e la sua disponibilità, così oggi accompagna in canoa persone con disabilità mentali.
Ha scritto un libro autobiografico con la prefazione del fuoriclasse del tempo, pluricampione del mondo Oreste Perri, intitolato "Il sogno azzurro" (purtroppo il libro è in vendita solo nelle edicole della zona a 11€), con lo scopo di raccogliere fondi per disporre di altre canoe e attrezzature e così ampliare questa attività volontaristica.
Rivolgo un appello: chi avesse una canoa canadese aperta da turismo in buono stato inutilizzata e volesse offrire un contributo solidale, potrebbe donare la canoa al progetto.
Nel caso contatti direttamente Massimo Rampini all'indirizzo e-mail
maxtobCHIOCCIOLAlibero.it
per valutarne la fattibilità, anche da un punto di vista logistico. Grazie

https://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/cronaca/2019/06/25/news/canoa-e-disabilita-esce-in-edicola-il-libro-di-massimo-rampini-1.35785888
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Avvisi ai naviganti! / Romanche - Putrella di ferro in prima rapida
« Ultimo post da MaurizioGuidaFICT il Agosto 01, 2019, 07:26:02 pm »
Sul sito di Eauxiveves.org ho letto (e visto foto che risale a giugno 2019) che nella prima rapida (V) della Romanche c'è una putrella in ferro. Prestare la massima attenzione  :o perché con livello alto non si vede. Inoltre subito a valle è stato costruito uno sbarramento da visionare. Si consiglia imbarco a valle dello sbarramento.
Maurizio
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Materiali - KMare / Re:Kevlar e carbonio, ma non è solo una "moda"?
« Ultimo post da Lorenzo Molinari il Agosto 01, 2019, 12:31:26 pm »
Ciao Nolby,
per uso turistico concordo con chi mi ha preceduto.

Il kevlar, comunque, è più resistente all'impatto del diolene, e ci mancherebbe! Non a caso le protezioni anti proiettile le fanno col kevlar e non col diolene.
La tabella non confronta infatti il kevlar con il diolene ma con il kevlar-carbon, dove quest'ultimo, a parità di peso di materiale impiegato, offre maggiore rigidezza per la presenza di carbonio ma nel contempo si riduce la resistenza all'impatto al ridursi della percentuale di kevlar presente nel tessuto.

Una buona soluzione è una canoa in diolene con rinforzi di fili di carbonio longitudinali e trasversali, creando dei riquadri (ad es. da 20 cm x 20 cm), per ridurre il peso della canoa e per mantenere la rigidità alla struttura, e con rinforzi in kevlar sullo scafo in punta, coda e sotto il sedile, zone a maggiore impatto e consunzione.

E' vero che il kevlar si deteriore agli UV con gli anni, ma anche la resina vinilestere e quella poliestere, così come il gelcoat protettivo, al punto da far emergere il tessuto impregnato sottostante dopo qualche anno di esposizione al sole. Pertanto le canoe in composito, comunque siano fatte, devono sempre essere conservate al coperto.
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Materiali - KMare / Re:Kevlar e carbonio, ma non è solo una "moda"?
« Ultimo post da marittimo il Agosto 01, 2019, 06:43:37 am »
Per uso turistico in acque dove non ci sono pericoli di grossi urti, credo che possa andare bene anche la vecchia ed economica vetroresina di poliestere, usata nella nautica da oltre sessant’anni e forse anche più facile da riparare del diolene.
Ovviamente se il fattore peso non è determinante (ad es. per carico/scarico/trasporto).

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