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Kayak roll

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Lorenzo Molinari

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Accolgo l’invito di Marittimo e apro un nuovo topic artico sul roll, o kayak roll (o canoe roll) o Greenland roll, impropriamente chiamato eskimo roll e, in Italia, eskimo.
Non posso che trovarmi d’accordo anche con l’ultimo intervento di RossoFiorentino, postato nel topic “Pagaia Groenlandese o Tradizionale”.

Il kayak, o qajaq in lingua Inuit o iqyax in lingua Unangax, era una fonte di vita per quelle popolazioni; era uno dei beni più preziosi, se non il più prezioso di ogni famiglia, e per questo era fonte di gioia, quando si ritornava dalla cacccia con carne, pelli, grasso…
Proviamo però a spostarci dietro le quinte. Andare a caccia in kayak era indubbiamente pericoloso e poteva generare paura, angoscia, depressione e, fisicamente, lesioni, ferite o morte. Quando la stagione estiva volgeva al termine, non c’era tempo per fermarsi, c’era la necessità di prepararsi per il lungo e gelido inverno con adeguate scorte alimentari, di combustibile, di pelli ad uso personale e, dal 1500 in avanti, anche di pellami in genere, che l’anno dopo, nella successiva stagione estiva, avrebbero scambiato con prodotti che, via via, diventavano ai loro occhi sempre più necessari se non essenziali, offerti da balenieri e commercianti europei.
Come è nell’indole umana, archiviavano le esperienze negative e cercavano di esaltare le gioie, le soddisfazioni, la bellezza, l’entusiasmo alla vita, che, nonostante la sua durezza, valeva la pena, mettendo al mondo figli da crescere, sfamare, vestire, istruire ma era richiesta determinazione e volontà per superare avversità e convivere con una natura molto più inospitale e aspra che in altri luoghi del mondo. I morti si coprivano di sassi o, quando possibile, si sotterravano e si compiangevano al buio, nel silenzio del proprio cuore, perché, quando il sole brillava, non restava che guardare avanti e pensare alla vita, anziché perdere tempo a scrivere pipponi come i miei sul Foum di CK Italia.
La vita delle popolazioni artiche era di una durezza a noi incomprensibile. Chiunque di noi sarebbe emigrato verso sud, eppure questi popoli non emigrarono. Addirittura alcune etnie pare che si trovarono spiazzate nei momenti di minore glaciazione e soffrirono, perché non seppero adattarsi con le loro tecniche e il loro stile di vita a climi più miti!

Da primavera avanzata e per tutta la stagione estiva, per procacciarsi il cibo, sempre lo stesso, poi preparato più o meno sempre nello stesso modo, uscivano in kayak in mare, talvolta si ritrovavano a largo con venti che tagliavano la faccia e mare agitato, non potendo contare su 3BMeteo, e non erano neppure rare le onde anomale, dovute alla rottura e caduta in acqua di enormi blocchi di ghiaccio. I violenti strattoni delle prede arpionate o gli attacchi di quelle mancate o disturbate e innervosite completavano il quadretto, mettendo in serio pericolo l’incolumità dei kayaker, che rischiavano di capovolgersi.

Alcune etnie zavorravano i kayak per renderli quasi irribaltabili, altre prediligevano scafi dalle forme molto larghe e dai fondi piatti, per ottenere una grande stabilità primaria (tanto per ribadire che i kayak impiegati erano delle più varie fogge e non c’era il kayak ideale - come spesso si crede - visto che fogge anche molto diverse tra loro erano impiegate per i medesimi scopi in condizioni e mari analoghi da etnie diverse). Questi popoli, avendo quasi azzerato il rischio di ribaltarsi, non conoscevano affatto le manovre del kayak roll. Infatti i kayaker delle popolazioni artiche non erano tutti abili nel roll, anzi, è vero il contrario.

Alcune etnie, come gli Inuit, impiegavano kayak non così stabili da annullare il rischio di ribaltarsi e per questo si trovarono a sviluppare le tecniche del kayak roll.
Ribaltarsi a quelle latitudini, se non si era in grado di eseguire il kayak roll, significava morire in breve per ipotermia; ma ancor prima che subentrasse l’ipotermia, si moriva per annegamento, poiché non sapevano nuotare. Quando mai avrebbero potuto imparare a nuotare in quelle acque gelide?
Anche se fossero stati capaci, sarebbero comunque stati impediti dai pesanti indumenti che indossavano per proteggersi dal freddo, che si sarebbero impregnati d’acqua; il panico li avrebbe colti e sarebbero andati pian piano a picco. Senz’altro qualcuno si salvò aiutato dai compagni, se si trovava in prossimità della riva e se riuscivano a tenerlo al caldo, ma non andò sempre così.

Immaginate di non saper nuotare e di sentirvi costretti ad andare in kayak a cacciare in un mare gelido, anche lontani da riva. Appare allora comprensibile come tra i maschi di tali popolazioni potesse sorgere la fobia dell'acqua allo stato liquido, al punto da provare terrore alla sola idea di salire su un kayak. Per quanto ci si avvicinasse al kayak da molto giovani e facesse parte del vissuto quotidiano, non erano poi così rari i casi di giovani che non riuscivano a superare la paura iniziale e si faceva prendere da questa fobia. Chi non imparava a condurre un kayak sentiva venir meno la propria dignità di uomo, diventava un problema enorme per tutti, un peso per gli altri e non potendo cacciare, non poteva mettere su famiglia, non poteva occuparsi della sopravvivenza di una moglie, di figli, dei suoi genitori. Tali fobie erano oltretutto alimentate dagli incidenti mortali che prima o poi capitavano in ogni comunità e che colpivano duramente la famiglia di appartenenza del disgraziato.
Capitava che nelle battute di caccia qualcuno si ribaltasse e crepasse, o perché non sapeva eseguire il roll o perché non era così esperto nella manovra, dato che, ribaltandosi mentre di cacciava, ci si poteva trovare impigliati in una cima o senza più il contatto con la pagaia, e non era particolarmente piacevole esercitarsi a fine giornata nelle acque davanti a casa. Ogni morto annegato in un villaggio aumentava il terrore nelle psiche dei più deboli, al punto che capitava che alcuni si rifiutassero di salire in kayak e, di conseguenza, di cacciare e sostenere la propria famiglia. Immaginate la morte in kayak di un amico non per “fatalità”, né per errore, ma solo perché - come voi - non sapeva eseguire il roll; annegato in fiume che scorre in un canyon senza possibilità di sbarco, che aveste dovuto scendere anche voi il giorno seguente!

Chi vinceva la paura inziale, la maggior parte dei maschi, non avevano tuttavia il coraggio o lo stato d’animo per imparare il roll. Immaginate, ancora, di dover imparare questa manovra senza saper nuotare, al circolo polare artico, non in piscina o nei nostri mari caldi, senza la maschera al volto per recuperare l’orientamento stando sotto sopra e vedere la posizione della pala, con indumenti che, per quanto ben studiati, non sono certamente come le nostre mute stagne e le nostre maglie tecniche, pur potendo contare sull’assistenza di un maestro, le lezioni potrebbero diventare penose e angoscianti, se non vedeste in breve i primi risultati incoraggianti. E spesso tardano a venire, non s’impara al primo colpo. spesso accade. Per questo, la maggior parte – sottolineo – la maggior parte ci rinunciava!

Nel nostro immaginario pensiamo che fossero tutti capaci e bravi, ma non era affatto così. Bisognava superare la paura iniziale e, poi, ci voleva tempo, come in ogni cosa, per diventare esperti a costruire il proprio kayak insieme alle mogli, a pagaiare, a cacciare, a superare i drammi, e pochi diventavano dei veri esperti anche nel roll, capaci di raddrizzarsi in qualunque posizione e situazione.

Cito dal mio libro:
"Stupisce, invece, che la maggioranza di coloro che avrebbero dovuto conoscere il kayak roll non fosse capace di eseguirlo: nel 1911, quando il kayak era ancora uno strumento primario per la sopravvivenza degli Inuit, Hans Reynolds realizzò uno studio statistico su 2.228 kayaker attivi in Groenlandia, da cui risultò che solo 867, pari al 39%, era capace di eseguire il kayak roll, nonostante da sempre venissero organizzate gare e spettacoli di kayak roll d’estate tra quelle popolazioni."

All’inizio del 1900 furono eseguite anche diverse indagini medico-psichiatriche tra gli Inuit sulle loro fobie e paure (oggi definibili “attacchi di panico”), causate dal kayak e su come, in alcuni, fossero devastanti e limitanti.
Ultima modifica: Novembre 29, 2020, 01:18:03 pm da Lorenzo Molinari

Andrea Rossi

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Molto interessante, grazie Lorenzo.

Mi hai messo curiosità e così ho fatto una breve ricerca sulle paure dei cacc1atori di andare in kayak, e gli Inuit gli avevano pure dato un nome: nangierneq.

https://en.wikipedia.org/wiki/Kayak_angst

https://www.gwern.net/docs/psychology/1963-gussow.pdf

Se hai altri link a riguardo mi piacerebbe leggerli!

Siamo davvero dei privilegiati, noi che possiamo andare in canoa per puro piacere, per spirito di avventura, per fare "attività fisica" o addirittura per cercare il rischio o l'adrenalina...

RossoFiorentino

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Per tornare in tema:

Lorenzo ha scritto sul roll una base praticamente perfetta, sia presentando dati molto interessanti che dando sprazzi di una visione personale sulla necessità umana di festeggiare le gioie e dimenticare i dolori che condivido pienamente. D’altronde prendere qualche pezzo di legno incastrato, coprirlo con della pelle di foca e farsi un giro al largo nel Mar Glaciale Artico, il cui nome è già un programma, non sembra proprio l’idea migliore dal punto di vista della sicurezza personale.

Le prime fonti europee sul kayak rolling, di cui sono a conoscenza, risalgo agli inizi del 1600 quando la corte danese, probabilmente a causa dell’abominevole pratica da parte degli esploratori di portarsi degli indigeni come souvenir, ebbe modo di osservare uno spettacolo di rolling da parte di alcuni cacc1atori groenlandesi. In particolare sul rapporto Danimarca/Groenlandia ci sarebbe da scrivere molto visto che l’incontro Inuit e Vichinghi è stato il primo contatto fra Americani ed Europei e che forse già lì troviamo le prime tracce scritte di kayak ma questa è un’altra storia.

Oggi la pratica del rolling tradizionale è portata avanti specialmente in Groenlandia grazie ad associazione come il Qaannat Kattuffiat che promuove ogni anno il Campionato Nazionale Groenlandese di Kayak e che sprona i giovani a continuare una cultura che ha perso la sua ragione di sopravvivenza ma che è stata necessaria ancora per i loro Nonni. Anche sul rapido passaggio dalla cultura tradizionale groenlandese a quella moderna e sulle sue terribili conseguenze ci sarebbe molto da scrivere ma per adesso sorvoliamo.
In particolare il campionato dedica una delle sue prove più importanti ad una sfida di rolling in cui i kayaker possono cimentarsi in ben 35 roll e vengono valutati nella precisione, eleganza e velocità di esecuzione. Proprio sul numero dei roll mi riallaccio alle difficoltà di cui parlava Lorenzo a proposito della cacca su kayak. Molte di queste mosse infatti ricalcano situazioni reali ed estreme in cui il cacc1atore poteva trovarsi, esistono roll che escludono l’utilizzo di una o due mani, oppure roll in cui una mano è impegnata a tenere un oggetto che nella simulazione non si vorrebbe perdere durante il ribaltamento, fino ad arrivare a pratiche come il “walrus pull” (tiro del tricheco) in cui diversi uomini tirano lateralmente, tramite una corda, un kayaker che deve fare di tutto per non ribaltarsi completamente. In ogni caso è bene ricordare che è purtroppo una cultura ormai marginale e che anche se per fortuna sta riscuotendo un discreto successo ha perso le sue caratteristiche ataviche. Mi pare che sia rimasto un solo paesino sperduto nel nord della Groenlandia che utilizza ancora attivamente il kayak come mezzo per il sostentamento.

In ogni caso vi suggerisco di dare un’occhiata al campionato di cui parlo, più che una competizione è infatti una meravigliosa festa in cui un popolo tiene viva una pratica secolare se non millenaria ed è una vera gioia per gli occhi. In particolare questo corto in inglese disponibile su YouTube è un ottimo primo approccio: https://youtu.be/3sKmX40HA6Y

Lorenzo Molinari

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Sono contento di leggere che il mio post abbia incuriosito e spinto ad allagare la ricerca. Approfondendo si comprende come la realtà dell'andare in kayak nei mari artici fosse piuttosto diversa da come la immaginiamo.
Io stesso ignoravo che tra i cacc1atori esperti (sottolineo, esperti) vi potesse essere un problema di angoscia così rilevante da non farli più salire in kayak, se non addirittura isolarsi o indurli al suicidio.

Nelle mie ricerche ho avuto la fortuna di essere introdotto a queste tematiche dal mitico Ken Taylor, il “padre” dei nostri kayak groenlandesi, con cui ho avuto uno scambio di corrispondenza. Le mie fonti sono analoghe a quelle indicate da Andrea Rossi, e sono partito proprio dall'articolo di Ken "Kayak Angst", che si trova all'URL:
 https://kayakgreenland1959.wordpress.com/2017/11/05/kayak-angst/

Come scrive RossoFiorentino, i primi contatti tra europei e Inuit avvennero in tempi assai remoti. Il primo di cui si ha notizia fu il vichingo Erik il Rosso, che si stabilì in Groenlandia nel 982 d.C., dove creò una colonia, Pare che gli europei di questa colonia non ebbero grandi scambi con le popolazioni locali, nel senso che i locali non si avvicinarono alle conoscenze e tecnologie europee e viceversa, se non marginalmente; in altre parole, da parte europea non venero adottati i kayak.
La colonia venne abbandonata intorno al 1350. Poi fino al 1500 con l’avvento della cacca alla balena, non vi furono contatti con i popoli artici del Nord America, che comunque furono sempre visti come fonte bizzarra di spettacolo con i loro kayak, e nel 1605 furono fatti esibire anche davanti al re Christian IV di Danimarca.

Lorenzo Molinari

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Che le popolazioni artiche non se la passassero bene e i problemi depressivi fossero diffusi anche tra queste popolazioni, come oggi tra noi, ancor prima che l’occidente cambiasse radicalmente il loro modo di vivere e spingesse molti all’alcolismo, lo dimostra una ricerca, per quanto limitata alla Pelly Bay nel Distretto di Keewatin, nei Territori del Nord Ovest in Canada.

I Netsilik Inuit, la piccola popolazione che viveva in questa zona (nel 1950 si contavano solo 2.000 persone in tutto il distretto), rimasero isolati, a causa degli inverni rigidi e della mancanza di vie di navigazione interna, e furono tra le ultime popolazioni indigene del nord a incontrare missionari cristiani, solo dagli anni 1960 subì un’accelerata del processo di occidentalizzazione.

L’antropologo canadese Asen Balikci, studiando questa etnia negli anni 1959 e 1960, scoprì che il tasso di suicidi era oltre 30 volte quello negli USA durante e subito dopo la Grande depressione del 1929! La maggiore frequenza di suicidi era tra la fascia 20-55 anni e tra giovani e adulti apparentemente sani. La causa principale di questi suicidi era la morte di un membro della loro famiglia.
Non si trattava quindi di senicidi o gerontocidi, ovvero della pratica di abbandonare le persone anziane o di autoisolamento da parte dell’anziano stesso, perché divenute un peso per la famiglia, che in breve conduceva alla morte, che era diffusa soprattutto tra le popolazioni nomadi ed era ancora seguita da questa etnia Inuit negli anni 1930, come riferiscono gli esploratori Knud Rasmussen e Gontran de Poncins e già cessata nel periodo dello studio di Asen Balikci.

Anche altri studi precedenti inducono a ritenere che il tasso di suicidi tra le popolazioni artiche nord americane fosse molto elevato, e come una delle cause tra i maschi adulti fosse anche l’angoscia da kayak. Angoscia dovuta - come spiegato nei miei post precedenti - alle gelide acque, al non saper nuotare e, soprattutto, al non saper eseguire il kayak-roll, e ciò da parte della maggioranza dei kayaker, costretti ad andare in kayak per la mera sopravvivenza loro e delle loro famiglie. All’opposto, oggi, li vediamo eseguire kayak roll con maestria al Greenland National Kayaking Championships, dove raddrizzano i loro kayak con la pagaia nelle posizioni più inverosimili, spiegate con le diverse situazioni di pericolo in cui si potevano trovare quando, un tempo, andavano a caccia in kayak. Ora sappiamo che purtroppo la maggioranza di loro, quando si trovava in tali situazioni, non poteva altro che annaspare e seguire la foca arpionata nel fondo del mare, con lutti in famiglia e un opprimente senso di angoscia, che invadeva molti adulti e che poteva anche condurre al suicidio.
Ultima modifica: Dicembre 06, 2020, 11:40:29 am da Lorenzo Molinari

Vittorio Pongolini

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  • Healthy rivers, lakes and seas are priceless!
Ho quello che fa per voi, autore e visitatori, riguardo alla localizzazione geografica delle popolazioni Inuit, una foto della mappa della loro posizione prevalente, sempre di provenienza danese, e un'altra del busto di Rasmussen.
Però... mi sembra che ne parliate come per la nostra depressione, come quella che sorge nel trovarsi in coda per andare al lavoro… Suvvia, andare in canoa-kayak per noi è un divertimento! Peraltro a me viene la angoscia a dovermene stare in casa obbligatoriamente in questo periodo di m....! Saranno cavoli degli inuit se stanno male e si suicidano… trovino il modo di "ridere"( leggi fare all'amore...) con le loro mogli! Poi, per carità, sappiamo che prendere il sole - e lassù all'estremo nord in inverno non ne arriva proprio - fa molto bene perché agisce sulla sintesi endogena della serotonina, noto neurotrasmettitore che influenza il tono dell'umore, tanto che in Finlandia il tasso dei suicidi in inverno è il più alto d'Europa, ma, mi raccomando, trasponiamo in allegria il nostro pagaiare!
Ultima modifica: Dicembre 09, 2020, 06:38:20 pm da Vittorio Pongolini
Vittorio Pongolini - Canoa Club Milano

"You don't beat it. You never beat the river, chubby".  Burt Reynolds (Lewis Medlock), Deliverance, 1972.

Lorenzo Molinari

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Kayak roll: perché andò in disuso il pala lunga

Quando ero quindicenne, Andrea Alessandrini, più volte campione italiano di kayak e allora al termine della sua carriera agonistica, cercò di insegnarmi il roll “pala lunga”. Lanciava la canoa, si ribaltava e si raddrizzava in un istante con la pagaia tutta spostata lateralmente. Non ho mai visto nessuno realizzare il pala lunga con tanta sicurezze e immediatezza, per quanto non mi sia mai capitato di vedere Andrea eseguirlo in rapida, semplicemente perché non si ribaltava. Le sue spiegazioni furono esaurienti, mi aiutò nelle prove ma non riuscii nella manovra.
Pochi giorni dopo, mi venne in aiuto Cesare Fioni, detto il Nonno, scultore, fiumarolo, ex sommergibilista e istruttore di nuoto, che di acquaticità ma anche di tecnica ne aveva da vendere. Con mia meraviglia mi spiegò qualcosa di completamente diverso: il pala corta. Mi portò dove l’acqua era bassa e avrebbe potuto aiutarmi e al terzo tentativo tornai su! Il giorno seguente intervenne Walter Ratti, allievo di Andrea, che canzonò Andrea, con la sua proverbiale ironia, e mi spinse a progredire nel pala corta, dandomi ulteriori consigli per perfezionarlo e passare al roll con le ciabattine e poi a mani nude. Fui un suo buon allievo, non gli feci perdere tempo.

Ora, dopo 45 anni, ho cercato di riflettere sul perché mi fosse venuto più facile il pala corta, nonostante allora tutti spingessero per il pala lunga, affermando che fosse più sicuro ed efficace, e questo era il luogo comune di allora! Per fortuna, in quell’universo incontrai due meteore fuori dal coro: Cesare Fioni e Walter Ratti.

Queste le mie considerazioni sulle due manovre.
Il pala lunga richiede che si disponga la pala della pagaia (il fulcro) perpendicolarmente alla linea mediana dello scafo, lontana quanto la lunghezza dell’asta, rendendo particolarmente "stabile" il punto di appoggio su cui caricare (come un bilanciere che più è lontano dallo scafo, più stabilizza l'imbarcazione). Nel pala corta, invece, il punto di appoggio, la pala, risulta sempre molto più vicino allo scafo durante tutta la manovra.
Tuttavia i due punti della leva dove si applicano la forza motrice (detta anche potenza o azione) e la forza di resistenza (cioè i due punti dove poggiano le mani) sono a una distanza più ravvicinata nel caso del pala lunga, rispetto al pala corta. Nel caso del pala lunga una mano impugna l’asta e l’altra impugna la pala, che viene appoggiata al petto; nel caso del pala corta entrambe le mani impugnano l’asta, nella stessa posizione in cui si pagaia.
Poiché la manovra implica una leva di terzo genere, risulta che il lavoro (l’energia impiegata) per compiere il roll è maggiore nel pala lunga, nonostante si abbia un appoggio più stabile in acqua, che nel pala corta, a causa della distanza più ravvicinata tra le mani rispetto al pala corta.

Immagino che, ai tempi, qualche pioniere imparò il pala lunga e tutti lo seguirono non comprendendo che fosse più fruttuoso il pala corta, o forse non conoscendo neppure quest’altra possibilità.
Il pala corta, richiede meno energia nell’esecuzione, perché la leva è meno sfavorevole rispetto al pala lunga. Oltretutto si esegue più velocemente e, nel caso d’insuccesso, è ripetibile in meno tempo, perché la fase di emersione della pala verso la superficie dell'acqua risulta più veloce, in quanto la leva è meno sfavorevole (svantaggiosa) rispetto al pala lunga e la pala emerge più vicina alla canoa.

Col tempo sempre più persone adottarono il pala corta e il pala lunga andò in disuso, probabilmente senza che nessuno avesse studiato le forze in gioco nelle due manovre; semplicemente perché i canoisti di allora, sperimentando, si resero conto che il pala corta richiedeva meno energia ed era più veloce.
La scelta inziale verso il papa lunga non è neppure attribuibile alla eccessiva larghezza degli scafi dei kayak pieghevoli che allora si usavano sui fiumi (mi riferisco ai modelli il cui l’abitacolo si prestava alla manovra del kayak roll). Con questi scafi si sarebbe potuto eseguire senza difficoltà anche il pala corta.

Comprendere che il pala lunga sia inefficiente rispetto al pala corta è semplice per analogia: se pagaio con una pagaia a pala singola e alzo la mano centrale (forza motrice), lungo l’asta verso l’oliva (forza resistente), cioè l’allontano dalla pala (fulcro), dovrò compiere uno lavoro maggiore per eseguire la passata in acqua, viceversa se l’abbasso. Tant’è che la pagaiata in canoa è più efficiente che in SUP. In SUP la distanza tra forza motrice e fulcro è eccessiva rispetto alla distanza tra forza motrice e forza resistente.
Di conseguenza se prendessi due scafi identici a cui applicassi la stessa energia per la propulsione, uno spinto con la tecnica della canoa e l’altro con quella del SUP, andrebbero a velocità diverse: il SUP risulterebbe più lento della canoa.

Il badile ci offre un altro esempio di leva di terzo genere. Più tengo le mani vicine tra loro e più le tengo vicine all’estremità del manico opposta alla pala, più farò fatica a sollevare la terra nella pala. Idem la scopa o le pinze.
Nonostante le leve di terzo genere siano svantaggiose, vengono usate perché permettono di prolungare lo spazio d'azione (nel caso della pagaia, compiere una passata in acqua più estesa all’aumentare della lunghezza dell’asta) ed essere più precisi nei movimenti.
Ultima modifica: Dicembre 10, 2020, 11:19:34 am da Lorenzo Molinari

RossoFiorentino

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Finalmente Lorenzo! Mi sembrava strano che fossimo d’accordo così a lungo su un argomento! Scrivo due righe in “difesa” dei roll a pala lunga e ti chiedo di perdonare la mia battutina, perché di battutina si tratta, dato che trovo i tuoi interventi sempre molto interessanti ed il fatto che non sempre concordo è molto poco influente alla validità delle tue opinioni e di un esperienza molto, molto più lunga della mia.

Comunque, nonostante nei fatti anch’io ho trovato personalmente più facili i roll a pala corta e che mi sembra che chiunque sappia rollare tenda a preferirli, forse perché più rapidi, istintivi e quindi pratici nei casi “quotidiani”, trovo che i roll a pala lunga abbiano due pregi non indifferenti. Il primo è tecnico: un roll a pala lunga offre una finestra di azione più dilatata nel tempo, il fatto che si possano fare più lentamente perché offrono appoggio per più tempo aiuta a muovere il corpo ed il kayak correttamente e non c’è troppo bisogno di sbrigarsi. Ho visto persone farlo appositamente in tempo così lunghi che ci si chiede come restino a galla. Se da una parte il tuo ragionamento sul dispendio di energie sembra filare dall’altra un roll a pala lunga si percepisce come un’amica mossa più rilassata. Il secondo invece è forse quello più istruttivo; nonostante infatti non siano il mio forte, non che poi io sia un gran rollatore, sto ancora imparando, rollare con la pala tenuta lunga mi ha insegnato di più sulle dinamiche del roll che gli Eskimo più istintivi che riesco a fare quando tengo la pagaia in una posizione da pagaiata. Mi sembra fra l’altro sempre una questione di tempo, più dura il movimento più devo riflettere su quello che sto facendo e tendo meno ad usare la forza e a concentrarmi sulla tecnica. Questa è una mia pura intuizione che però mi sembra anche logica.

Ho visto che sui fiumi si tende molto a insegnare solo il roll a pala corta, perché è quello che alla fine si usa di più all’atto pratico, mentre sul mare e in particolare con le pagaie groenlandesi, si tende a partire dai roll a pala lunga perché sembra che spieghino efficacemente le dinamiche del roll anche se poi alla fine, anche in questa categoria, il roll a pala corta diventa il roll standard.

Lorenzo Molinari

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Il piacere della lentezza del pala lunga.

Le considerazioni di RossoFiorentino sono tutte molto pertinenti e spingono a vedere l’argomento da un punto di vista diverso dal mio, sempre molto utile.

Pur pagaiando in ogni genere di acqua, alla fine mi è capitato di dover eseguire i roll solo in torrente o surfando onde marine frangenti con kayak corti. In entrambe le situazioni è preferibile raddrizzarsi nel minor tempo possibile, e il pala corta ci viene in aiuto.
Giocando in queste situazioni, dai e ridai, il roll diventa talmente automatico, che lo si esegue senza neppure pensarci. Quindi, il pala corta è la manovra che consiglio in prima battuta, perché immediata, consente di mantenere salda l’impugnatura, ci si ritrova con la pagaia nella posizione corretta, è ripetibile in pochi istanti, impiega una leva più corta (meno stabile) ma più favorevole del pala lunga.

Tuttavia, come ci fa osservare RossoFiorentino, in fase di raddrizzamento il pala corta non può essere eseguito con la lentezza con cui, invece, può essere eseguito il pala lunga, in virtù del punto di appoggio molto più lontano e stabile. C’è da chiedersi che vantaggio ne derivi.
Per chi scende torrenti o va a surfare tra le onde forse nessuno ma, per chi pagaia per mare e per laghi, l’avere piena padronanza del pala lunga offre maggiore sicurezza, garantendo una più elevata probabilità di riuscita della manovra al primo colpo. E mi riferisco a quelle situazioni di navigazione in mare aperto o lungo coste inaccessibili, non solo per la loro verticalità ma, soprattutto, quando le onde rendono pericoloso l’approdo su spiagge non riparate. Ovvero in quelle situazioni di mare agitato in cui un eventuale ribaltamento potrebbe trasformarsi in un dramma, se non si sapesse raddrizzarsi o non si riuscisse a risalire dall’acqua, e con temperature dell’acqua bassa o con vento a raffiche, che potrebbe far perdere il contatto con il kayak (nel caso non fosse vincolata al kayaker) o con la pagaia (nel caso non fosse vincolata al kayak) o, infine, se il ponte del kayak fosse occupato da sacche o altro materiale che impediscano un’agevole risalita dall’acqua.

Da ragazzo mi divertivo col mitico Lanciotto Saltamerenda, mitico non solo per il nome, a fare col kayak le cose per noi più bizzarre, oltre a usare i kayak olimpici come SUP, senza sapere cosa fossero i SUP, gareggiavamo a chi pagaiava per più metri stando capovolti e in apnea, ovviamente ignorando che anni dopo sarebbe diventata una delle prove del Greenland National Kayaking Championships. Così come passavamo il tempo inventandoci esercizi con la pagaia o con una paletta, stando a lungo capovolti con la testa a pelo dell’acqua per poter respirare. Non sapevamo neppure cosa fosse lo squirt, anche quello non era stato ancora inventato e il volume dei nostri kayak ci impediva di immergerli ma, man mano che l’acqua passava dal paraspruzzi di nylon e affondavamo, altri esercizi potevano essere inventati. Tutto in piena calma, per prolungare le apnee, quando necessarie, e non stancarci con movimenti bruschi. Vedere, oggi, i campioni di roll groenlandese eseguire le loro manovre con lentezza, specie quelle in cui è impiegata l’intera leva della pagaia, è uno spettacolo e trasmette un grande senso di tranquillità.
Il pala lunga può favorire lo sviluppo dell’acquaticità, più del pala corta: aiuta a capire la correttezza dei movimenti che compongono il roll, insegna a raddrizzare prima la canoa e poi a uscire col corpo e, infine, con la testa, mostra i vantaggi e gli svantaggi derivanti da come si dispone il corpo.

Concludendo, come istruttore ho sempre insegnato prima il pala corta, poi, caso mai, il pala lunga. Tuttavia, al di là che trovandosi in rapida a testa in giù sia preferibile un repentino pala corta e in mare convega fare quello che ci viene meglio (tenendo conto anche del peso del bagaglio, che nelle crociere può essere considerevole), intrattenersi a giocare d’estate col pala lunga in acqua ferma è un’ottima scuola.
Ultima modifica: Dicembre 10, 2020, 06:02:52 pm da Lorenzo Molinari

santino spada

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 Buon giorno a tutti .
Ringrazio Lorenzo per gli approfondimenti che fa .
Vorrei sapere che libri a scritto sulla kayak / canoa .
Grazie

Lorenzo Molinari

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L’arte del roll in stile groenlandese.

Il post precedente lo avevo intitolato: “Il piacere della lentezza del pala lunga” ma non accennavo al tipo di kayak e pagaia impiegati, semplicemente mettevo in risalto come il pala lunga possa essere eseguito con maggiore lentezza del pala corta, per via del suo appoggio più stabile, nonostante sfrutti una leva più sfavorevole, e come in acqua bianca sia meno indicato.

Il modo con cui si esegue un roll, però, dipende in larga misura anche dall’attrezzatura. Una cosa è farlo con un kayak da creek, altra è farlo con un kayak agonistico da discesa e, altra ancora, con un kayak da mare. Inoltre, per ciascuna tipologia di kayak esistono modelli con scafi molto diversi tra loro, che si comportano in modi altrettanto diversi, non solo in navigazione ma anche nel roll.
A loro volta, kayak e pagaie in stile groenlandese si comportano nel roll in modo completamente diverso dalla maggior parte degli altri scafi. Vediamo perché.

Il mio intento non è mai didattico, per questo ci sono i manuali e le lezioni in acqua, tuttavia spenderò due parole anche su aspetti tecnici, cercando di essere comprensibile (spesso è più facile fare che spiegare). Ben venga il contributo di altri, più competenti nello specifico.

Le manovre di kayak roll, qualunque esse siano, eseguite con kayak e pagaie non in stile groenlandese, sono soprattutto di forza. La forza impressa può anche essere modesta, più o meno equivalente a quella con cui si compie una pagaiata, ma di forza sempre si tratta. Le stesse manovre con attrezzature groenlandesi possono richiedere esclusivamente coordinamento. Ciò vale per i kayak in uso nella Groenlandia occidentale e orientale, non per tutti i kayak artici e sub artici, tra loro anche molto diversi.
In particolare, i roll, eseguiti con attrezzature in stile groenlandese, che terminano con il corpo adagiato all’indietro sul ponte del kayak, possono richiedere esclusivamente il coordinamento dei movimenti. Questi roll si possono svolgere in totale lentezza, soprattutto in virtù della forma dei kayak Inuit:
-   il ponte è molto basso sull’acqua;
-   il ponte posteriore è piatto;
-   la forma “sfaccettata” dell’opera viva consente un’accentuata stabilità secondaria;
-   la pagaia tradizionale in legno consente appoggi morbidi e ben distribuiti, favoriti dalla forma allungata delle pale; inoltre, se appoggiata sull’acqua è un ottimo galleggiante.

Poiché i kayak e le pagaie moderne occidentali tipicamente non rispondono a queste caratteristiche, un kayaker, non avvezzo all’uso di kayak e pagaie groenlandesi, potrebbe trovarsi in seria difficoltà a eseguire un roll con attrezzature groenlandesi (e viceversa), nonostante i roll da noi praticati siano di diretta derivazione da quelli Inuit.

Cerchiamo di capire come avvengono i roll basati esclusivamente sul coordinamento, focalizzandoci su quelli che terminano con il corpo e la testa riversi all’indietro. Il corpo e la testa ruoteranno verso la parte posteriore del kayak, risalendo verso la superficie (spalle verso il fondo), e il bacino accompagnerà il movimento. La risultante determinerà il parziale raddrizzamento del kayak, fino alla posizione di stabilità secondaria. Il corpo scorrerà sul ponte posteriore del kayak, fino a stendersi su di esso. Questa operazione si compie agevolmente, poiché il ponte è basso sull’acqua. Con lo spostamento del peso del kayaker sul ponte, si recupererà la posizione di stabilità primaria. La manovra, se si è abili, non richiede alcuno sforzo. La pagaia funge da mero punto di appoggio ed equilibrio. Il raddrizzamento dipende dal movimento armonico e coordinato del corpo, della testa e del bacino, e potrà anche essere eseguito con la stessa semplicità impugnando la pagaia con una sola mano o senza pagaia. Il passaggio dalla posizione di stabilità secondaria a quella primaria avviene con la stessa naturalezza con cui un funambolo ritrova l’equilibrio muovendo le braccia o la pertica.

Al contrario i roll con quasi tutti i kayak moderni occidentali, salvo gli scafi ispirati a quelli groenlandesi, richiedono che la pagaia sia usata come leva, sulla quale imprimere la propria energia. Altrimenti il solo coordinamento non basta per venire su, per quanto necessario. Ruotare prima lo scafo, quindi emergere con il corpo e poi con la testa, riducono enormemente la spinta da esercitare sulla pagaia ma senza questa spinta, più o meno energica, non ci si raddrizzerà. La sostanza non cambia nel roll senza pagaia.

Il roll groenlandese è certamente più affascinante del nostro che, a confronto, appare grezzo e un po’ brutale.
Non pensate che mi sia convertito! Continuo a preferire attrezzature moderne occidentali, non dedicandomi solo al roll ma a navigare su lunghe distanze, anche con equipaggiamento di più giorni. Quindi prediligo kayak capienti, con ampi pozzetti, abitacoli comodi, con scafi che sfruttino la loro lunghezza e che si comportino altrettanto bene sulle onde, con ponti che scarichino velocemente l’acqua e che non siano troppo esposti al vento e non disdegno affatto il timone; così come prediligo pagaie che minimizzino la turbolenza in acqua. Diversi modelli di kayak da mare sono comunque stati progettati cercando di ottimizzare le esigenze dei kayaker occidentali e, nel contempo, garantire i vantaggi dei kayak groenlandesi. Per quanto, nei fatti, io mi accontenti del mio vecchio KdM 500 della ASA Canoe (lungo 500 e non 520, come molti pensano e lo denominano), a cui mi sono affezionato e con cui ho compiuto fantastiche navigazioni in ogni condizione, avendo priorità più “essenziali” che rinnovare il mio parco canoe.
Quindi, al di là del piacere personale a utilizzare un’attrezzatura piuttosto che un’altra, merito ai pregi di quella in stile groenlandese.

Per chi fosse digiuno di roll in stile groenlandese, può trovare su YouTube numerosi filmati illustrativi per comprendere questa particolare arte, perché, a ben vedere, di arte si tratta.

Vittorio Pongolini

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Mi raccomando però, Lorenzo, ottimo compagno di diversi viaggi canoistici in Europa ed in America negli anni lontani e vicini, sono tutte informazioni grandiose quelle che dai e, come sempre, per questi argomenti storici, c'è molto interesse, ma per noi e per i nuovi appassionati ricordiamo che, da che il mondo della canoa/kayak è mondo, quello che chiami con vezzo "kayak roll" si chiama "ESKIMO"! Da sempre da noi si dice "fare l'eskimo" o "eskimotare" o "eskimare". La desinenza "are" è aggiunta al sostantivo "eskimo" ed appartiene alla prima coniugazione. Nei racconti delle nostre peripezie tra amici e soci di club canoistici ci si dice che "Tizio ha fatto l'eskimo...", "Caio ha provato l'eskimo tre volte ma poi è andato a bagno…", "Sempronio ha tirato l'eskimo al pelo prima di andare ad incravattarsi a testa in giù contro il sasso…" etc.. Si dice poi "Scuola di Eskimo" relativamente ai corsi che si tengono nelle piscine d'inverno e in estate, di sera, direttamente nei laghi e laghetti dei camping dei raduni, e via di seguito. Roll è l'abbreviativo di "Eskimo roll" ed è di origine americana e forse non abbiamo bisogno di importare anche questo nuovo modo di raccontare la manovra più salvifica che esista nella pratica del nostro sport, sia che si tratti di canoa fluviale che di kayak da mare, ed è da sempre l'obiettivo tecnico più importante che il neo canoista/kayaker vuole raggiungere nel più breve tempo possibile per sentirsi sicuro con se stesso per la pratica del nostro splendido sport. Auguriamoci che questa maledetta pandemia ci consenta a breve di ritornare a imparare e praticare nelle piscine l'eskimo perché si perde l'abitudine nel farlo sia non facendolo per molto tempo - non sempre è un vantaggio essere troppo bravi ad appoggiarsi sull'acqua considerando la perdita di capacità nell'eskimotare - che avanzando con l'età. Bisogna pertanto imporsi di provare nei momenti e nei punti giusti a tirare qualche eskimo ad ogni uscita per potersi trovare nella stessa condizione dei migliori eschimesi che conoscevano le tecniche dell'eschimo (o eskimo) per togliersi dall' impaccio di fare dei bagni e quindi di averlo a disposizione in ogni momento in cui ci sia richiesto dagli eventi.
Vittorio Pongolini - Canoa Club Milano

"You don't beat it. You never beat the river, chubby".  Burt Reynolds (Lewis Medlock), Deliverance, 1972.

Lorenzo Molinari

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Quale termine utilizzare per indicare la manovra di raddrizzamento in kayak?

Ha ragione Toio, tutti noi più anziani abbiamo sempre usato la parola "eskimo" per indicare la manovra di raddrizzamento del kayak, in quanto inventata e praticata dagli "eskimesi". Oltretutto questa parola è ampiamente utilizzata ancora oggi sia in Italia sia all’estero.
Tuttavia - come forse avevo scritto in un post precedente - al popolo Inuit non piace essere chiamato "Eskimese", perché ritenuto un termine dispregiativo. Tale parola pare la usassero i loro nemici Cree del Canada e che significasse "mangiatore di carne cruda". Al di là che gli Inuit non fossero vegani - e su questo spero non vi sia da discutere -, ritengono offensivo essere appellati con un nome che richiami la loro alimentazione. D'altro canto non avevano scelta, visto che a quelle latitudini sedano e ciliege non si possono coltivare (qui però ci vorrebbe la certificazione dell’amico agronomo).
Per completezza c’è anche chi sostiene che “eskimese” in origine significasse “uno che allaccia le ciaspole”, che, successivamente, il termine sia stato interpretato in “mangiatore di carne cruda” e che questa espressione abbia poi prevalso al di fuori del popolo Inuit.

D’altronde questo popolo si identifica proprio con il termine “Inuit” e sarebbe più appropriato chiamare la manovra di raddrizzamento nella loro lingua: “atsapaluak” o “akhaktuqin” lingua Inuit e/o Inuinnaqtun, oppure "aksraktug” in lingua Iñupiat, che è una lingua molto simile a quella Inuit (i tre termini li ho trovati nei dizionari delle rispettive lingue). In inglese la manovra diventa "roll", o "Inuit roll", cioé roll inuitiano, roll degli Inuit, generalizzando "kayak roll", o, più semplicemente, “roll”. Chi non amasse la contaminazione della nostra lingua con termini stranieri, la parola più indicata è “raddrizzamento”, un po’ lunga e poco pratica ma lo sarebbe ancor meno la traduzione letterale di "Eskimo roll": “rotolamento di mangiatore di carne cruda”, che però potremmo sintetizzare in “involtino”! Che ne dite?

Sarei lusingato se un Inuit venisse a leggere i miei post nel forum, oltretutto in italiano, per ascoltare il suo parere sulla mia traduzione! Meglio di no.
Viceversa anche noi desideriamo essere chiamati italiani e non mangiatori di spaghetti, al di là che in generale e in certi contesti se mi chiamassero “mangiatore di spaghetti” non mi sentirei offeso e sorriderei. Tuttavia, se durante un incontro ufficiale di capi stato si rivolgessero a Mattarella chiamandolo “mangiatore di spaghetti”, credo che avremmo ragione a risentirci. Allo stesso modo usare “eskimo" o eskimese", accettabile come battuta in un contesto idoneo, è poco rispettoso verso questo popolo.

Idem “pelle rossa” e “negro”, e non è una questione di “politicamente corretto”, come forse potrebbe essere nel caso di “diversamente abile” anziché “disabile”, o “operatore ecologico” anziché “spazzino”, o “bidello”... Forse a un diversamente abile non gliene frega nulla della parola disabile, ciò che gli frega è, purtroppo, la sua disabilità e poterne minimizzare le conseguenze. I disabili hanno posti riservati, gare agonistiche separate, ecc. la loro disabilità è oggettiva, esiste una differenza concreta; quindi ritengo che cambi poco o nulla tra “disabile” o “diversamente abile”, nessuno dei due ha un significato dispregiativo. Un nero, invece, potrebbe alterarsi se lo si chiamasse “negro”, per la connotazione negativa insita il quel termine, visto che nascere bianchi o neri non dovrebbe comportare alcuna differenza in questo mondo. Al di là dei ragionamenti di Maurizio sulle razze, che condivido nel contenuto, nascere bianchi o neri, ad esempio, negli Stati Uniti, non dovrebbe fare differenza nelle elezioni presidenziali; mentre, invece, ahinoi, il colore della pelle pare faccia una qualche differenza se si corrono i 100 m piani e nella boxe…

Pertanto nel mio piccolo evito di usare i termini “eskimo” ed “eskimese”, così come il termine “negro”, poi ognuno faccia quello che gli pare. Alla peggio si beccherà un pungo da un nero, e io una scopettata da uno spazzino!
Concludendo, però, mi sorge un grave e serio grattacapo, che - temo - potrebbe tenermi sveglio tutta la notte! Come dovremo chiamare quel cappottino verde col cappuccio, imbottito di pelo simil pecora?
Uhm… Uhm… Beh…. ma non è che è passato di moda da mo’? Dai, che stanotte si dorme!

Dibattito aperto…
Ultima modifica: Dicembre 17, 2020, 01:27:28 pm da Lorenzo Molinari

marco ferrario (eko)

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Come dovremo chiamare quel cappottino verde col cappuccio, imbottito di pelo simil pecora?
Uhm… Uhm… Beh….

Beh ... a questo punto, non rimane che tornare per qualche minuto ai bei ricordi di gioventù.   :)  "ed io che ho sempre un eskimo addosso ..." voglio fare questa dedica a Lorenzo

https://youtu.be/VV2VcnKrkSA

ringraziandolo per la cultura dei suoi interventi. 
Ti leggo sempre con molto piacere.



Ultima modifica: Dicembre 17, 2020, 07:19:02 am da marco ferrario (eko)

Vittorio Pongolini

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Ao, Lorè… famme sto piacé, e te lo redico in romanesco...se chiama eskimo...ESKIMO...ESKIMO!! Famme un po' meno de stile aulico, se no me sembri un...D'Annunzio groenlandese! Te serve anche per sarvarte la pellaccia prima de annà a nuotà in un rapidone o nel ber mezzo der Tirreno! Tirate fora e lassa sta' l'etica dei eschimesi! TIRATE FORA CO' 'STA PAGAIA!!
Vittorio Pongolini - Canoa Club Milano

"You don't beat it. You never beat the river, chubby".  Burt Reynolds (Lewis Medlock), Deliverance, 1972.