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Viaggiare soli in kayak

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marco ferrario (eko)

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Viaggiare soli in kayak -
Cosa significa? Cosa c'è di speciale?

Per molti kayakers viaggiare soli è un tabù, ma anche se è bello condividere un viaggio in kayak con amici e familiari, c'è qualcosa di speciale nel viaggiare da soli.

Stare soli consente un contatto più intenso con la natura e non si risente delle inevitabili distrazioni indotte dal gruppo, ma viaggiare soli in kayak è molto di più che starsene immersi nella natura e in perfetta sintonia con essa.
Viaggiare soli ha diversi vantaggi tra cui l'acquisire una maggiore consapevolezza di ciò che ci circonda.

Un altro dei vantaggi del viaggiare soli sta anche nel fatto che nel pianificare il viaggio non c'è la necessità di ricercare mediazioni e compromessi per adattarsi quanto più possibile alle eterogenee esigenze e alle preferenze dei singoli componenti il gruppo.
Quando si è soli e si vuole andare si va e basta, senza doversi adattare al programma di qualcun altro, n'è tantomeno senza dover cambiare l'organizzazione del viaggio a causa di chi abbandona all'ultimo minuto.
La vita moderna è ricca di impegni ed imprevisti ed è perciò inevitabile che questi influiscano sulla disponibilità dei singoli inizialmente desiderosi di partecipare al viaggio.
Più numeroso è il gruppo e più ci saranno difficoltà nel fare combaciare le disponibilità di ciascuno e nel definire i compromessi necessari alla buona armonia del gruppo.

Nel mio viaggiare solitario ho spesso modificato il programma col procedere del viaggio; in gruppo non tutti accetterebbero l'itinerario rivisto.
Viaggiando solo, potrei liberamente optare per pagaiare fino al tramonto per raggiungere una nuova destinazione, oppure, scoperto un luogo che mi affascina, potrei trascorrervi più tempo del previsto.
Solo sono evidentemente  libero dai condizionamenti altrui.

Il rapporto con qualcuno con cui mi trovo in sintonia al lavoro o a casa, o anche nel corso di una breve pagaiata di qualche ora, potrebbe invece diventare difficile vivendo assieme l'avventura di un lungo viaggio in kayak e si scoprono persone completamente diverse dalle nostre aspettative.
Lo stress fisico, il sonno interrotto, i cambiamenti climatici, la dieta diversa e altri disagi possono fare sì che anche la persona più amabile appaia sgradevole e ostile durante un lungo trekking.
Anch'io ovviamente sono così, ma nel viaggio solitario nessuno lo potrà notare.

Quando viaggio in canoa da solo, cerco solitudine ed esperienze uniche, il che spesso significa percorrere anche distanze lunghe, oppure brevi con lunghi tempi di percorrenza, dipende dalle circostanze. Fisicamente è impegnativo e mai mi aspetto che, ad esempio mia moglie, affronti un viaggio del genere anche se altrove con lei sto bene e sono in sintonia.
D'altro canto, non fossi disposto a viaggiare solo non avrei mai visto certi luoghi e vissuto intensamente certi momenti.
Queste soddisfazioni non hanno prezzo.

Per viaggiare in gruppo è sempre necessario pianificare l'itinerario in funzione dell'accoglienza del membro più debole e meno qualificato del gruppo.  Ciò può significare sacrificare parte del percorso, per questo cerco sempre di pianificare le mie escursioni in gruppo con chi già sono affiatato e che ha obiettivi simili alle mie aspettative e confacenti al mio modo di vivere e intendere il viaggio.

Viaggiare da soli è intrinsecamente più rischioso che viaggiare in gruppo e questi rischi non dovrebbero mai essere sottovalutati.
Ribaltarsi in mare, ferirsi scivolando su uno scoglio o rompersi un osso, può essere mortale per un viaggiatore solitario.
Nel pianificare un viaggio in canoa da solo, è necessario sempre sperare per il meglio ma occorre anche pianificare per il peggio.  Ciò significa non solo agire con prudenza, ma anche utilizzare attrezzatura di buona qualità, iniziando dal kayak che deve essere pensato per offrire il massimo della sicurezza possibile (sul cosa significa kayak sicuro per un lungo trekking, ci sarebbe molto da dire, ma non qui e non ora).
I viaggi dovrebbero essere sicuri quanto il necessario, perciò dobbiamo affinare continuamente le nostre abilità, ma dobbiamo anche essere coscienti che non possiamo esasperarci cercando una impossibile  sicurezza assoluta. 
Il rischio è intrinseco all'aria aperta come alzarsi dal letto la mattina, nulla è perfettamente sicuro.
D'altro canto, affrontare un rischio e imparare a gestirlo, crea fiducia, indipendenza, autoregolamentazione e raffina altre abilità di vita.
Raggiungere il livello di competenza necessario per un viaggio in solitaria fa aumentare l'autostima e la capacità di autosufficienza avvantaggiando anche i compagni di pagaiate future. Aver dimostrato a se stessi di essere autosufficienti ed in grado di sopravvivere da soli nella natura selvaggia, significa che raramente si sarà di peso per i partner di un futuro viaggio in gruppo, anzi l'apporto che si darà al gruppo sarà importante per fornire assistenza nei momenti di difficoltà.

Il viaggio in solitaria non è per tutti, ci sono molte cose da prendere in considerazione e per pianificarlo serve studio e ricerca. Oggi è relativamente semplice raccogliere le informazioni utili in internet, ma serve anche l'ambizione, l'abilità, la forma fisica e l'acutezza mentale.

Nel viaggiare da solo occorre prestare molta attenzione alle condizioni meteo-marine durante la navigazione e occorre dedicare molta attenzione anche al tempo trascorso al campo e al bivacco.
Il trip da solo è mentalmente impegnativo e spesso alcune persone trovano snervante essere soli a bivaccare in un luogo isolato avvolto dalle tenebre (ho conosciuto numeosi eccellenti kayaker che male sopportano un itinerario di più giorni bivaccando, figurarsi se viaggiassero soli).

Viaggiare soli è comunque rilassante e divertente, anche se un po' di ansia è naturale che ci sia, ma se si è ben preparati, non c'è motivo di preoccuparsi.

L'esperienza del viaggiare in solitaria è bene farla gradualmente per imparare a capire noi stessi in solitudine. Perciò è opportuno fare un primo viaggio che preveda solo una o al massimo due notti in luoghi non molto lontani da casa e già conosciuti, per cui alla necessità o anche solo al desiderio di interromperlo, debba essere facile farlo.

Alla fine di ogni giornata in mare è necessario lasciare sempre del tempo utile per sistemare con calma il campo, rilassarsi e cenare.
Il primo tramonto da soli sarà speciale, mentre si rimarrà per sempre catturati dall'alba del mattino seguente.
Ultima modifica: Ottobre 04, 2020, 11:19:12 pm da marco ferrario (eko)

sardinia

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Bell'argomento Marco e concordo in toto quanto scritto.
E' un tema che quando si sceglie di intraprendere un trekking viene presto a galla. Con chi partire e in quanti partire? Come sarà "tizio" come compagno di viaggio? E se partissi da solo?

Nella mia esperienza di viaggi in kayak ho fatto qualche viaggio in solitaria ma quasi tutti gli altri con un amico. Siamo quasi sempre d'accordo sulle decisioni da prendere e questo feeling non fa che rendere il viaggio sereno (qualche screzio ogni tanto c'è, ma ci conosciamo fin troppo bene e per alcuni aspetti trascurabili ci "sopportiamo"  ;D).

Non immagino cosa possa significare però partire con gente che si conosce poco, con esigenze diverse e idee opposte su come affrontare il viaggio. Possono nascere dissapori e rovinare le giornate di trekking passate insieme e di conseguenza il viaggio stesso. Anche perchè un trekking in kayak risalta le nostre emozioni e lo stress psicofisico è notevole.

Ci sono dei PRO e dei CONTRO in entrambe le scelte.

Solitario:
PRO: le emozioni già piuttosto forti durante un viaggio in kayak sono nettamente amplificate da soli (sia quelle positive che quelle negative). Si può partire, fermarci, scegliere il posto per bivaccare, decidere se continuare o fermarsi, in caso di avverse condizioni meteomarine, come e quando si vuole senza chiedere a nessuno.
CONTRO: possiamo contare solo su noi stessi, soprattutto nei momenti di difficoltà. Avere un tracking GPS, con un sistema per richiedere aiuto e dove qualcuno da casa può controllare gli spostamenti. Sarebbe già un ottimo strumento di sicurezza per viaggiare in solitaria.


In Compagnia:
PRO: condividere dei viaggi in kayak con un amico è qualcosa che vi legherà per sempre. Anche dopo anni ci si incontra e si ricordano emozioni indelebili vissute insieme. Questo non può che consolidare il rapporto umano.
CONTRO: se non si scelgono i compagni giusti si rischia di passare un viaggio con il cattivo umore. Non importa la bellezza dei paesaggi, non avremo un bel ricordo di quel viaggio. Più si è, più si ha la probabilità di eventuali dissapori o adattarsi all'altro e magari scegliere di accontentare il gruppo anche di controvoglia.

A noi la scelta!  :)

Lorenzo Molinari

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Ho viaggiato tante volte da solo e devo dire che ogni volta che ero solo mi sono sempre trovato bene: non ho mai litigato, non sono dovuto scendere a compromessi, non ho dovuto aspettare o far aspettare qualcuno, addirittura ho sempre tollerato la puzza delle maglie sudacchiate a fine giornata!

A dire il vero se da ragazzo partivo da solo, era perché in fin dei conti volevo mettermi alla prova, misurarmi, dimostrare a me stesso qualcosa, vedere come me la sarei cavata. Così partivo con il minimo indispensabile, anzi meno.
Come divenni maggiorenne viaggiai alla Kerouak, in autostop, fino al Nord Europa, dormendo all'aperto col solo sacco pelo, spesso sotto la pioggia, e fu lì che capii che il sacco a pelo fradicio diventava così pesante che tanto valeva portarsi dietro una tendina e un libro da leggere, per trovare compagnia nei momenti in cui la pioggia costringeva a stare fermi, e che comunque mi sarei risparmiato del peso sulle spalle. Peccato, però, che non possedessi una tenda, così proseguii a infradiciarmi il sacco a pelo.

Poi finalmente, dando lezioni di canoa, potei permettermi la mitica tenda cucita dalle mani di Luigi Paracchini, pioniere di canoa e di due generazioni di noti canoisti.
Da quel momento non viaggiai più da solo, per quanto comunque non mi capitasse di litigare, di dover scendere a compromessi, di aspettare o dovermi far aspettare e abbia sempre tollerato la puzza delle maglie sudacchiate a fine giornata! Avevo trovato una compagna di viaggio premurosa e viaggiai con lei felicemente: la mia tendina Paracchini, che ogni notte mi accoglieva al riparo dalla pioggia e non arricciava neppure il naso per le mie maglie sudacchiate.

Passò poco tempo e arrivò chi volle scivolare sornionamente anche nella mia tendina, seguendomi in viaggi che rendevo sempre più impossibili, come per cercare di scaricare un fardello che talvolta mi appariva più pesante di un sacco a pelo fradicio. Stavo così bene io è la mia tendina! Non avevo bisogno di chi reggesse il moccolo a noi due, ma andò così e fu sempre più spesso così. Mi ritrovai con compagne che volevano condividere …connettersi …congiungersi, e finì che dormii meno ma vissi di più, e un giorno arrivò una donna che diede alla luce nostra figlia ma poi, come in tanti film già visti, mi ritrovai nuovamente solo…. ma anche a pagaiare più giorni per fiumi, mari o laghi con la mia piccolina.

Gli anni continuarono a passare ma la voglia di gironzolare alla randagio no: a piedi, in bici, in canoa, col caldo torrido o col freddo intenso. Nuove compagne di viaggio si intravidero per poco, prima di vacillare e poi soccombere, idem molti amici, tranne rari esemplari postatomici miei simili, e di nuovo apprezzai lo star solo, spesso solissimo, volutamente senza tenda, estate o inverno.

Tuttavia da qualche anno mi rendo conto che le volte in cui viaggio da solo non avviene più perché desidero viaggiare da solo, ma perché non trovo nessuno con cui andare: da adulti è più difficile sincronizzare i calendari (e gli obiettivi...), per quanto penso valga sempre la pena cercare di farlo. Così alla fine talvolta rinuncio a partire, perché nel viaggiare da solo ora sento che mi manca qualcosa, non dico… il connettersi o il congiungersi sotto le stelle su una spiaggetta remota al termine di una pagaiata, quello sarebbe il non plus ultra. Mi accontenterei di condividere, e non dico il pasto… che ognuno cucini con il suo fornelletto; tanto meno la tenda e neppure la canoa… preferisco le singole alle doppie! Semplicemente vorrei condividere il paesaggio che lentamente cambia, la fatica, gli odori – a parte quelli delle magliette - i suoni, le sensazioni, le emozioni, le parole intorno al fuoco, il calore del fuoco e tanto altro, tutto questo sì che trovo sia il sale del viaggio o sia più del viaggio ancora.
E se mai dovessero sorgere dei contrasti con chi viaggia con me, va bene così, e successo, succede e succederà, fa parte del viaggiare in compagnia, dell’esperienza che è la vita, di cui il viaggio ne è una metafora. Se viaggiare da soli ci consente di vivere più intensamente la pura esperienza del viaggiare, intraprendere un viaggio in compagnia ci fa vivere pienamente e diversamente i giorni tranquilli, così come le difficoltà e gli imprevisti. Ci aiuta a conoscere noi stessi e a crescere nel rispetto degli altri, nell’ascolto delle loro esigenze, nella tolleranza, nel sostenersi a vicenda, nella solidarietà, nel sopperire alle debolezze altrui, nel capire cosa non funzioni in noi specchiandoci nell’altro. Perché nell'affrontare difficoltà e imprevisti il confronto avverrà non solo con la natura ma anche con i nostri compagni di viaggio, che magari reagiranno in modo a noi inaspettato, così come gli altri potranno trovarsi da noi spiazzati. E potrà rafforzarsi lo spirito di gruppo, l’armonia e l’amicizia o all’opposto potranno generarsi tensioni, incomprensioni e separazioni, che si sommeranno alle difficoltà e agli imprevisti del viaggio, ma alla fine credo che sarà un’esperienza più vasta, più ricca e più gioiosa, perché non tua o mia ma nostra.
Ultima modifica: Ottobre 06, 2020, 09:36:09 pm da Lorenzo Molinari

Vittorio Pongolini

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  • Healthy rivers, lakes and seas are priceless!
Siccome ti conosco, fantolino, mi hai fatto un gran piacere a leggerti ed ho persino riso da solo. Non sorriso, veh, proprio riso! Che se c'era qui in ufficio qualcuno mi prendeva per scemo.
Sei sempre stato uno spirito libero e credo tu lo sia ancora, nonostante gli anni che passano.
La tendina di Paracchini ce l'avevo anch'io, dagli anni '70 e forse c'è ancora a casa di mia madre (era concettualmente moderna allora, oggi sarebbe un bel problema).  All'addiaccio ho dormito anch'io, forse non quanto te e nemmeno sotto l'acqua (dottore...un po' di contegno!). Qualche fanciulla, per parlar fuor di metafora, che scivolasse nella tenda l'ho avuta anch'io ma senz'altro meno di te. E, per farla breve, ho anch'io il problema di far fatica a viaggiare, anche in canoa, da solo o in compagnia. Ma non solo da solo, bensì in generale, a trovare il tempo di viaggiare, e non perché sia un misantropo, ma perché con il passar del tempo e coi cambi di lavoro che sono intervenuti, mi sono aumentati a dismisura gli impegni di lavoro in primis e famigliari in secundis, ché anche la domenica mi ritrovo a lavorare. Poi, lo ammetto, son diventato un po' più difficile per tutto, anche per le compagnie, forse inevitabilmente per gli anni che passano. E quello che mi spiace è che questa situazione sanitaria gioca anche a sfavore del pagaiare in compagnia perché non puoi nemmeno andare in auto con altri a cuor leggero. Insomma Lorenzo, non credevo che ci fossero tutti questi impedimenti passati i 60...
Ma mi rifarò, ooh se mi rifarò, e riprenderò a viaggiare con e per la canoa, come ho sempre fatto non appena la situazione di questi ultimi mesi ed anni, oggettiva e soggettiva, migliorerà.
Ultima modifica: Ottobre 06, 2020, 05:50:56 pm da Vittorio Pongolini
Vittorio Pongolini - Canoa Club Milano

"You don't beat it. You never beat the river, chubby".  Burt Reynolds (Lewis Medlock), Deliverance, 1972.

Lorenzo Molinari

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A proposito di canoisti viaggiatori, soli o in compagnia fa lo stesso...
la prima rivista in Italia di canoa fu "Fiumi. Il giornale dei canoisti" del Canoa Club Milano, creata da Guglielmo Granacci nel 1962 e poi fatta crescere dall'ing. Vittorio Visconti - come molti di voi immagino sappiano - In realtà prima di questa rivista c’era stato il “Bollettino del Canoa Club Milano”, ma credo che fosse uno strumento d’informazione interno tra i soci del Club - correggetemi se sbaglio - mentre la rivista “Fiumi” fu molto di più di un semplice bollettino del Club, in quanto fu il principale strumento d’informazione nel mondo della canoa italiana fino al 1987.

Sbagliato!  ;D

La prima rivista di canoa in Italia non fu infatti “Fiumi”, bensì "Noi canoisti campeggiatori nomadi", creata nel 1960 dal Gruppo Italiano della Canoa, fondato nel 1939 dal Gruppo Milanese Canoa per coordinare le attività canoistiche sotto il cappello della Federazione Italiana Canottaggio. E il titolo della rivista non poteva essere più esaustivo e veritiero di così per quei tempi.
Oggi la maggior parte dei canoisti preferisce camere, alberghetti e camper. Il campeggio libero dalla "vecchia" al Baraggiolo sul Sesia è ormai un antico e offuscato ricordo di tempi tramontati.

Di questa rivista ho solo l'immagine di una copertina del 1963, anno III che allego, ma mi piacerebbe sfogliarla. Qualcuno ha qualche numero? Nel caso potrebbe scansionare qualche pagina e condividerla? E se potesse anche inviarmele al mio indirizzo mail: [email protected] mi farebbe un bel regalo.
Ultima modifica: Ottobre 07, 2020, 04:18:05 pm da Lorenzo Molinari

marco ferrario (eko)

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"Noi canoisti campeggiatori nomadi"


Fantastico! 
NCCN
Ci fosse ancora mi abbonerei immediatamente.
Il titolo fa già sognare.