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Una lettura domenicale. Il nano Bagonghi: un piccolo grande uomo

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Vittorio Pongolini

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Il nano Bagonghi: un piccolo grande uomo (con un tragico epilogo in sandolino, canoe d'anteguerra)

Era nato a Galliate nel 1892 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri, Giuseppe Bignoli.
Il papà si chiamava Carlo, la mamma Giovanna Martelli, lui terzo di quattro fratelli tutti maschi.
Il problema di Giuseppe Bignoli, detto “Giusipin”, è che non cresceva e non crebbe mai. Era un nano, benchè nella famiglia Bignoli non ci fossero stati precedenti del genere. Frequentò le elementari fino alla sesta, ma la sua statura, la sua condizione di nano, lo resero zimbello degli altri ragazzi, i coetanei.
Da piccolo, la mamma Giovanna, rassegnata, lo portava in una cesta sulle spalle, e lo faceva dormire in un letto più simile ad una culla. Purtroppo Giusipin non cresceva, per la disperazione della sua bella laboriosa famiglia. Di notte, mentre guardava nel buio, Giusipin pensava al suo futuro. Al massimo poteva aiutare nella campagna; non poteva certo aspirare ad altri impieghi perchè la sua statura arrivò fino a 75 centimetri e poi si bloccò. Gli venne in aiuto la sorte, sotto forma di un circo equestre che alzò le sue tende a Galliate, il circo di Aristodemo Pellegrini.
Un circo come tanti in quei tempi di fine Ottocento: trapezisti, pagliacci, cavallerizzi, qualche bestia poco feroce. Il Pellegrini lo vide fra il pubblico e lo convinse ad intraprendere la carriera del circo.
La famiglia dei Bignoli non era certo contenta di quella sua decisione, ma Giusipin tacitò tutti fuggendo con i carrozzoni del circo, l’alba in cui Pellegrini lasciò Galliate. Era l’estate del 1905.
Disperato il padre lo cercò per alcuni giorni, fu respinto alla frontiera con la Francia, tornò a casa rassegnato.
Il circo Pellegrini portò il nanetto galliatese in Francia; il generoso Aristodemo lo trattava come un secondo padre, gli insegnava alcuni trucchi del mestiere, e poi lo cedette al circo francese della famiglia Rancy, dove erano apprezzati gli specialisti con i cavalli.
Qui Giuseppe Bignoli assunse il nomignolo di “Bagonghi”, che era appartenuto ad un nano bolognese che si esibiva nei circhi affrontando personaggi forzuti in improbabili scontri di lotta e pugilato. Dalle sorelle Rancy imparò tutto o quasi sui cavalli, divenne un cavallerizzò di straordinaria abilità e seppe ritagliarsi un suo ruolo nello “spettacolo più bello del mondo”.
Strappò buoni contratti, deliziò il pubblico, si fece un nome sui cartelloni. Nel 1910 attrasse l’attenzione di un altro circo famoso, quello tedesco dei Schumann. “Bagonghi” debuttò a Berlino e diventò subito un divo, perchè il pubblicò delirava per le sue acrobazie e piroette sul cavallo, per le smorfie e i versi con cui faceva ridere la gente. Era diventato un autentico e completo “clown cavallerizzo”. 
A diciotto anni era considerato dai critici il miglior cavallerizzo da circo. Venne conteso da diversi impresari, alla fine scelse un circo americano prestigioso, quello dei fratelli Wirth. Attraversò l’Oceano, andò in America, non come povero emigrante, bensì come “stella” del circo che, a quei tempi, era ancora uno spettacolo di classe e con pubblico raffinato.
Dai Wirth al Barnum, Ringling and Bailey il passo fu automatico. Approdavano al Barnum, il più celebre circo del mondo, soltanto gli artisti e i “numeri” più eclatanti: l’uomo con due teste, la donna barbuta, troupe di trapezisti che si esibivano senza rete, giocolieri con “numeri” quasi impossibili.
Bignoli “Bagonghi” trovò presto il suo spazio; anzi era così impegnato di lavoro e guadagnava così bene che chiamò dall’Italia uno dei suoi fratelli, Paolo, per fargli da “spalla”. Restò con il Barnum fino al 1926, dopo aver compiuto straordinarie “tournées” in tutto il mondo, dopo aver trionfato sia nell’America del Nord che in quella del Sud, con frequenti puntate in Europa.
Durante un applauditissimo “tour” in Australia, Giusipin Bagonghi si innamorò di una nana australiana, Irene Thompson, poco più alta di lui. La sposò ad Adelaide e con la sua mogliettina si concesse una magnifica luna di miele in Polinesia. Ci sono foto che lo testimoniano. Purtroppo, durante la crociera durata un mese, vennero a galla i caratteri dei due sposini. Lui era irascibile, geloso, anche manesco. Lei, un peperino mica da ridere. Si insultavano e si menavano un giorno sì e l’altro pure, e alla fine si separarono.
Giuseppe Bagonghi, carico di gloria e di dollari (duramente sudati), concluse la sua attività circense nel 1926. Aveva già 34 anni che per un nano non sono pochi. Era stanco di girare il mondo. Tornò nella sua amatissima Galliate, e si fece costruire una casa adatta alle sue misure in via Parini. Una villetta che esiste ancora, opportunamente ristrutturata.
Si fece costruire dalla FIAT un’automobile speciale con i comandi al volante, e con quel macchinone circolava per Galliate e Novara come un principe. A volte lo si ammirava per le vie di Galliate scorrazzare su un cavallo bianco. Una scena felliniana.
Diventò amico personale e “mascotte” nell’emergente e poi grande pilota di moto e di auto Achille Varzi, pure lui galliatese. E lo seguiva nelle corse che si disputavano in Italia. Spesso era a cena con gli amici galliatesi, a capotavola, come si addice ad un anfitrione. Giocava a carte sia nei caffè di Galliate che in quelli di Novara, e voleva sempre vincere, sbirciando le carte degli avversari dall’alto di uno sgabello di suo uso personale.
Fu anche molto benefico con le istituzioni di Galliate, specie quelle dedicate ai bambini non fortunati, e con il Santuario di Boca. Viveva da signore, rispettato da tutti. Partecipava ai Carnevali di Novara e dei paesi limitrofi, e naturalmente era sempre fra i premiati. Trovò anche una fedele compagna in Teresa Ravetti, una gentile signora di Borgomanero, che gli restò accanto fino agli ultimi giorni della sua vita. 
Il 6 settembre del 1939, Bagonghi si recò presso il ponte del Ticino, fra Galliate e Turbigo, per divertirsi con il suo sandolino che era in custodia presso la Canottieri. Volle provare un passaggio fra i due pilastri centrali dove l’acqua scorre veloce, provocando numerosi mulinelli. Non seppe reggere il leggero sandolino che si rovesciò trascinando Bagonghi nelle acque già fredde.
Tentò di aggrapparsi alla barchetta, ma non riuscì a vincere la forza della corrente che inesorabilmente lo trascinò fin verso le sponde lombarde. Lo trovarono su una spiaggetta di Cuggiono, morto annegato. Dopo alcuni giorni di affannose ricerche, anche notturne, il suo corpo venne scoperto e portato a Galliate, dove seguirono funerali eccezionalmente partecipati. Con in testa i caporioni del fascismo in divisa completamente bianca, quella del loro lutto.
Giuseppe Bignoli, il più famoso di tutti i “Bagonghi”, aveva soltanto 47 anni; aveva vissuto una vita stupefacente. Era stato capace, con la sua intelligenza e la sua forza di volontà, di riscattare un destino bieco e ostile.
Vittorio Pongolini - Canoa Club Milano

"You don't beat it. You never beat the river, chubby".  Burt Reynolds (Lewis Medlock), Deliverance, 1972.

Vittorio Pongolini

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Perchè non si vedono piùl e foto del nano (canoista) Bagonghi?
Vittorio Pongolini - Canoa Club Milano

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Francesco Balducci

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Ho letto ora il tuo breve racconto e finalmente dopo moltissimi anni riesco a comprendere l'espressione verbale di mio padre che era solito dire, quando ero bambino " guarda quello, sembra un bagonghi !" pensavo fosse una parola onomatopeica e dialettale del sud,con il significato di " persona strana e curiosa a vedersi" Ora ne ho catturato l'origine. Grazie Tojo