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Enrico Francesconi e la sua Esplora

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marittimo

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  • pagaiar m'è dolce in questo mare
Un appunto di "storia della costruzione delle canoe e kayak italiane", ovvero quasi archeologia industriale navale.


È una storia che purtroppo non conosco ma che mi piacerebbe studiare.
Conosco invece un po’ di storia di progettazione e costruzione navale relativa alle barche a vela da diporto e da regata, e forse potrebbero esserci alcune similitudini.

Il progetto di uno scafo nasceva, più che altro, dalla ricerca empirica e rappresentava l’evoluzione di uno o più scafi che avevano dato ottime prestazioni.
Molti dei migliori progettisti di fine 800 e primi 900 (la Coppa America era già una realtà) partivano da schizzi a matita e da alcuni calcoli preliminari, per poi realizzare un modellino in legno di mezzo scafo. Con un pantografo venivano ricavate linee d’acqua e sezioni per realizzare un modello intero da testare nelle vasche di prova.
Oggi si usano computer e programmi di fluidodinamica ma il sistema progettuale cambia poco. Basta vedere come sono le barche moderne, praticamente tutte uguali e figlie di quelle sperimentate nelle varie regate.

Sembra sia così anche per i kayak.
Si prende un modello di successo, a sua volta nato dall’esperienza, e si ricava lo stampo apportando eventualmente alcune modifiche per renderlo più moderno o per migliorarlo ulteriormente. E così via per i modelli successivi.

Il primo cantiere italiano che produsse barche in vetroresina è stato l’ALPA (Azienda Lavorazioni Plastiche Affini), in provincia di Cremona, dalla fine degli anni 50.
Era un materiale allora sconosciuto, anche per quanto riguardava longevità e resistenza.
Di conseguenza si abbondava con gli spessori, ottenendo barche molto robuste ma pesantissime, ancora oggi diffuse e apprezzate dai cultori delle linee classiche.

Forse un po’ come i kayak di Francesconi, di cui ogni tanto si decanta la robustezza e lo spessore del materiale.