Autore Topic: Appunti di Slalom e di Vita...  (Letto 47009 volte)

Marzo 28, 2011, 12:45:31 am
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Ettore Ivaldi

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E’ una strada lunga lunga e larga larga per arrivare alla diga di Itaipu. La percorro tutti i giorni per andare e tornare alla mattina e per andare e tornare alla sera finito il secondo allenamento. E’ una strada popolata e colorata. Qualche volta nel primissimo pomeriggio mi fermo ad un chioschetto a bere un caffè lungo lungo che ingoio grazie solo alla quantità di zucchero che riesco a farci stare nella tazzina di plastica. L’illusione però di bere il caffè mi desta da quel momento di chetichella che mi prende a quell’ora. Eppure a pranzo mangio  veramente poco e tante volte salto perché tra una cosa e l’altra non ho molto tempo, quindi non dovrei avere momenti bui. Al ritorno, viceversa assetato più che mai, mi fermo all’angolo della via dove ci sono gli uffici della Federazione Brasiliana per bermi una bomba ghiacciata  di vitamine e zuccheri. Qui ogni giorno sosta un Volkswagen Van, ve lo ricordate quello arrotondato, uno dei primi nove posti che guidavi praticamente restando in piedi sul volante. Bene, all’interno, eliminati i sedili ha preso posto una macina dove, la gentile signora che mi sa tanto da druido Panoramix, ci infila la canna da zucchero e l’ananas. Il tutto funziona con un motore a scoppio e dopo vari passaggi puoi bere, con meno di  mezzo euro, questa sorta di bevanda magica. L’effetto è spettacolare dopo una giornata passata sul campo di allenamento!

Lungo i 10 chilometri che mi separano dall’albergo al canale di canoa ho il tempo per guardarmi attorno e sempre scopro lati che non avevo mai visto in questo mio primo mese qui a Foz do Iguacu. Un punto preciso però aspetto sempre con molta ansia e con curiosità e ogni volta mi sembra di vederlo per la prima volta... è lo stesso effetto che mi fa Amur, ma questo magari ve lo racconto un’altra volta. La strada dalla città al canale  sale leggermente e a poco meno di due chilometri dall’entrata ufficiale  alla diga più grande al mondo si arriva sul punto più alto. In quell’istante si ha  la visione della maestosità di quanto è grande e immensa questa struttura. La strada davanti a me scende e permette così di spaziare con la vista da est a ovest per qualche secondo. Hai sull’orizzonte la diga che incontra il cielo e sembra fondersi in una vista surreale.
In questa brevissimo tempo di transito ci si interroga sul mondo e sulla sua esistenza. Uno spazio temporale brevissimo, ma che come lampi nella notte, ti illumina.  L’occhio, ormai allenato a quel panorama, riesce anche a cogliere sullo sfondo la nube d’acqua che si forma da uno dei tre scoli di contenimento. Il risultato della fotografia è quello di altri tempi, immagine che si sfuoca e ti lascia esterefatto ... non so’ se e quando riuscirò ad abituarmi a questa quotidiana visione. Una volta superata la barriera per entrare ai Itaipu con tanto di guardie e controlli accurati, si entra ai piedi della diga e ti catapulti in  un altro mondo. Tutto è perfetto, l’aspetto della strada è liscio con spartitraffico di fiori che ti fanno entrare piano piano nella natura. Pochi chilometri e si incontra un laghetto invaso dai capivara. Questo è il bacino artificiale alimentato dal Paranà che rimane circa 3 chilometri a monte. Da qui prende vita il canale di slalom che nel 2007 ospitò i Campionati del Mondo e dove noi ogni giorno ci passiamo diverse ore. Fra non molto qui verrà costruita una struttura con uffici, sala video, spogliatoi servizi, palestra che ci renderà la vita molto più facile risparmiandoci gli 80 chilometri giornalieri di trasporto.

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

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Marzo 30, 2011, 11:36:17 pm
Risposta #1

Ettore Ivaldi

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prosegue...

ora però mi piacerebbe fare un giochino semplice semplice perché secondo me ci sono ancora molti allenatori che pensano di insegnare tecnica e conoscenza ai giovanissimi, cosa pretenziosa e piuttosto limitante. Sono loro viceversa che ci regalano la possibilità di crescere e scoprire nuove evoluzioni tecniche. Mah! Seguitemi e rispondetevi  ad alta voce.
Nella canadese monoposto abbiamo avuto quattro  precise epoche. La prima iniziò con la storia dello slalom e cioè pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Cioè quando? ... rispondete a grandi linee....
Vi aiuto. Il  1945 ha rappresentato l’ultimo atto della guerra, lo slalom esordì solo quattro anni più tardi. Cioè quando?
Già che ci siamo scopriamo anche dove è stato disputato il primo campionato del mondo. Vi aiuto sempre io e vi dico laddove si mantiene a tutt’oggi la massima indipendenza dall’Europa, proprio nel suo centro. Si scia molto e Mikel Kurt è lo slalomista di quella nazione che è arrivato secondo in coppa del mondo. Facile no! Di che nazione si tratta?
Bene solo 20 anni dopo i primi mondiali abbiamo la prima vera sterzata per la categoria della canadese monoposto; ad imporre tecnica, canoe e stile sono gli atleti della primavera di Praga. Parliamo cioè della?
Uno stile basato principalmente su una forza brutale, ma anche da diverse ore passate fra i paletti dello slalom. Chiusa la loro stagione è la volta degli uomini di Bill Endicott a stelle e strisce. Parliamo cioè degli?
Bene il maggior interprete di allora fu un personaggio mitico che porta lo stesso nome di Bon Jovi il cantante o, togliendo una n e una y, dell’attore Depp. Si tratta cioè di? Ok ci siete con il nome e ora per il suo cognome basterà metter davanti al nome del suo allenatore una “elle”, una “u” e una “g”. Chiarissimo no?
Arriviamo alla terza grande generazione: l’attuale. Un transalpino e cugino di noi italici e uno slovacco. Il primo di che nazione è?  
Bene abbiamo giocato e voi avete  scoperto che il primo mondiali di canoa slalom si disputò nel 1949 in Svizzera. A dettare legge dal 1969 in poi sono gli atleti della Cecoslovacchia, che hanno passato l’eredità agli atleti degli Stati Uniti d’America  e che il personaggio mitico è Jon Lugbill. Ora un francese e uno slovacco sono gli attuali leader della categoria.
Ecco questa è la “scoperta guidata”:  costa energia e tempo perché per dirvi tutto ciò si possono usare 5 righe o 22! Nel secondo caso la fatica è evidente a tutti, ma il  risultato è quello di condurvi ad usare l’intuizione e non semplicemente sentire delle belle storielline che tra le altre cose vi avevo già raccontato in vecchi appunti e aneddoti. La domanda che sorge quindi è: questi atleti che hanno cambiato la storia si sono limitati a seguire le strade dei vecchi, ad obbedire ciecamente alle regole tecniche proposte da chi li ha preceduti o la loro evoluzione è frutto di intuizioni, scoperte personali, nuovi stili e sfruttamento di innovazioni di materiali e mezzi?
L’altro aspetto che desidero sottolineare quindi è la necessità di utilizzare e di far lavorare con i più giovani persone preparate ed educate a ciò. E’ facile prendere il primo che passa  e farlo divertire alle spalle dei ragazzi ridendo dei loro errori e della difficoltà con cui si propongo percorsi assurdi che metto in chiara evidenza l’incapacità non tanto di chi è sull’acqua ma di chi li propone. O ancora offrire ruoli di tecnico a chi dichiaratamente lo fa per i quattro euro che gli vengono offerti, pur sapendo che con questo sistema non si va da nessuna parte. La gravità maggiore però arriva da chi, pur essendo consapevole e responsabile di un settore importantissimo come quello giovanile, accetta tutto ciò!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

continua ...

Aprile 02, 2011, 08:16:38 pm
Risposta #2

Skillo

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Nel tuo bellissimo e condivisibilissimo ragionamento c'è però il seme del male: se questa linea viene presa letteralmente il tecnico non ha più ragion d'essere tecnico ma, al più, semplice testimone delle esperienze dei "suoi" atleti. Atleti che, invece, devono diventare tecnici di loro stessi e servirsi di altri tecnici, veri tecnici.
Infatti, questa interpretazione distorta della bella teoria che ci hai illustrato è esattamente quanto accade nel settore slalom federale. Lì un signore dice esattamente le cose che ci hai appena detto tu: "il tecnico non serve perché gli atleti fanno la canoa del futuro".
Quindi egli fa il non-tecnico trincerandosi dietro questa frase. La verità è che egli il tecnico NON LO PUò fare; non ha le basi tecniche, l'occhio, la sensibilità, l'attitudine e il carisma per POTERLO fare.

Dal canto mio, semplicemente, penso che il tecnico dovrebbe usare i mezzi che ha per portare i suoi atleti allo stato dell'arte, dopodiché SI FA lo stato dell'arte.
Prima impari bene la matematica e la fisica e poi, forse, sarai in grado di sfornare una teoria della relatività.

Aprile 04, 2011, 01:36:01 pm
Risposta #3

Ettore Ivaldi

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In realtà io non dico assolutamente che il tecnico non serve e credo che su questo forum molto spesso ho espresso la mia opinione relativamente a ciò. Ho sostenuto e sostengo che il tecnico deve fare questo mestiere a tempo pieno e non può essere un secondo lavoro o semplicemente una passione legata al volontariato e deve essere soprattutto preparato.
Il ruolo del tecnico è quello di guida alla scoperta dell’individuo. Anche per la  matematica o per la fisica  è fondamentale guidare i giovani alla scoperta attraverso il ragionamento e non  limitarsi  a dettare formule e teoremi. Se sai ricavartele resteranno impresse nel tuo DNA , all’occorrenza riemergeranno spontaneamente e saprai avvalertene in diverse occasioni ed ambiti...altrimenti ...come sono venute se ne vanno.
Tanto più quando  parliamo di espressività corporea. Il tecnico può solo tirare fuori ciò che un giovane o un atleta evoluto ha già dentro di sé deve cioè, come dici tu, portarlo allo stato dell’arte per poterla realizzare ed esprimerla.
E’ un lavoro lento, delicato che implica una presenza fisica costante e sapiente e che passa ovviamente attraverso principi fondamentali che non si possono saltare a piedi pari.
Quando si è parlato di “J” stroke abbiamo letto tutti i vari commenti sul gesto specifico, la difficoltà è quella di trasmettere all’allievo queste informazioni. Come si deve fare, qual’è la strada da percorrere? Secondo il mio modestissimo parere è solo attraverso la scoperta personale che si riesce a percepire ed evolvere ogni singola tecnica. Altrimenti diventiamo semplicemente delle macchine fotocopiatrici in grado magari di fare ottime copie, ma copie sono e rimangono!

Lavorare con la “scoperta guidata” comporta l’uso di tempo, mezzi, soldi, strumenti e personale preparato e capace che condivida con i ragazzi ogni momento della crescita e della successiva evoluzione.

Condivido quanto hai espresso sul settore slalom fluviale federale e mi sembra di capire che non siamo i soldi visto che lo stesso Daniele Molmenti scrive così su Facebook:
”tutti i miei avversari sono nelle migliori condizioni possibili per allenarsi sereni e con professionisti al loro fianco”.  Credo che ogni commento ulteriore sia superfluo!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Aprile 04, 2011, 06:57:23 pm
Risposta #4

maurizio bernasconi

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E' giusto usare la parola Arte. Finchè siamo nel campo dell'Arte e della Scienza (mi riferisco alla pagaiata nelle categorie giovanili logicamente) è necessario insegnare. Insegnare ovviamente con le opportune strategie. Possiamo impartire dei precetti ben codificati oppure sciegliere un percorso più complesso ed elastico come suggerisce Ettore. Possiamo anche adottare strategie in cui diversi sistemi procedano in parallelo o alternati. In entrambi i casi occorre che l'istruttore sappia a fondo di cosa stiamo parlando.
Le successive fasi di una vera e propria iniziazione alla canoa hanno una tempistica strana e soggettiva, suscettibile di apparenti battute d'arresto e anche retrocessioni. Solo il maestro può capire a che punto del percorso il soggetto si trova in un certo momento.
Tutto questo per arrivare, immagino, per esempio, al giorno in cui lo stesso Lugbill si emancipò dagli insegnamenti ricevuti e cominciò a farci vedere cose che a noi sembravano nuove. Ma questo non può essere avvenuto all'età di sedici anni. A sedic'anni, alla maggior parte dei ragazzi potrebbe risultare ancora utile e rassicurante ricevere delle vere e proprie istruzioni. Pensiamo alla musica. Tutti i musicisti che hanno saputo aggiungere qualcosa di eccellente alla tradizione e alla storia della musica avevano ricevuto un insegnamento tecnico completo e perfetto. E' impossibile rinnovare e superare qualcosa prima di averlo attraversato e per attraversarlo qualche annetto ci vuole. Se osservo dei canoisti in erba mentre cercano di spingersi avanti in linea retta in C1 senza conoscere il "J", utilizzando fuori luogo il debordé e le timonate, mi sembra di vedere quei cani a tre gambe che si incontrano nelle periferie del terzo mondo, e mi spiace lasciarli nel loro brodo aspettando che inventino qualcosa di innovativo, le canoe esistono da decine di migliaia di anni, ricominciare ogni volta da zero sarebbe curioso. 

Aprile 04, 2011, 11:48:46 pm
Risposta #5

Ettore Ivaldi

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Tanta bella gente domenica  a Casalecchio di Reno per la  tradizionale gara interregionale di slalom, una classica di primavera come la definirebbero nel ciclismo.
XXII edizioni, giovani atleti e non solo. Allegria, buon cibo, ottimo vinello rosso, simpatia e anche un paio di stand di canoa e di oggettistica varia. Una bella festa con 182 iscritti in 39 categorie, 21 società presenti, come riporta il sito ufficiale del Canoa Club Bologna società organizzatrice con diverse realtà locali.   Oltre al campionato italiano di Paracanoa slalom.
Lo speaker, il bravo Malossi, coaudiuvato  dal senior Camporesi, se pur sotto tono rispetto agli anni passati, ha intrattenuto il pubblico di settore e chi si trovava da quelle parti per una scampagnata fuori porta... per dirla alla romana. 

Tutto molto bello, colgo l’occasione per fare i complimenti agli organizzatori, ma mi domando: quanto può sopravvivere lo slalom e il nostro sport se continuiamo a proporlo in questo modo? Inutile nasconderci dietro un dito, ma una gara così è noiosa e priva di stimoli per chi la guarda e da un punto di vista tecnico offre poco. Un percorso che è anni luce lontano dalle nuove tendenze. Oggi l’80% dei tracciati è fatto da un palo unico e invece sul Reno si è gareggiato ancora con le porte tradizionali sistemate in modo decisamente antico. Ma questo è inevitabile quando manca un coordinamento tecnico federale a livello nazionale.

Il potenziale della società emiliana è notevole  e allora perché non cercare di sfruttare anche dal punto di vista tecnico, spettacolare e propagandistico  l’ouverture stagionale? Allora butto un sassolino nel Reno e dico: perché non organizzare un parallelo come fanno a Lubjiana da diversi anni! La formula è molto facile: un percorso con sei porte di cui due in risalita una a destra e una sinistra per un totale massimo di 40 secondi. Una prova individuale a cronometro per formare le coppie e poi via le sfide ad eliminazione diretta con cambio di corsia. Fino alle finali per terzo e quarto e primo e secondo posto.
Così facendo tutti possono fare, come minimo,  tre prove. Lo spettacolo come la prestazione tecnica e agonistica sono assicurati oltre al fatto di evolvere una disciplina che in acqua ferma è decisamente poco entusiasmante.

L’altro sassolino che rilancio, visto che di ciò avevo già scritto in diversi post, è quello di inserire in Italia le gare di qualifica, semifinale e finale così facendo si offre la possibilità ai nostri atleti di adeguarsi ai regolamenti internazionali. Oltre il fatto di poter offrire a televisioni, spettatori e mass-media in generale, un prodotto, quello della finale, concentrato e di sicuro effetto.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Aprile 06, 2011, 01:29:30 pm
Risposta #6

rossi giuseppe

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buon giorno,
vorrei esprimere la mia opinione sul ruolo del tecnico in ambito sportivo.
a mio avviso è fondamentale  distinguire tra tecnico dei settori giovanili e tecnico delle squadre senior.
la proposta di ivaldi è sicuramente valida, anzi oserei dire doverosa nei settori giovanili, ma negli atleti evoluti il ruolo del tecnico è materia molto dibattuta e controversa
negli sport di squadra penso che il tecnico di riferimento sia zelimir obradovic allenatore del panathinaikos.
non penso che obradovic vada ad insegnare la tecnica di balleggio o di tiro a Diamanthidis, ma è in grado come nessun altro di individuare i punti deboli degli avversari, altrimenti non si spiegherebbe come il panathinaikos abbia potuto battere il barcellona in eurolega
negli sport individuali????
il tecnico degli sport individuali in atleti senior deve avere due caratteristiche:
1)saper programmare l'allenamento in modo da arrivare in forma ai grandi appuntamenti
2) essere in grado di gestire lo stress negli appuntamenti importanti.
il resto credo sia filosofia


Aprile 06, 2011, 05:13:24 pm
Risposta #7

maurizio bernasconi

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Intorno all'uomo andrebbe bene meno calcio e più filosofia.

Aprile 06, 2011, 06:26:50 pm
Risposta #8

rossi giuseppe

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solo per la cronaca obradovic è un allenatore di pallacanestro

Aprile 06, 2011, 07:11:32 pm
Risposta #9

maurizio bernasconi

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Allora... meno Calcio e più Fosforo!
Ma le maiuscole le merita solo Diamanthidis? Che ha fatto per meritarlo?

Aprile 06, 2011, 09:42:40 pm
Risposta #10

rossi giuseppe

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egregio signor Bernasconi,
ha ragione è mio errore non aver scritto il nome di Zelemir Obradovic e Ivaldi in maisculo.

Aprile 08, 2011, 08:54:04 pm
Risposta #11

Skillo

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Caro Ettore,
mai scritto che tu abbia decretato l'inutilità del tecnico, sarebbe una castroneria da parte mia e, nel caso, un bel autogol da parte tua, no?
Ho scritto che un' "interpretazione distorta della bella teoria che ci hai illustrato " potrebbe portare a ... tutto quello che ho detto.
Il sistema deduttivo va miscelato col sistema induttivo con percentuali diverse a seconda di quello che si vuol ottenere, del tempo e dei mezzi a disposizione, etc, etc.
E' chiaro che se Maurizio volesse usare il metodo induttivo coi suoi ragazzi farebbe molto in fretta ad insegnare la "J" ma bisogna anche dire che il metodo deduttivo non consiste nel lasciarli nel loro brodo. La deduttività prevede imput o indizi, almeno delle richieste tipo: "vediamo chi arriva prima facendo meno debordè", insomma: una specie di sostituto della competizione con gente più brava di loro. Un continuo salire di livello che solo il tecnico preparato può condurre con profitto per tutti.
Poi, e chiedo conferma all'enciclopedico Ettore, c'è da dire che il giovane Lugbill si emancipò ben prima dei suoi sedici anni (perchè a quell'età mi pare rischiò di vincere il suo primo mondiale) ma non da Endicott; si emancipò dal "vecchio" modo di andare in c1.
Attraverso la messa a punto di una nuova tecnica costruita insieme a D. Hearn, K. Ford, R. Lugbill, B. Robertson e tutti gli altri fenomeni che sono cresciuti sotto l'illuminata guida di Endicott, lanciarono la canadese "made in USA" costantemente sui gradini più alti dei podi iridati di quel periodo.
E' chiaro quindi che ad un certo punto lo stato dell'arte fu raggiunto e superato di slancio dalla compagine affiatata e geniale. La squadra in questione non si limitò a fare al meglio ciò che tutti facevano già, ma si pregiò di inventare cose nuove a tal punto che non ci fu un solo atleta "fenomeno" ma "un gruppo di fenomeni", segno inequivocabile che lo stato dell'arte era stato spostato di molto.

Aprile 09, 2011, 06:42:38 am
Risposta #12

Skillo

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Aggiungo solo che dissento profondamente dalla suddivisione "sport individuali - sport di squadra" proposta da Rossi al quale mi permetto di far notare che, solo per restare nel nostro ambito, tra canoa slalom e canoa velocità c'è un abisso di tecnica e allenamento, di conseguenza i tecnici specializzati nei due diversi ambiti devono saper fare cose diverse. D'altronde mi viene difficile immaginare che tecnici di tuffi o di ginnastica ritmica abbiano le stesse caratteristiche di un tecnico di ciclismo o di pattinaggio indoor e che tutti abbiano come uniche mansioni quelle due che lei elenca.

Aprile 17, 2011, 10:55:47 am
Risposta #13

Ettore Ivaldi

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L’altro giorno, rilassandomi davanti a Beautifull... non ridete vi prego, ho fatto un giochino di somme. Ho fatto due più due, quattro per quattro ed è saltato fuori che la media d’età degli atleti che hanno preso il via sull’Enza nella gara classica  è di 30,5 e che in totale tra i senior si contano 53 partenti uomini.
A questi aggiungiamo 8 K1 junior, 1 C1 junior, 7 K1 senior femminile, 2 K1 junior femminili e 1 c1 senior femminile. Il totale fa 72.
Poi, per deformazione professionale, ho seguito le gare della prima e seconda gara di coppa del mondo a Sort (Spagna) e annoto:
1 C1 donna; 10 C1 uomini; 9 K1 donne; 35 K1 uomini; 6 C2 per un totale di 41 barche al via.
Poi mi accorgo che sul calendario dell’ICF non si riportano i campionati europei per la discesa, mentre per lo slalom sono ben evidenziati.
Poi, ripensando all’Enza, mi rendo conto che al consiglio di gara del venerdì il responsabile federale con il ruolo di direttore di gara  non era presente al consiglio di gara e che, dopo la premiazione del sabato, non l’ho più visto, sostituito, la domenica, dal vice presidente. Ma ripensandoci, sull’Enza,  non mi sembra neppure di aver visto il tecnico responsabile del settore junior e under 23... eppure erano in palio i titoli italiani per Under 21 e 23. Mah! molto strano. Ripensandoci ancora il tecnico nazionale responsabile delle canadesi era presente solo la domenica per andare con gli atleti in coppa del mondo,  ma nessun canadese era sul pulmino per raggiungere la Spagna!
Poi mi chiedevo a che punto sta l’impegno del presidente federale per portare avanti la proposta della Combinata... non ho più avuto notizie speriamo che quando tornerà da Parigi possa portarci anche belle nuove. Certo è che se va avanti così la discesa resterà solo nei ricordi di qualcuno di noi!
Sì, lo so, sto scrivendo nello spazio riservato agli appunti di slalom e allora aggiungo: perchè il responsabile nazionale  della canadese della Fick di slalom non è presente a Solkan per le gare di selezione della categoria?  Mah!
 
Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Aprile 18, 2011, 11:12:12 am
Risposta #14

Skillo

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Già ...
E come mai le selezioni per la cdm sono divise in k1m + k1f  e  c1 + c2?
Non funziona più l'idea che facendo k1m + c1  e c2 + k1f ci potrebbe essere qualche equipaggio derivante da non qualificati in k1 o in c1? 

Aprile 18, 2011, 03:10:30 pm
Risposta #15

enrico lazzarotto

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La prox volta concentrati su Beautifull, e fatti meno domande.
enricolazz

Aprile 30, 2011, 10:31:23 am
Risposta #16

Ettore Ivaldi

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Fino ad oggi ho seguito alla lettera il consiglio di Enrico Lazzarotto, ma Beautifull dopo che Brooke  è stata con Oliver, moroso di sua figlia, cosa tra l’altro già vista in passato, è a un punto morto e mi sono rimesso a fare due conti con le relative riflessioni.
Al raduno giovani speranze, da poco concluso a Valstagna nel periodo di Pasqua, sono stati convocati un gruppo di giovani atleti con una media di 14 anni e mezzo, diversi cadetti, sette per la precisione, e sei  ragazzi.
Bene! si presume che in una raduno propedeutico allo slalom ai giovani venga offerta la possibilità  di perfezionare la tecnica attraverso l’esperienza diretta sull’acqua mossa. Tanto più che in linea di massima arrivano da società  in cui non si ha la possibilità di lavorare su  percorsi come quello di Valstagna.
La proposta viceversa, dettata dal responsabile di settore e messa in pratica dai tecnici presenti, è stata quella mutuata dai settori senior con percorsi crescenti e decrescenti, percorsi divisi e loops. Ora mi chiedo, non da profano, o almeno spero, che senso possa avere far fare a questi giovani tipi di allenamento, che di per sé non hanno una logica neppure per le categorie assolute?
Vista l’esperienza sul campo degli allenatori presenti mi  sarei aspettato una serie di proposte legate al gioco e alla scoperta dell’arte dello slalom. Mi sarei aspettato che atleti, oggi passati a fare gli allenatori e responsabili di settore o di centri di riferimento, che hanno toccato con mano determinate emozioni , si fossero messi in discussione, magari anche chiedendo o confrontandosi con chi forse qualche ora di esperienza in più ha con i giovani. Purtroppo invece la loro scelta è stata quella di adeguarsi ad un sistema che sappiamo tutti fare acqua e che non porta da nessuna parte appiattendo i nostri giovani tralasciando l’espressività corporea, esaltando esclusivamente la condizione fisica e i grossi muscoli! Insomma ricadiamo nel fenomeno minzoniano delle nuove generazioni di tecnici  che pur condividendo questi principi hanno preferito assecondare dettami che non hanno nessuna logica costruttiva se non quella di liquidare il lavoro con gli atleti offrendo riscontri  cronometrici e  tecniche decisamente superate e che non si adeguano ai cambiamenti generazionali.
Mi chiedo anche perché se c’è, come c’è delibera numero 065/11, un tecnico nazionale junior che si divide con i senior, costui non era presente né a Londra, né a Valstagna, né a Banja Luka? Mah!
Per fortuna che c’è la romantica love story di Kate e William che non è soltanto una bella favola di altri tempi, ma è anche un trattato di storia, sociologia, moda, comportamento e perché no mondanità e i due miliardi di persone che hanno seguito la cerimonia nuziale lo confermano perché, come ha detto l’arcivesco di Canterbury,    “ogni matrimonio è in un certo senso un royal wedding” e “God save our gracious Queen... Happy and glorius” !

Auguri a tutti per un primo maggio all’insegna della beatificazione di un papa canoista -

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Maggio 01, 2011, 01:37:35 am
Risposta #17

Ettore Ivaldi

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Ho passato un bel pomeriggio con tre giovani C1 a Valstagna a dipingere magici quadri tra porte, onde e riccioli. Pennellate di colore su un Brenta che si sta gonfiando per le tanto attese piogge primaverili. Spettacolare  ammirare la freschezza di gesti che stanno esplodendo dal loro DNA. Guardandoli mi convinco sempre di più che questa specialità esce dal primordiale modo di muoversi sull’acqua: un gesto naturale bello per la sua semplicità e per completezza espressiva. Guardandoli all’opera ripenso alle parole scritte su questo forum dal mitico  Maurizio Bernasconi :

”... Il ciunista sta invece col dorso eretto come un cavaliere, come un uomo. E' inginocchiato come uno che medita Zen o che parla da pari a pari con Dio.  In più: Ci=l'energia, almeno per i cinesi”

Paolo, Mandi e Raffy sono i nostri tre giovani monaci che inginocchiati diventano l’espressione di Dio sull’acqua, trasmettendoci  energia, forza pulita e speranze per il futuro.

Ma questo sabato di fine aprile ci riservava diversi appuntamenti agonistici tra i paletti e non solo. Infatti dall’Australia di scena le gare per i Penrith Wildwater Series 2, a Ivrea selezione per la squadra italiana e a la Seu d’Urgell le gare per la Copa Pirineus selezioni per la squadra spagnola.
In tutte e tre le manifestazioni diversi elementi interessanti del panorama internazionale e che sicuramente troveremo protagonisti in questa stagione agonistica che ha come obiettivo principale qualificare le barche per i Giochi Olimpici di Londra del prossimo anno.
Ho provato a fare un giochino nel tentativo di cercare di avvicinare le tre manifestazioni tra loro. Come? Semplice ho preso il primo k1 men come riferimento e ho fatto le percentuali di distacco con il miglior tempo della prima donna, mentre non l’ho fatto con le altre specialità perché  dall’altra parte del mondo   (per C2 e C1) i riferimenti sono piuttosto scarni. In Australia la percentuale di distacco è stata dell‘8,71%, in Italia del 27,15% e in Spagna del 9,50%. Cosa può significare tutto ciò? Semplice che le donne in Australia e in Spagna sono andate veramente forte e che per assurdo messe a confronto sarebbe stata una bella sfida, che comunque a distanza c’è stata! Dai canguri la giovane Jessica Fox, fa  registra il miglior tempo, ma una penalità l’ha rilegata in seconda posizione dietro a Sarah Grant nella gara vinta nel Kayak maschile da Zeno Ivaldi, bronzo ai mondiali Junior 2010.  In Spagna la brava Maialen Chourraout ha dominato la scena vincendo alla grande, lasciando a  oltre 5 secondi Violetta Oblinger. Qui il miglior K1 è stato la medaglia di bronzo dei mondiali di Tacen dello scorso anno Jure Meglic. In Italia, nella gara vinta dal campione mondiale junior 2010 Giovanni De Gennaro,  Angela Prendin è andata ben oltre al 25% previsto dalle selezioni e il titolista del sito federale si prende un abbaglio visto che che la bella bionda veneta purtroppo non centra il “primo round alle selezioni di Ivrea”.

Domenica ancora gare. Dall’Australia già i risultati. Percorso con 12 porte di cui 4 in risalita, domani magari tiriamo le somme del lungo week-end fra i paletti dello slalom.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Maggio 04, 2011, 05:37:27 pm
Risposta #18

Ettore Ivaldi

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Ci si può emozionare ancora alla soglia dei cinquant’anni per un gesto e per un’immagine? In sostanza, riformulando la domanda,  ci si può commuovere ancora per ciò che dovrebbe essere la routine o la normale prassi di un allenatore? In effetti  per chi lo fa di mestiere vedere un atleta nell’atto di fare una  risalita dovrebbe essere esclusivamente materia di analisi, studio e approfondimento e non certo momento di commozione, emozione, eccitazione e aggiungerei turbamento! E’ come se un chirurgo dopo aver operato un paziente lo ritrovasse in piedi a saltellare e a correre con più impeto di prima. Possiamo dire che gli farebbe piacere, ma certo non potrebbe mettersi a ballare e a cantare ogni volta che succede tutto ciò, visto che dovrebbe abbandonare la professione medica per dedicarsi ai pubblici festeggiamenti!
Eppure  a me qualche volta succede ancora ammirando una risalita magistrale o scoprendo una foto che mette in luce ed evidenzia la tenerezza umana anche nei grandi campioni.

Una risalita che diventa il fulcro di un sentimento! Una risalita che di per sé poteva sembrare apparentemente una delle mille porte obbligate che si incontrano in una gara di slalom e che mai e poi mai avrei pensato in grado di regalarmi tanta emozione. O meglio non avrei mai pensato che potesse diventare il mezzo per farmi impazzire di gioia atletica. La bellezza non sta nell’averla attuata in prima manche, ma il coronamento dell’oblio e della luce eterna sta nel coraggio di averla riproposta anche in seconda con le dovute correzioni percepite e capite nella prima discesa. Questo è coraggio ed intelligenza allo stato puro! Certo forse non dovrei dirlo io, visti i legami tra il sottoscritto e il soggetto in questione, ma se le cose le senti perché reprimerle sotto falso pudore?
La mia memoria storica è impazzita nel collegare tutto ciò a fatti già avvenuti e visti nel passato che sono stati oggetto di  pensieri, gioie ed emozioni per mille volte  e mille volte ancora. Come si fa a non ricordare Richard Fox nel 1987 alla porta 11 ai mondiali di Bourg St. Maurice, quando, per due volte, si ostinò ad affrontare quella porta, giusto su un buco enorme, in modo diretto e non in retro come il resto del mondo fece. E non dimentico mai il debordè in prima e seconda manche di Jon Lugbill a Tacen in Coppa Europa (l’attuale Coppa del Mondo). Il campione a stelle e strisce attraversò due volte l’enorme voragine che una volta tagliava in due il canale sloveno. Il resto degli umani, per fare prima la risalita a destra e poi a sinistra, optava per un traghetto "coast to coast" passando sull’acqua bianca che formava il buco. Lui, superman, si cacciò dentro senza timore di Dio, rispuntò, tutte e due le volte, giusto in bocca alla risalita di sinistra divorandosela in un solo boccone... che fenomeno! Pochi giorni fa su facebook, in occasione di uno scambio di corrispondenza, mi sono sentito di scrivergli: “Ehi Jon You’re still the best C1 that God gave us”. Poi c’è quel principio di levitazione di Martikan ad Atene ai Giochi Olimpici quando praticamente in debordè sollevò la canoa dall’acqua e la spostò parallela alla corrente per oltre dieci centimetri imbucando alla perfezione un pettine di discese. Magico fu anche Super Cali a Praga quando in Coppa riuscì ad entrare ed uscire da una risalita evitando prima il 50, poi il tocco ed infine una possibile perdita di tempo. Usò la pala sinistra in acqua per avanzare, fermare, piantare, ruotare, pennellare la palina interna, uscire...  tutto ciò senza mai muoverla dall’acqua, ma utilizzandola per far sì che fianchi, gambe e spalle potessero trovare un loro punto preciso d’appoggio per esprimersi in modo concatenato e sublime.

Oggi in occasione della seconda serie di gare per il PSW, l’”oggetto passivo” era posizionato in una delle prime morte del canale di Penrith sul lato sinistro, forse a meno di un metro dal muro olimpico in cui corre il tracciato e poteva essere affrontata in modo tradizionale. L’idea poteva essere quella di allargarla in entrata per presentarsi davanti alla stessa con un certo margine di anticipo, tanto più che la porta successiva era una discesa sul lato opposto e cioè a destra. La scelta di una linea retta verso l’obiettivo si è dimostrata la più efficace tanto più che il piccolo spostamento di apertura verso destra è stato fatto non dall’atleta, ma da un ricciolo che ha sollevato la canoa e l’ha spostata di quel tanto che è bastato per mantenere la velocità e per avere lo spazio di entrata sulla porta. L’abilità del pilota è stata quella di permettere al suo mezzo di sfruttare appieno il riccioletto senza opporvi resistenza, ma lasciando i fianchi liberi di assecondare la potenza dell’acqua. Arrivare davanti alla porta con molta velocità a volte si può dimostrare molto pericoloso, ma nello stesso tempo si può sfruttare l’energia cinetica per eseguire tutte le manovre successive. A questo punto, con la canoa che ha già preso il senso di rotazione, c’è la scelta di togliere il sinistro dall’elemento liquido... molto pericoloso,  e cercare l’appoggio sul destro. Già! ma dov’è questo appoggio? E’ lì...sul cemento puro da usare per una spinta mega galattica, per un impulso che potrebbe mandarti in orbita e farti ruotare per il resto della vita attorno alla terra per guardare da lassù il mondo che gira. La difficoltà in questi casi è quella di sfruttare al massimo il gesto.  Come? Semplice: lasciando libera la canoa di utilizzare questa energia esplosiva. Non è facile, credetemi sulla parola se un minimo vi fidate di un vecchio lupo di fiume con i paletti dello slalom!
Il resto del tracciato è sulla falsa riga di quell’opera d’arte allo stato puro. Ma arriviamo alla seconda discesa. L’interrogativo è: ripeterà quanto fatto in prima manche alla porta numero due? I bookmakers lo davano 100 a 1, coscienti del fatto che  Paganini non si ripete mai! Bene la scenografia non muta, il piccolo pagaiatore gialloblù in terra australe, non cambia approccio, non cambia direzione e si presenta davanti all’oggetto passivo, ma necessario, con la pala sinistra in acqua: si ripete la sequenza mutuata dalla prima con la giusta correzione in fase di uscita che gli permetterà di entrare nella discesa successiva senza incorrere nella penalità come successe nella prima discesa.
Altro non serve aggiungere se non il fatto che il buon Dio esiste e ogni tanto ci fa vedere le sue opere, le sue grazie i suoi segnali semplicemente divini. Poi internet fa il resto rendendo pubblica e accessibile a tutti la sua osservazione -
http://www.youtube.com/watch?v=68bpSGovaXs&feature=share -

Non vi ho parlato dell’immagine che mi ha commosso, lo farò prossimamente... inizia Beautiful e Stefany potrebbe commettere un omicidio e io diventerei praticamente un testimone oculare, quindi perdonate ma vi devo lasciare.

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi


 
« Ultima modifica: Maggio 04, 2011, 05:40:41 pm da Ettore Ivaldi »

Maggio 14, 2011, 12:34:59 am
Risposta #19

Ettore Ivaldi

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Ah sì, vi riconosco, nemici miei in consesso:
menzogna, codardia, doppiezza, compromesso.
Lo so che alla fin fine voi mi darete il matto:  che importa?
io mi batto, io mi batto, io mi batto..

Sono sempre con la valigia in mano e non riesco mai a prepararla a dovere… non capisco perché!  Mi preoccupo meticolosamente per tutto quello che riguarda l’attrezzatura tecnologica: video, mac, prese, memorie, cavi, doppie prese elettriche e poi non dimentico mai la cancelleria, i fogli per scrivere, il blocco degli appunti e i libri, ma spesso e volentieri lascio a casa: scarpe, mutande, pantaloni, felpe, shampoo, dentifricio e mille altre cianfrusaglie che però a volte servono. Questa volta mi sono dimenticato le magliette e così passerò questa settimana con una bellissima polo che ho acquistato in Australia qualche anno fa sponsorizzata dalla Sanyo. Mi consola il fatto che è la casacca ufficiale dei Panthers, la squadra di rugby di Penrith.

Pazienza sopravvivrò anche a questo!

Consoliamoci con un bell’esempio di allenamento intelligente e divertente ad opera  dei soliti sudditi di sua maestà in trasferta qui a Bratislava. Per stimolare i loro atleti i tecnici si sono  inventati il “Thursday Challenger”. In cosa consiste  questa sorta di Wimbledon sull’acqua e non sull’erbetta è presto detto. All’ultimo salto finale hanno messo una risalita molto alta prima a destra e poi a sinistra da ripetere dieci volte da una parte e altrettante dall’altra. Ad ogni prova i giudici - allenatori - davano un voto per l’esecuzione. Uno per un’azione perfetta, due per un passaggio buono, tre per un passaggio rallentato, quattro per un errore importante e cinque per il salto o l’esecuzione errata. Alla fine la classifica finale con tanto di tabellone, premiazione e proclamazione del vincitore. Tutti contro tutti canadesi e kayak in un’unica classifica.
La cosa interessante è il modo in cui è stato proposto il lavoro oltre al modo in cui è stato fatto e il modo in cui è stato interpretato da tutti gli atleti. Bella idea per mantenere alto e stimolante l’allenamento e per far riprovare nel miglior modo possibile una combinazione che ai prossimi mondiali potrebbe essere decisiva e determinante. L’obiettivo era anche quello evidentemente  di riuscire a mettere un po’ di tensione durante le prove. Si sa che ci vuole del sale sull’insalata per impreziosirla  e per mangiarla con più gusto. Gli inglesi come sempre sono venuti in Slovacchia a ranghi completi  per quanto riguarda lo staff tecnico e tecnologico. Anche con gli atleti non scherzano. Ci sono i tre k1 men selezionati per la stagione 2011, che poi sono gli stessi dello scorso anno e dell’anno prima ancora e cioè  Richard Hounslow, Campbell Walsh e Huw Swetman. Nei  c1 si sono qualificati David Florence, Dan Goodard e Mark Proctor.  Hanno lasciato a casa le donne del kayak a lavorare con Paul Ratcliffe che le ha praticamente segregate dall’ottobre scorso in un convento a Londra. Non sono venute in Australia, non si sono viste altrove e sembra che stiano lavorando in segreto e con regimi piuttosto severi. Non mi stupirei se l’amico Paul le facesse vestire anche con il saio e con il velo!  Tra le tre dello scorso anno, dopo le selezioni, è uscita  Louise Donnington (nona  ai mondiali di Tacen) ed è rientrata Fiona Pennie (seconda ai mondiali 2006, 17^ ai Giochi Olimpici di Bejing) quindi la squadra in rosa sarà composta, oltre che da  quest’ultima atleta, da Elizabeth Neave (3^ ai mondiali 2009) e Laura Blakeman (12^ Giochi Olimpici 2000 a Sydney e campionessa del mondo a squadre nel 2009). Gli inglesi non godono di ottima salute nella canadese biposto infatti Timothy Baillie e Etienne Stott sono entrambi fermi per problemi fisici. Il primo è stato operato per una lussazione alla spalla e il secondo è ritornato dal chirurgo per sistemare una vecchi problemi ad un gomito.
Nel frattempo è arrivato anche Tony Estanguet sua eccellenza Cyrano de Bergerac accompagnato dal fratello-allenatore  Patrice, bronzo alle Olimpiadi del ’96 ad Atlanta, che sicuramente ci delizierà con qualche sua licenza poetica che al “fin della ripresa io tocco”.


Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Cunovo, 13 maggio 2011

Maggio 16, 2011, 12:05:06 am
Risposta #20

Ettore Ivaldi

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Quando si ha un rospo in gola bisogna tirarlo fuori oppure si manda giù e si fa finta di nulla andando avanti come sempre sorridendo e facendosi venire il fegato amaro perché vedere morire uno sport che ami fa sempre male.

E’ passata una settimana e ho tenuto a bada l’istinto, poi fuori piove e tira vento, abbiamo mezza giornata di riposo e il pensiero ricade lì! Il fegato cattivo non voglio farmelo venire e allora lo dico, anzi lo scrivo: ma come si fa a fare una premiazione di una gara di slalom sotto una scaletta, vicino alla fogna rilegata in un angolino di una valle che ha scorci magici ovunque? Nel tempio della canoa slalom le medaglie messe al collo in un angolino buio che i canoisti normalmente usano per urinare prima di salire in canoa. Ma come possiamo essere caduti così in basso? Ma chi ha permesso tutto ciò, ma non esiste un minimo di protocollo da rispettare e un minimo di decoro per uno sport olimpico?
Passi lo speakeraggio decisamente non all’altezza della situazione, anche se investire qualche euro in questa direzione significa dare un altro tono alla manifestazione, passi l’impossibilità di far gareggiare gli italiani fuori gara aprendo invece agli stranieri che hanno rappresentato il 25% dei partecipanti, ma non si può ridurre la canoa slalom sulla sponda del Brenta nascondendola  al mondo!

Quando i canoisti erano vestiti con pantaloncini e maglie di lana,  il neoprene era un sogno e le canoe erano fatte in lana di vetro le premiazioni a Valstagna erano un evento. Si facevano in  piazza San Marco per dare risalto alla canoa, alla sua gente e agli atleti.  Veniva allestito il palco, podio e scenografia varia con bella mostra di premi... sempre tanti. Qualche volta anche la banda, la musica, la lotterie, tanti trofei e non solo le medaglie che la Fick regala… e non dovrebbe farlo perché  così appiattisce ancora di più le società che organizzano che non si preoccupano neppure di procurare un riconoscimento, un gadget, un oggettino  tipico, due fiori per le ragazze.  Partecipare ad una gara costa fatica, salire sul podio ancora di più ed è giusto dare onore e gloria ai vincitori e soprattutto dare a loro lustro nella piazza principale, far suonar le campane a festa per dirlo e urlarlo a tutti.
Voi mi direte che i problemi sono altri e non possa darvi torto, ma anche dalle piccole cose nascono poi quelle grandi. Ma come se poi tutto ciò non bastasse anche sul sito del cckv.it si legge che tutto è stato perfetto, complimenti dai federali e buona notte suonatori. Io penso invece che certe situazioni bisogna  denunciarle per trovare assieme delle soluzioni, per dare una svolta al nostro settore.
Il livello di uno sport si vede anche da tutto questo, ma mi sa che, come sempre,  nessuno dirà nulla,  come nessuno ha detto nulla alla circolare 13/2011 e alla mia richiesta di annullarla...  Fick compresa.

   Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Maggio 16, 2011, 08:11:06 am
Risposta #21

enrico lazzarotto

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Ciao Ettore, ma.... non potevi guardare Beatifull anche oggi?
Si la penso come te siamo messi male.
enricolazz

Maggio 24, 2011, 10:36:34 pm
Risposta #22

Ettore Ivaldi

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Mi si prospetta una gran bella settimana lavorativa qui a Bratislava ricca di spunti e approfondimenti tecnici.  Sono arrivati i tedeschi, c’è anche il ceko Vavřinec Hradilek, mentre gli slovacchi sono rientrati da Londra dopo le selezioni e quindi si inizia a vederne di belle. Insomma ho cinque giorni di goduria, mi sa che tra un allenamento e l’altro con il rientrato Rheinisch, mi metterò sul ponte a gustarmi  questo fior fiore di atleti impegnati a rifinire la stagione oramai alle porte. Stagione che mai come nell’anno pre-olimpico è così emozionate da seguire e da vivere.
I tedeschi, ma penso di averlo già scritto, hanno lasciato fuori nel kayak maschile il magico Fabian Dorfler, che guarda caso, proprio domenica scorsa ha gareggiato a  Tacen e li ha messi tutti in fila: dal campione del mondo in carica al campione del mondo 2009. Che ci vuoi fare Fabian? La prossima volta alle selezioni ti basterà fare percorsi puliti e non rischiare troppo come hai fatto quest’anno! Ma si sa che lo slalom è questo e anche ai migliori capitano giornate nere. Pensare che avevo visto il campione del mondo 2005, tanto per citare qualche suo successo, ad Augsburg in aprile e mi sembrava volasse tanto andava forte giù da quel budello d’acqua che a distanza di 40 anni è sempre bello ed attuale. Fuori dalla squadra nazionale anche gli slovacchi Jan Sajbidor, campione europeo 2007,  e Peter Cibak bronzo ai mondiali 2005. E visto che parliamo degli esclusi non possiamo non citare due big dello slalom azzurro che quest’anno resteranno al palo a guardare europei e coppa, sperando che succeda l’impossibile per rientrare in vista dei mondiali. Parliamo cioè di Stefano Cipressi e Diego Paolini. Il primo,  l’anno scorso, fu  finalista ai mondiali di Tacen e chiuse in ottava posizione;  successivamente, con i forestali Paolini e Molmenti, conquistò il bronzo iridato a squadre. Ora, se in parte ci sono giustificazioni per l’esclusione di Cipressi, visti alcuni problemi fisici che lo hanno costretto ad un lungo periodo di inattività, si fa fatica a capire le ragioni per cui l’altro atleta sia rimasto fuori da una squadra che, per la verità, ha da quest’anno delle piacevoli novità. Eppure Paolini, che vive e si allena a Valstagna, seguito dal tecnico forestale e nazionale Ferrazzi, sembrava il più quotato per entrare in nazionale in pianta stabile. Il veneto però, a mio modestissimo avviso, non ha seguito quella naturale evoluzione tecnica che lo slalom sta vivendo in queste ultime stagioni. Mi spiego meglio. Paolini è sicuramente un raffinato atleta sia per stile che per eleganza, ma ha perso o non ha più coltivato l’elemento base dello slalom moderno: la rapidità. Il suo modo di esprimersi al giorno d’oggi è troppo poco dinamico. Un’azione lineare come la sua purtroppo non è più redditizia neppure sotto l’aspetto della regolarità. Oggi i Kayak uomini devono osare ogni volta che mettono la pala in acqua, non possono regalare nulla agli avversari. Un bell’esempio di tutto ciò è Sebastin  Schubert che anche oggi mi ha impressionato positivamente qui sul canale di Cunovo: aggressivo, pulito e sempre molto attento, un’azione dinamica che ha come principale obiettivo quello di far scorrere al meglio la canoa. Se questo è l’inizio chissà cosa ci aspetterà da qui ai mondiali di settembre!  Chissà invece che cosa farà il forestale Diego Paolini che è rimasto fuori dalla squadra. Dal mio punto di vista dovrebbe non perdere il treno e cercare di partecipare a più gare internazionali possibili per l’Europa. Rimettersi in gioco ed usare le sue risorse, anche economiche, per dare una svolta importante al suo modo di pagaiare, considerando che ha dalla sua una facilità estrema a far scorrere la canoa. Se si ferma ora, un professionista come lui,  farà poi molta fatica a riprendere il giro. Dovrebbe prendere ad esempio Lefevre che nel 2007 rimase fuori dal team. Lui, il transalpino, non si perse d’animo, ad un anno dai Giochi Olimpici, e si buttò a capofitto nel circuito internazionale di tipo C. Poi rientrò nel 2008 e si mise al collo l’argento a cinque cerchi. L’anno successivo salì anche sul C2 e dimostrò una grande prova di coraggio e volontà agonistica.

Cipressi molto probabilmente ripiegherà la stagione in C1 vista la sua ecletticità, come fece nel 2006, anno in cui partecipò agli europei in questa specialità chiudendo al 30esimo posto e poi, ripescato all’ultimo, vinse il mondiale in K1 a Praga in una giornata molto molto lunga tra mille tentennamenti e polemiche!

E’ arrivato a Bratislava anche il giapponese Takuya Haneda, il C1 che due domeniche fa ha battuto a Liptovosky Mikulas il re della specialità, umiliandolo in casa, ma di lui vi racconterò domani.

Nel frattempo non mi sono chiare le convocazioni per l’Europeo di slalom emanate con protocollo n.°1729/PV. Nel senso che se viene convocata la donna che ha fatto registrare a Tacen una percentuale di distacco del 37,8% rispetto al 25% richiesto e non viene neppure chiamato il tecnico nazionale Ferrazzi a che cosa servono le selezioni e le delibere federali? E cosa dire poi nel settore discesa dove vengono fatte le convocazioni  per i mondiali di sprint e successivamente per, sembra,  proteste familiari vengono aggiustate e rifatte? Mah!


Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Maggio 26, 2011, 06:45:15 pm
Risposta #23

Ettore Ivaldi

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Vi dicevo di Haneda... Takuya Haneda. Lasciate perdere per un attimo la canoa slalom e provate a ripensare ai “digimon” che non erano altro che la versione giapponese dei “pokemon”, anzi i precursori di quest’ultimi. Guarda caso questa volta sono stati i francesi a copiare dai giapponesi. Takuya è tra i personaggi protagonisti ed è soprattutto un gran bravo ragazzo. Un tipo estroverso e sempre di buon umore, ma soprattutto è molto testardo. Ecco il canoista Takuya ha questa grande caratteristica: è veramente testardo. Pensate che da cinque anni vive, studia e si allena in Slovacchia, prima a Liptovosky Mikylas e ora, da poco meno di un anno, a Bratislava dove studia scienze motorie. Parla ovviamente molto bene lo slovacco oltre all’inglese e al giapponese. E‘ nato il 17 luglio 1987, lo stesso giorno, non lo stesso anno ovviamente,  della tigre di Cremona alias Milva. Lui invece è la tigre con gli occhi a mandorla e come il più grande felino sulla terra sa aspettare il momento giusto per zampare sulla preda. Ha scelto forse l’obiettivo più ambito da tutti anche se ciò ha comportato grossi rischi per la sua incolumità. Battere il Re Leone nel suo territorio non è cosa da tutti. Si è appostato e lo ha tenuto a distanza per tre lunghissime manche: due qualifiche una semifinale, lo ha stancato, lo ha sfinito, gli ha dato l’impressione di non essere feroce come invece sa essere,  poi si è presentato all’agguato armato fino ai denti e… zac! un boccone solo e Martikan si è fatto divorare dalla  tigre dell’Asia proprio a Liptovosky Mikulas a casa sua dove basta accennare al nome del biolimpionico per bere una birra gratis.
Bene il giapponese, poco più di un metro e 70, anche se nelle sue biografie c’è scritto 1,75, pesa 67 kg, usa una Supremo tutta bianca con il sole levante sulla coda. Pagaia a destra e ha uno stile decisamente tutto personale. Porta molto bene la canoa e la fa scorrere in ogni situazione. Fino ad oggi sembrava essere destinato a fermarsi alla fine senza avere possibilità di podio, ma in realtà un grande balzo avanti il nipponico lo ha fatto proprio quest’inverno e già in primavera si sono visti i risultati.  La sua federazione conta molto su questo pagaiatore e, da quando è arrivato in Europa, ha messo al suo fianco un certo Milan Kuban. Ora ai più forse questo nome dice poco perché lo dovete associare a quello di Marian Olejnik. Kuba/Olejnik sono stati un gran bel C2 dal 1993 al 2007. Argento ai mondiali del 2005 dietro ai tedeschi Christian Bahmann (figlio di quella Bahmann che ha vinto le olimpiadi nel k1 donne nel 1972) e Michael Senft. Lo slovacco Milan che è di Liptovosky si è accasato come allenatore in Giappone e si è preso sotto la sua ala l’allora giovanissimo Haneda. Inoltre la Federazione Giapponese ha spedito qui un intero staff dell’istituto di scienze motorie di Tokyo per supportarlo con video, analisi, prelievi di lattato e quant’altro può servire per dare al bravo ragazzo dei diamond la spinta finale per vederlo sul podio mondiale ed olimpico.  Insomma certamente di lui ne sentiremo parlare nel prossimo futuro.

Nel frattempo mi è capitato anche di vedere gli Hochschorner in rafting, l’occasione era ghiotta visto che su quel gommone c’era il ministro dell’interno slovacco e il più famoso anchorman della televisione nazionale slovacca... i mondiali si avvicinano e certo qui non perderanno l’occasione per spingere ancora di più questo sport anche se, per la verità, al canale di Cunovo, dopo le 17 sembra di stare a Cortina a Natale!

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Bratilsava, 26 maggio 2011

Maggio 27, 2011, 03:08:42 pm
Risposta #24

Gengis

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Caro Ettore,
come sai ti leggo sempre con attenzione, leggerti  colma il vuoto che ho delle conoscenze in campo agonistico , e tu fai la storia
dello slalom  che mi piace tanto , sempre ben documentata e datata , abbellita con dotte e filosofiche citazioni  che denotano una formazione letteraria che ti invidio molto , ma non è l'unica cosa che invidio in te .
Questa volta però ti ho preso in castagna ..........Orrore .... la Tigre di Cremona si chiama Mina , mentre Milva se ben ricordo
è la Pantera di Goro .
Sempre sulla cresta....dell'onda .
Gengis

Maggio 27, 2011, 11:08:23 pm
Risposta #25

Ettore Ivaldi

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Carissimo e grandissimo Gengis,

ti chiedo umilmente perdono per il gravissimo scambio di persona e di felino. Avrei potuto controllare, ma sono andato a memoria preso dalla battaglia in atto tra una tigre ed un leone. Mi è venuta così e non ho riflettuto a dovere tanto più che lei, Mina, è di Cremona e sai quanto sono legato a questa città da quando un nostro caro amico ne è diventato il primo cittadino. Per non parlare della stessa cantante che credo sia dentro ognuno di noi per gli stupendi ed immacolati momenti che ci sa regalare con una voce che è uno strumento musicale.
Ma faccio ancora ammenda, perché sempre preso a descrivere il duello, ho commesso un altro gravissimo errore: digimon e pokemon sono entrambi giapponese e praticamente contemporanei e per questo ho preso già una tirata d’orecchi da parte di Zeno ancora in territorio australe!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi
« Ultima modifica: Maggio 27, 2011, 11:11:09 pm da Ettore Ivaldi »

Maggio 28, 2011, 11:24:23 pm
Risposta #26

Ettore Ivaldi

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Mi hanno fatto compagnia per gli 800 km. che dividono Bratislava da Verona Fiorella Mannoia, Vinicio Caposella e ovviamente i miei pensieri che si sono alternati come una giostra senza sosta nel vortice della vita. Sono un eterno sognatore di emozioni e se Amur si commuove versando qualche lacrimuccia guardano o leggendo le storie dell’uomo a me succede la stessa cosa ripensando ad alcun opere d’arte che vengo realizzate e si trasformano, nel preciso  momento in cui si realizzano, in qualche speciale formula chimica per fissarsi nei meandri  del cervello.  Poi il momento, la situazione, l’atmosfera, alcune parole poetiche ti riportano con il pensiero alle gioie ammirate. Forse per non dimenticarle, ma soprattutto per condividerle. Mi viene voglia di raccontarle e non posso esimermi questa volta, perché Schubert, Aigner e Grimm, l’altro giorno, mi hanno fatto impazzire di gioia. Tanto che se fossi il Mantegna ci dipingerei un trittico, bello ed unico come quello che ammiro ogni volta che entro nella basilica di San Zeno e che cattura sempre la mia curiosità, come fosse la prima volta che lo vedo.
I tre tedeschi stavano provando la gara a squadre che, come sempre, ha un gran fascino. Sotto il secondo ponte del canale di Cunovo c’è un bel bucone che ha come caratteristica il fatto che produce un movimento d’acqua particolare e cioè il ricciolo di ritorno è decisamente alto e sbuffa formando, in cima,  una sorta di piattaforma. Poco prima e subito dopo c’è un treno di onde. Il percorso prevedeva una sequenza di quattro porte ski e cioè sinistra, destra nel buco, sinistra subito dopo e ancora destra. Ora, usciti dal buco, ci si trovava praticamente sbilanciati sulla destra e per prendere la porta successiva a sinistra  bisognava prendere con un certo anticipo, per l’appunto, lo stesso ritorno d’acqua.
Ebbene...io sono giusto sulla riva destra a circa 10 metri dal ponte quindi ho la possibilità di vedere bene tutto il tratto. Mi sforzo a pensare anche a possibili soluzioni alternative, passando dal classico passaggio con la pala sinistra in acqua per controllare il mezzo e uscire indenni dal buco, alla possibilità di saltare diritti verso il primo palo, anche se mi sembra una soluzione ad alto rischio  e solo a pensarci mi vengono i sudorini freddi, perché mi rendo conto che la cosa non è facile come potrebbe sembrare. Non faccio in tempo a pensarlo che da monte arrivano tre macchine disumane Sebastian, Hannes, e chiude il campione olimpico Alexander - che mi sa tanto di nome russo! Il bravo e abile Schubert punta diretto sul palo del buco con il chiaro obiettivo di schivarlo all’ultimo nella speranza di atterrare sulla cima bianca con la pala in acqua a destra e solo a quel punto, mantenendo il corpo centrale e la canoa perfettamente piatta, spingersi verso sinistra per schivare, con un gioco di collo, il palo successivo. I tre viaggiano ognuno sulla coda dell’altro, tenete presente questo particolare, non è infatti indifferente. Nel frattempo io mi avvicino ulteriormente all’acqua spostando la mia gamba sinistra in una ipotetica salida nel tango e istintivamente mi alzo sulle punte dei piedi come se dovessi portare la mia ballerina alla “volcada”. Ora i  pali si coprono uno con l’altro, mi sembra di essere in piazza San Pietro al “centro del colonnato” del Bernini in cui la fila di quattro colonne sembrano essere una sola.  Sono perfettamente in linea con le porte come i tre atleti, in pratica divento il quarto uomo e cioè quello che ha il compito di testimoniare l’impresa che si sta compiendo! Il primo che arriva sull’obiettivo è ovviamente Schubert che non tentenna minimamente, punta sul palo, usa il dislivello per lanciare la sua nera e rossa canoa verso il cielo e  come un missile atterra sopra il ricciolo. Aigner, di nero vestito, è sulla schiena del suo compagno e qui se, solo per un attimo, il ricciolo fermasse Schubert verrebbe trafitto e abbattuto dal fuoco amico senza possibilità di replica. Ma ringraziando il cielo la cosa non succede. Grimm non è da meno e non ci pensa due secondi a seguire la strada aperta dai suoi compagni. Questa volta a giocare con il fuoco è Aigner, ma lui non lo sa. Il risultato è strabiliante: tre passaggi praticamente fantastici, tre passaggi che hanno aperto una nuova frontiera con l’impossibile, insomma un trittico da ricordare a lungo perché  un   pensiero e un’idea hanno visto materialmente la sua realizzazione per tornare poi ad essere solo e fantasticamente storia da raccontare.
 
Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Maggio 31, 2011, 08:20:52 pm
Risposta #27

Ettore Ivaldi

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E’ indiscussa la classe di Giovanni De Gennaro! Ne ha dato prova anche ieri alla gara nazionale di Vobarno, una delle sei gare nazionali, aperta a tutte le categorie, per la stagione agonistica 2011.
Il campione del mondo Junior 2010, oggi senior, non ha vinto, ma poco conta, anzi, l’aspetto lo rende ancora più interessante.
Giusto per la cronaca la gara è andata al meranese in forza alla Marina Militare di Luni Sarzana, Lukas Mayr, seguito dal suo compagno di squadra Omar Raiba e bronzo a Riccardo De Gennaro. Ma colui che si è contraddistinto maggiormente con due manche al passo con i tempi è proprio lui il liceale lombardo. Che cosa ha di particolarmente interessante l’iridato? Semplice: una tecnica e un modo di muoversi tra i pali dello slalom decisamente autorevole sfruttando quelle che sono le principali caratteristiche dello slalom moderno e cioè rapidità e anticipo. Della rapidità vi ho parlato già diverse volte, ma anche dell’anticipo ritenendolo la premessa per la fluidità nelle porte in risalita.  Rivedendo in azione il giovane campione mi sono convinto, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, che questa è la strada giusta su cui lavorare, visto l’evolversi di tracciati e dei mezzi di questi ultimi anni. 
L’azione che porta Giovanni De Gennaro alla risalita per la verità è molto semplice e tutto sommato abbastanza naturale. Infatti, grazie ad una visione molto anticipata sulla porta, arriva con ampio margine facendo scorre la canoa verso l’obiettivo in attesa di piazzare la zampata  che sa trasformare la velocità lineare in velocità di rotazione. In questa ultima fase interviene il terzo elemento base: l’equilibrio. Infatti tutto si basa sulla capacità sensoriale di mantenere corpo e canoa in asse sul punto di rotazione. Unendo quindi anticipo, rapidità ed equilibrio, si ottiene la formula magica per ottenere grandi risultati. Ora tutto ciò va mixato con un altro elemento fondamentale e cioè parliamo della capacità di ripetere il tutto con costanza, innescando qui la capacità di concentrazione e il giusto sangue freddo.
Sulle porte in risalita ci si dovrebbe vedere scritto “memento audere semper”  per non lasciare spazio all’indecisione!

Sull’elemento della ripetitività il giovane talento ci dovrà lavorare parecchio, senza però togliere o modificare la sua strategia di gara e soprattutto di stile.
Il problema ora arriva per gli altri e in primis il potente altotesino che, purtroppo, pagaia con stili decisamente antichi. Peccato dicevo perché con la forza che si ritrova potrebbe essere uno dei maggiori interpreti dello slalom moderno. Capire perché Mayr è ancorato a questi sistemi è presto detto. Infatti, secondo il mio modestissimo parere, non ha dei riferimenti tecnici precisi e l’allenamento senza un’apertura al mondo esterno produce quello che tutti noi stiamo vedendo.
Migliorato tecnicamente Raiba anche se ora non deve accontentarsi dei piccoli traguardi raggiunti fino ad oggi. Deve avere la capacità di mettersi in discussione come è capace di fare il suo attuale tecnico e cioè il sublacense Matteo Appodia.

La giornata di ieri sulle rive del Chiese ha  purtroppo sottolineato ancora una volta - nonostante la buona volontà, la dedizione e  la passione -  la povertà organizzativa delle società che si trovano a proporsi per organizzare gare, ma che viceversa hanno mille problemi logistici ed economici da risolvere. Mi chiedo se vale la pena continuare a mettere in piedi manifestazioni così, che hanno l’etichetta di gare nazionali,  oppure fermare tutto e cercare di capire che cosa possiamo fare per uscire da un tunnel sempre più buio e triste. Nell’arco della giornata credo che lo slalom non abbia catturato nessuno spettatore, non c’è stato nessun momento aggregante e tanto meno spunti per avvicinare al nostro ambiente facce nuove.

Considerando il fatto che la Federazione offre un piccolo contributo economico e che ha soprattutto l’egidia dello sport olimpico tra i paletti, dovrebbe anche fissare dei minimi obbligatori da rispettare come speakeraggio, promozione dell’evento, richiesta di partecipazione qualificata di atleti professionisti pagati dallo Stato che invece disertano tali manifestazioni, ma cosa stanno facendo questi signori fuori dalle squadre nazionali e  stipendiati ogni mese?  Poi ci sono  tanti altri piccoli protocolli che farebbero fare un salto di qualità a tutti noi.

Per fortuna che brillano in questi momenti alcuni devoti alla causa come Giuseppe D’Angelo, Valerio Veduti e Lussorio Pidia una terna arbitrale animata da una vocazione alla sofferenza e senza i quali lo slalom in Italia non sarebbe più lo slalom!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Giugno 01, 2011, 08:50:27 am
Risposta #28

nellokayak

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richiesta di partecipazione qualificata di atleti professionisti pagati dallo Stato che invece disertano tali manifestazioni, ma cosa stanno facendo questi signori fuori dalle squadre nazionali e  stipendiati ogni mese?  Occhio all’onda! Ettore Ivaldi


Forse Ettore dovresti avere il coraggio di essere più preciso.
La Marina Militare era presente in massa con i suoi atleti più rappresentativi e non, così come lo è stata all'altra gara nazionale a Subiaco, così come lo è sempre stata da sempre, in tutte le gare di slalom e discesa di livello nazionale.
Nello
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Giugno 01, 2011, 09:10:12 am
Risposta #29

Ettore Ivaldi

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Dopo il tuo intervento credo che non ci sia bisogno di essere più precisi visto che i corpi militari o di polizia sono due nello slalom e considerando che voi non siete, ne rimane solo uno. Ti prego però di non parlarmi di coraggio perché se c’è qualcuno che ha dimostrato di averne è proprio il sottoscritto, denunciando situazioni che sono sotto gli occhi di tutti, ma di cui nessuno ne vuole sentir parlare o si nasconde sotto ruoli istituzionali scaricando responsabilità ad altri, magari più alti in grado!

occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Giugno 01, 2011, 11:42:04 am
Risposta #30

enrico lazzarotto

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Sono d'accordo con Ettore al 1000/1000.
 Caro Nello non puoi assolutamente dire ad Ettore che non ha coraggio, siami NOI tutti che dobbiamo avere il coraggio di cambiare il mondo che amiamo prima che sia troppo tardi.
enricolazz

Giugno 01, 2011, 12:07:06 pm
Risposta #31

nellokayak

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Ti prego però di non parlarmi di coraggio perché se c’è qualcuno che ha dimostrato di averne è proprio il sottoscritto, denunciando situazioni che sono sotto gli occhi di tutti,

occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Carissimo Ettore, sono anch'io, come il tuo amico Lazzar8 d'accordo al 1000/1000 su quello che dici. La mia richiesta nei tuoi confronti non era espressamente di aver coraggio di scrivere, su questo assolutamente non potrei dire nulla, bensì sul coraggio di essere "precisi", in quanto. nel tuo scritto, si trattava di tirare in ballo gli atleti del Corpo Forestale dello Stato e tu hai voluto generalizzare in un "atleti professionisti pagati dallo Stato".
Occhio all'onda ed ai salti  a te e Lazzar8
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Giugno 02, 2011, 11:35:44 am
Risposta #32

Ettore Ivaldi

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Coloro che sognano di giorno sanno molte cose
che sfuggono a chi sogna soltanto di notte
Edgar Allan Poe


La pioggia ha bagnato i fiori di tiglio e, appena cessata, le essenze floreali si sono scatenate in un orgia di profumi e colori. L’aria che si respira fuori da casa ci fa capire piacevolmente che stiamo vivendo un’altra primavera. Stagione dei grandi amori nonché stagione principe per un canoista.  C’è tempo ora di lavorare assiduamente in fiume per curare tecnica e maestria senza il timore di perdere tempo, dimenticandoci cronometri, cardiofrequenzimetri, e tabelle di allenamento altamente specifiche. E’ tempo di giocare con l’acqua. E’ tempo di passare le ore incollati ad una risalita per ripeterla, ripeterla e ripeterla ancora fino allo sfinimento.
Già...tanto per cambiare vi parlerei delle risalite... certo le risalite non sono tutto, ma possono influenzare non poco il risultato finale considerando che il regolamento ne prevede almeno sei in una gara.
Parlavamo giusto ieri dell’anticipo per mettere il nostro scafo nella posizione ottimale per fare la porta con una pagaiata larga. Sistema questo decisamente innovativo e molto redditizio nello slalom moderno. I maggiori interpreti, o meglio, chi ha saputo adeguarsi prima sono stati alcuni giovani talentuosi che, lasciando libera la loro canoa di ruotare, hanno percepito alla perfezione il gesto e grazie alle loro abilità sono in grado di ripeterlo con una certa costanza.
L’obiettivo quindi è quello di roteare attorno al palo interno (che tante volte è l’unico a venir posto) con il busto, mentre la canoa effettua la sua rotazione con la coda. Molto interessante una serie di esercizi che, proprio oggi, Myriam Gerusalmi Fox ha proposto a William  Forsythe e a Zeno Ivaldi sul canale olimpico di Penrith. Una serie di sei risalite destra-sinistra-destra-sinistra-destra-sinistra in cui ogni  porta era costituita da due pali molto vicini. Ciò comportava il fatto che all’interno della porta non ci poteva  passare tutto il corpo, ma esclusivamente la testa con una parte della canoa. Gli atleti quindi  dovevano cercare la soluzione proprio con la propulsione esterna larga perché altrimenti non ci sarebbe stata la possibilità di fare la porta stessa. Il fatto di mettere una sequenza di porte, in questo caso sei, costringeva gli atleti a mantenere alta la concentrazione e soprattutto diventava allenante per lavorare sulla costanza e ripetitività del gesto stesso. Ovviamente non sempre in un percorso le porte in risalita vanno affrontate in questo modo, l’intelligenza agonistica, così come bene la definisce il professore Giuseppe Vercelli, deve progettare, affrontare, superare e prevedere le sfide porta per porta per far sì che alla fine ne risulti una sequenza di azioni unite tra loro e guidate da un unico filo conduttore, ma nello stesso tempo indipendenti per modo di esecuzione.
Interessante, per noi tecnici, utilizzare una telecamera  fissa su un treppiede  in linea sul palo. Ciò ci permette di vedere e capire bene l’azione del corpo e della canoa; lasciando ferma l’immagine si possono prendere precisi riferimenti anche per la fase di avvicinamento alla porta stessa, curando così l’anticipo.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi
« Ultima modifica: Giugno 02, 2011, 11:39:08 am da Ettore Ivaldi »

Luglio 12, 2011, 07:04:58 pm
Risposta #33

Ettore Ivaldi

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Sembra che il tempo sia stabile per tutta la settimana qui a Cunovo. Sole! Finalmente dopo tanta pioggia.

“pioggia e sole cambiano la faccia alle persone
...
sempre e per sempre tu.
Ricordati dovunque sei, se mi cercherai
Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai”
francesco de gregori
[/i]

La brezza del Danubio comunque è costante e sembra quasi di essere in riva al mare con il vantaggio di avere un canale a disposizione per allenarci. Ieri ho pagaiato anch’io tanto per non dimenticare le emozioni che la canoa sa regalarti. Giusto questa mattina ho visto il post di Antonello Pontecorvo sul prossimo raduno a Punta Campanella, mi sarebbe piaciuto andare con la mia canoa da mare doppia assieme alla mia amata. Il grande lupo di mare, di lago e di fiume Gengis mi ha sempre parlato bene di questi fantastici tre giorni in compagnia della pagaia, di amici e di buon cibo valorizzato con dell’ottimo vino. Poi guardando le date - 9/11 settembre - mi sono detto che forse in quella settimana avrò altro a cui pensare. Lo metto però in preventivo per il 2012 visto  che la stagione finirà subito dopo i Giochi Olimpici di Londra e avrò tutto settembre per godermi momenti magici come questi con la canoa, una tendina e la forza dell’avventura libera e spensierata. Chiederò a Marina di portare la sua chitarra perché adoro sentirla cantare.  Poi ci si mette anche Mariano Bifano con Michele Romano due forze della natura uniti dalla nostra passione comune. Bello sapere di essere uniti a chilometri di distanza da quella che è la nostra vera forza. L’immagine che ci ha regalato il campione di discesa “..con la sua abilita' e il suo inconfondibile stile si è allontanato dal pontile d’imbarco dirigendosi verso il mare aperto” è decisamene suggestiva e stimolante per tutti.
Tanto romanticismo ho ritrovato anche nelle tre ragazze che secondo me stanno dominando la scena internazionale e che ieri mi sono divertito a riguardare nelle loro performance di Markkleberg. Molti i punti in comune. Vediamo quelli fuori dalla canoa.
Le prime due, Maialen Chourraut e Jana Dukatova, non sono più giovanissime, classe 1983, mentre Corinna Kuhlne è di quattro anni più giovane.
Le prime due sono fidanzate e convivono con il loro allenatore la terza ha cambiato staff tecnico lo scorso anno e diciamo che ha altri gusti.
Le loro vite sono incentrata sulla canoa e tutte e tre hanno un unico pensiero: i giochi olimpici di Londra 2012
Sono persone decisamente tranquille e che si allenano molto, moltissimo.
Fisicamente sono molto ben preparate e lo si capisce dalla mole di lavoro che riescono a reggere. Muscolarmente  ben definite e  molto toniche. Tutto ciò è possibile grazie alla loro meticolosità nel preparare ogni aspetto,  dall’alimentazione, al lavoro in palestra, dall’allungamento,  al riscaldamento e al defaticamento.  
Tanti piccoli particolari che le avvicinano fuori dall’acqua, ma anche in acqua si possono trovare diversi punti in comune.
C’è quella ricerca della semplicità specialmente per la spagnola e la slovacca. L’austriaca ci sta arrivando in questi ultimi mesi visto che sta abbandonando strategie di gara killer per orientarsi più a discese fluide e armoniose.
Le tre atlete hanno un grande equilibrio grazie proprio alla semplicità della loro azione.
Punto decisamente interessante è la loro reattività in determinate situazioni. Sanno cioè essere veramente concrete nel momento in cui serve esserlo. La reazione all’eventuale errore è immediata e ad oggi è diventata realmente istintiva. Fantastiche tutte e tre le grandi donne del kayak mondiale nella spinta di gambe sui tratti diritti. Una grande fluidità. Mi piacerebbe vederle su una barca da velocità... paranoie mentali di noi allenatori!
Tutte e tre puntano molto in alto anche se ci sono, secondo me, altre 3 o 4 donne in grado di inserirsi tra loro. Le tedesche, qualche australiana, le ceche.

Vi devo lasciare devo andare a seguire il secondo allenamento della giornata e poi correre a fare la spesa al Tesco visto che ho praticamente finito le scorte sulla casa viaggiante -

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Luglio 13, 2011, 05:46:09 pm
Risposta #34

Gengis

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Caro Ettore ,
 i tuoi appunti di romanticismo , di cronaca e tecnica mi fanno partecipe , ma più che partecipe mi fanno sentire sul luogo che descrivi sempre con tanti dettagli, profumati e fioriti , da farmi sentire DENTRO  al luogo stesso , di questo te ne sono molto grato .
Come sai mi piace  sognare ,e sperare nella buona sorte , così a settembre 2012  ti scroccherò un passaggio
fino a Punta Campanella ,così che io possa pagaiare con un Grande Canoista  come te, e per l'occasione ti presterò una delle mie pagaie da mare facendoti scegliere tra una Groellandese ed una Alleutina  create da mani esperte per domare il mare e sfidare il vento .
Sempre sulla cresta dell'onda.
Gengis

Luglio 18, 2011, 09:46:00 pm
Risposta #35

Ettore Ivaldi

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E’ da mo’ che cammino con le punte dei piedi aperte. Mi devo allenare per offrire spazi alla ballerina quando ballo il tango. Un piccolo esercizio che però è molto utile per mantenere pronta la mente a questo movimento. Poi questa mattina mentre camminavo sul campo di slalom in quel modo il buon Richard Fox pagaiava in compagnia della più giovane delle figlie. Spontanea mi nasceva la domanda: ma coloro che sono stati una sorta di miti, modelli, eroi lo rimango per l’eternità oppure via via il loro fascino va sfumando? O meglio se Elvis Presley fosse sopravvissuto ai giorni nostri sarebbe quell’Elvis che noi oggi veneriamo e che rimane un punto di riferimento per il rock mondiale? Marilyn Monroe  sarebbe ancora la bionda da sballo,  che entra spesso e volentieri nei sogni degli uomini, se anche lei avesse raggiunto gli anta e non ci avesse lasciato prima per passare a miglior vita? Stessa cosa si potrebbe dire per Moana Pozzi?
In effetti vedere oggi Riccardo Volpe sul percorso di slalom fa un pochino strano se pensi anche per un solo secondo chi è stato e che cosa ha rappresentato per intere generazioni: con cinque mondiali individuali vinti ed altrettanti a squadre, ancora oggi a distanza di 18 anni dalla sua ultima gara disputata e vinta (il mondiale in Val di Sole  nel 1993), rimane il kayak più medagliato di sempre. Oggi è vice-presidente dell’International Canoe Federation e General Manager della Federazione Australiana di Canoa. Segue da vicino la crescita delle proprie figlie, canoisticamente parlando e non solo. Passeggia per i campi di slalom, parla con il mondo, discute di canoa, presiede i consigli di gara portando il saluto del presidente Perurena. Ah lo sapete, ma l’avevo già scritto, lo spagnolo è entrato nella famiglia del CIO e in teoria questo dovrebbe essere un vantaggio per il nostro sport... speriamo!
Certi miti però sono rimasti tali perché sono spariti dalla circolazione. Jon Lugbill rimane intatto nella sua nicchia di eroe forse perché una vola chiusa la sua carriera sportiva è sparito dal mondo della canoa. Renato De Monti rimane il  miglior C1 italiano della storia. L’ha scritta per un decennio e poi si sciolto come neve al sole lasciando solo dietro a sé la leggenda dell’”Italian Express” come lo definirono gli inglesi dopo una sua splendida vittoria a Langolenn.
Oliver Fix vinse i mondiali nel 1995 e le olimpiadi l’anno successivo.  Appese la pagaia al chiodo giusto dopo la gara a cinque cerchi e, dopo una brevissima parentesi da allenatore, è tornato nell’anonimato della vita.
Ho sempre considerato Angelika Bahmann la vincitrice dell’oro olimpico a Monaco 1972, una sorta di Madonna di Lourdes, fino al maggio del 2008, quando a Bejing l’ho incontrata e per un paio di mesi abbiamo condiviso orari di allenamento e preoccupazioni per la gara. Lei allenava la squadra cinese e dopo quella bella parentesi è tornata a fare il suo lavoro di fisioterapista in una cittadina della Germania. E’ tornata a sentire il profumo dell’alloro olimpico che per lei rimane sempre verde anche a distanza di quarant’anni.
Peter Sodomka era un omone grande e grosso e dopo tante gare e tante vittorie chiuse la sua carriera nel 1977 al mondiale di Spittal dopo aver regalato a Jon Lugbill la sua pagaia: lo scettro del re della canadese  monoposto andava in eredità allo statunitense: gesto che effettivamente si rivelò profetico. Vidi Il cecoslovacco  una sola volta alla fine degli anni ’90 a Liptovosky dove fu invitato per la 50esima edizione dei Tatranska Mikulas. Rimase sul ponte per due giorni a guardare le gare e alla fine si dissolse nel nulla...  
Elizabeth Sharman, che si chiama come la mia splendida nipotina,  fu la più grande slalomista di sempre: era elegante, atletica, potente e di gran classe. Vinse l’ultimo mondiale nel 1987 e non ebbi più notizie di colei che avevo soprannominato  “the Queen”.  Qualche voce mi dice che ha avuto un bimbo, fa la mamma e insegna a scuola.

Si dice anche che il mondo ha bisogno di eroi e di leggende, peccato solo che di loro si parli poco specialmente nel nostro mondo. Ci sarebbero tante storie da raccontare e da divulgare, purtroppo però tante di queste rimangono sconosciute, si perdono nei ricordi di ognuno di noi, si confondono e mutano con una realtà che corre sempre avanti. Ci fermiamo raramente per rimembrare
Eppure è anche attraverso queste figure che molti di noi si sono innamorati dello slalom tanto poi che alla fine è diventato uno vero e proprio stile di vita.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Un amico con la nostra stessa passione ci ha lasciati attoniti, amareggiati, disperati, increduli. Lo voglio pensare come lo conosco da sempre. Lo voglio ricordare sulle tres montagnas o sulla rapida dello slalom di Mezzana. Lo porterò e lo portermo sempre con noi in ogni pagaiata, in ogni respiro.


« Ultima modifica: Luglio 18, 2011, 09:47:36 pm da Ettore Ivaldi »

Luglio 23, 2011, 09:50:45 pm
Risposta #36

Ettore Ivaldi

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Odio gli inglesi, in senso buono si intende! Sono eccessivamente pignoli, precisi, meticolosi. Tutti in divisa. I lavoratori, con casco e giacchetta fosforescente, sono sempre impeccabili. Hanno tutti le radio ricetrasmittenti, che fa tanto americano, e sembra sempre di sentire il comandante Swigert che, rivolgendosi al Lyndon B. Johnson Space Center, dice: ”Okay, Houston, we've had a problem here”. Poi l’equipaggio dell’Apollo 13 tornò sulla terra sano e salvo utilizzando il modulo che avrebbe dovuto servire per atterrare sulla luna. Al canale olimpico c’è un punto che secondo me è già diventato un simbolo e che esprime tutta la filosofia che io mi affanno a cercare di esprimere. Infatti, su un lato del canale, vicino al laghetto dove si salirà in canoa c’è un cartello, adiacente ad un portone, sempre presieduto da due della security che dice: “Fire Assembly Point” - traducendo alla lettera sarebbe “Punto di ritrovo in caso di incendio”. Allora vi chiedo: ma a voi non è mai capitato di vedere in Italia una cosa del genere che in caso di incendio vi invita a raggrupparvi in quel punto? Ora io posso capire tutto, perché ormai a questo mondo di tutto può capitare, ma che scoppi un incendio al canale olimpico di canoa ci vuole proprio tutta e la cosa che mi sconvolge ancora di più e' che qualche mente fulminata ci abbia anche pensato, meditato, organizzato e quindi posto quell’insegna. Come se tutto ciò non bastasse ha avuto anche il coraggio di piazzarci due guardie armate li sotto... benvenuti anche voi nel Regno Unito! Poi oggi guidando verso il canale dall’Università in cui passeremo questi 14 giorni pensavo, ma visto che qui guidano a destra, ma perché non fanno girare anche l'orologio dalla parte opposta, così almeno la farebbero completa?!? Vi racconto l’ultima e poi vado a letto. Oggi preso dalla novità della stanza... vivevo in camper praticamente da maggio, ho dimenticato la carta che funge da chiave all’interno. Vado alla reception e comunico l’accaduto pensando di ricevere una copia della stessa. In realtà non è andata così. La tipa ha chiamato, con far sospetto, la security, via radio ovviamente, la quale si è presentata all’entrata del mio caseggiato che hanno battezzato “Watton”. Ora spiegarvi perché si chiama così vi dovrei raccontare la storia dell’Università che si chiama per l’appunto University of Hertfordshire e Watton-at-Stone è un paesino nell’Hertfordshire nella valle del fiume Beane. Ok! non vi interessa molto la cosa ho capito e quindi proseguo. Arriva la Security la quale mi sottopone ad un interrogatorio, diremmo noi, di III grado. Ha voluto sapere i natali fino alla terza generazione. Quindi praticamente, strisciando sul fango e coperti dall’artiglieria amica con la contraerea pronta ad intervenire, siamo arrivati al terzo piano. Una volta segnalata la mia stanza e provveduto ad una bonifica del territorio circostante, un volontario si è fatto avanti e con sprezzo del pericolo ha estratto un portachiavi magnetico, ci ha chiesto di stare alla larga e ci ha suggerito che in caso di esplosione sarà meglio sdraiarsi a terra. L’eroe, un trentenne possente armato fino all’osso, ha puntato il portachiavi sul ricevitore e una volta aperta la porta blindata si e' lanciato nella stanza per controllare che tutto fosse ok prima di farmi entrare. Considerate il fatto che la stanza è una celletta di 4 metri per uno e il bagno mi fa rimpiangere quello della mia casa viaggiante quindi vi potete rendere conto delle dimensioni. Una volta accertato che tutto fosse in ordine sono potuto entrare a prendere quel cartoncino magnetico che serve per aprire tutte le porte che devo oltrepassare per arrivare in camera. Missione compiuta ha subito comunicato la security alla reception e io ho potuto sentire un sospiro di sollievo da parte anche del rettore della struttura universitaria! La carta magnetica praticamene me la sono tatuata sul petto e la porterò da oggi in poi sempre con me!

Domani si naviga e spero di avere qualcosa di più tecnico da raccontarvi

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi


London, 23 July 2011 pre-olimpic race

Luglio 24, 2011, 10:45:31 pm
Risposta #37

Ettore Ivaldi

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l povero messicano è stato frullato a dovere oggi nella sua prima ora e 20 di allenamento sul canale olimpico. Non faceva in tempo ad uscire da un rullo che il successivo lo catturava per sballottarselo un pochino. Poi sembrava  che il buco fosse magnanime con il poveretto, ma sul più bello.... patatum in acqua per l’ennesimo eskimo! Ad ogni discesa il casco scendeva sulle 23 e i capelli fuoriuscivano da ogni lato.
E’ uscita in barella la povera atleta del Senegal dopo la prima discesa o meglio dopo la prima metà della sua prima ed unica discesa. Diciamo che non era certo il caso di buttare giù da qui la slalomista di colore, che, se pur animata da tanto coraggio, ha dovuto piegarsi alla forza dell’acqua. Spettacolari però gli interventi per il soccorso. Si sono mossi a mo’ di calamità nazionale, mancava solo l’atterraggio dell’elicottero e poi sarebbe stata completa. Evidentemente però, dopo vari consulti ed interventi, sono arrivati alla conclusione che la senegalese non era in pericolo di vita e la cosa si poteva risolvere con l’ospedale da campo imbastito per l’occorrenza. L’elicottero ha sorvolato a lungo la zona e poi da terra, con segnali di fumo, è stato fatto allontanare: le pale meccaniche creavano vortici strani nell’acqua e le porte erano praticamene orizzontali rispetto la superficie.
Il mio atleta brasiliano, Pedro Henrique, se l’è goduta. Lui ha una grandissima acquaticità, gli manca una concezione corretta dello slalom e su questo ci sto lavorando, ma si sa che l’importante è affrontare le difficoltà in serenità e certamente a lui  allegria e spensieratezza non mancano. Il kickflip poi per lui è una manovra per passare indenne nei buconi di questo nuovo impianto olimpico.
Chi da' l’impressione di essere proprio nel suo ambiente naturale è il magrebino francese Fabien Lefevre che su quest’acqua ci sguazza a suo piacere. E’ un piacere vederlo, leggero come una foglia, abile come un giaguaro nella giungla. I buchi non li evita, li cerca per un piacere personale, per sentirsi vivo, per caricarsi di energia, potenza, elettricità! Bravo, proprio bravo ed elegante, nulla da dire. Guardando lui sembra tutto così naturale e facile, ma staremo a vedere.

Anche gli allenatori a bordo vasca devono indossare il salvagente come tutto il personale operativo. Pensate che il tipo che sta praticamente a controllare chi entra e chi esce dalla reception, che ovviamente dista parecchio dal canale di gara, indossa perennemente il salvagente. Poi lui, per una maggior sicurezza, porta anche il caschetto. Per capirci meglio: lui è vicino alle guardie che controllano il cartello “Fire Assembly Point” ed è logico indossare il giubbetto salvagente, perché, in caso di incendio, si attivano le pompe che spengono il fuoco..praricamente rischierebbe di morire annegato in mezzo alle fiamme...  sarebbe proprio il colmo!

Il centro di Lee Valley non è ancora ultimato e probabilmente anche il canale di gara subirà da qui alle olimpiadi qualche aggiustamento. E’ lungo 300 metri ha un dislivello di 5 metri e lavora con 13 metri cubi per secondo. Cinque le pompe di cui 4 lavorano quando è aperto.

Le impressioni degli atleti sono unanimi: troppi buchi, acqua lenta, non c’è una linea d’acqua da seguire. “Se arrivi da Cunovo quando pagai su questo canale ti sembra di essere sempre ferma. Devi tirarti fuori dai buchi agganciando forte” mi diceva ieri Jana Dukatova.
Ed in effetti il canale olimpico dopo una prima curva a destra presenta un lungo rettilineo disseminato da ostacoli che frenano inevitabilmente l’acqua. Sono principalmente due i grandi salti che delimitano la parte superiore da quella inferiore e in mezzo mille combinazioni possibili.
La mia impressione è una Pechino più piccola e manca quello che noi potremmo definire una linea d’acqua principale su cui poi costruirci tutte le varie opzioni possibili.
I tracciatori dovranno pensare a lungo prima di mettere giù il percorso visto che non sarà facile combinare scorrevolezza, velocità, spettacolarità e imparzialità per pagaiatori destri e sinistri.
A disegnare il percorso saranno Jean Michel Pronon, Marianne Augulhon e Thomas Schimdt. Il primo lo conoscete tutti: è il francese presidente del boarding ICF dello slalom da due mandati olimpici, stipendiato dalla federazione transalpina, piccolo importante dettaglio. La seconda è un ex slalomista di livello, anche lei francese, ora direttrice del centro di Pau ed è stata chiamata per sostituire la puerpera inglese Reeves. Si potrebbe pensare anche che gli inglesi  hanno preso la palla al balzo della maternità della Reeves per tagliare i ponti con Pronon e fargli una campagna contro in vista del prossimo congresso ICF cercando di cambiarlo  proprio con la futura mamma. Infatti sembra che i britannici non abbiano gradito  come Jean Michel abbia sostenuto apertamente la candidatura per i mondiali del 2015 di Bourg St. Maurice. Non avrebbe dovuto farlo per una pura  ragione di stile visto che lui avrebbe dovuto essere super-partes. Invece non solo si è schierato apertamente contro Londra, ma ha anche fatto l’errore di presentare lui stesso la cittadina francese  e ... gli inglesi non dimenticano, anche se alla fine hanno portato a casa il mondiale che sarà selezione olimpica per Rio 2016.

La pre-olimpica o “London Prepares series” come hanno definito la manifestazione di fine settimana prossima, vedrà praticamente tre fasi. Una eliminatoria con due manche, una batteria sempre con due manche, una semifinale a manche unica e una finale a manche unica. Quindi chi arriverà alle medaglie avrà fatto 6 discese.
Di volta in volta quindi si andranno ad eliminare barche come vi riporto in dettaglio qui sotto:

k1 men da 51 a 21 per la prima eliminatoria, poi per la successiva  batteria  si passerà da 21  a 15, ed infine dalla semifinale a 15 ai 10 finalisti.
k1 womenda 43 a 21 a 15 a 10 per finale
c1men da 34 a 16 a 12 a 10 per finale
c2da 26 a 12 a 10 a 6 per finale

Prenderanno il via 30 nazioni, praticamente le più quotate sono tutte presenti, mancano solo Russia, Polonia e Grecia.  A parte poi di qualche eccellente eccezione - ad esempio Violetta Oblinger o Christos Tsakmakis,,  tutti gli atleti migliori sono presenti.

A fianco del canale di gara c’è il “Training Channel”  un percorso lungo 160 metri che funziona con tre pompe e ha un dislivello di 1,6 e lavora con 10 metri cubi d’acqua al secondo. Un gioiellino che chiunque di noi desidererebbe avere sotto casa. Basterebbe questo per dare una svolta importante allo slalom in Italia.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

London, 24 July 2011 pre-olimpic race

Luglio 27, 2011, 11:49:54 pm
Risposta #38

Ettore Ivaldi

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errata corrige

 1. ho scritto nel post precedente che la ragazza uscita in barella è senegalese. Mi scuso, ma   
     lei    è dell’Uganda.
 2. i dati dei partecipanti sono stati così aggiustati:
     k1 men da 64 a 21 per la prima eliminatoria, poi per la successiva  batteria  si   
     passerà da  21  a 15, ed infine dalla semifinale a 15 ai 10 finalisti.
     k1 women da 52 a 21 a 15 a 10 per finale
     c1 men da 48  a 16 a 12 a 10 per finale
     c2 da 33 a 12 a 10 a 6 per finale


Sono passati  alcuni giorni sul canale di Londra e si inizia a capire qualcosina. Il percorso è molto complesso e presenta tante e tante possibili combinazioni. Certo non farebbe  impazzirebbe dalla gioia la mia amica Gia-Pron senior perché le possibilità per piazzarci qualche sponda sono praticamente infinite! Ovunque, dall’inizio alla fine, ci possono esser buchi da utilizzare per spostarsi da una parte all’altra del canale saltando sulla schiuma bianca... E proprio come afferma  Peter Kauzer: “Finalmente un percorso degno per il nostro sport” - I migliori atleti si stanno godendo tutta quest’acqua cristallina. Ecco un’altra particolarità del percorso: l’acqua praticamente è filtrata ed è effettivamente potabile. Poi, dove l’acqua è più calma e cioè praticamente solo in partenza e arrivo, si può vedere il fondo così come  sul lago di riscaldamento:  praticamente l’acqua è trasparente. Un particolare al quale  noi canositi non siamo  più abituati da quando abbiamo abbandonato i fiumi per concentrarci sui percorsi artificiali. Che bello che era il Cellina e il Noce a maggio e a settembre. E cosa dire dell’Isonzo? Bei tempi quando ci chiamavano ancora fluvialisti! Ahahah.

Il tracciato secondo me si può praticamente dividere in tre parti. La prima  dalla partenza al primo grande dislivello. In questo tratto, l’unico in curva,  ci sono una serie continua di buchi che ti portano direttamente sul primo grande salto. Due riccioli importanti prima di imboccare la curva che ti immette sotto il ponte.   Ancora tre onde-ricciolo ti danno il benvenuto prima di entrare nel primo grande  salto del tracciato.
Sotto si forma una bella onda chiusa e una più aperta che si presta molto bene ad una doppia risalita prima a sinistra e poi a destra. Dietro a questa onda aperta un ricciolo ad intermittenza, nel senso che a momenti lo si trova chiuso e in altri aperto e allungato verso sinistra.
Tra i due salti c’è la parte centrale caratterizzata da diverse onde e da diversi riccioli.
Si chiude dopo l’ultimo salto con il canale che ti riporta verso sinistra per andare a riprendere il nastro trasportatore che ti riporta alla partenza.
Questa potrebbe essere una chiave di lettura di questo percorso che presenta, come già  detto, mille combinazioni.

David Ford risalendo in canoa mi si è affiancato e mi fa:”I know what I need for this course” e mi mostra il bicipite! Spontanea la mia risposta: “So when You come back home start with the gym”. Lui mi sorride e mi dice “Yes”.  Anche se per la verità non condivido troppo la sua analisi, a me sembra un canale particolarmente impegnativo e pensare di navigarlo con la pura forza umana mi sembra piuttosto limitante. Certo è che dal punto di vista fisico è molto dispendioso e quindi non si dovrà certo risparmiare energie nella preparazione anche fisica. Il mio amico L8, che la sa lunga, scambiando con lui impressioni sul canale  via internet, ha inquadrato subito il problema: isometria a manetta!
Altro segnale di grandi lavori arriva da Super Cali che in questi giorni è indaffaratissimo a provare modelli della sua canoa che Nelo gli ha riprodotto con diversi volumi. Staremo a vedere che cosa ne uscirà

Qui si può  notare in maniera evidente la differenza tra canoista e puro slalomista. Dopo pochi giorni di allenamento ci si rende conto che alcuni atleti hanno già trovato diverse soluzioni alle varie difficoltà e si stanno dimensionando su questi ritmi e su questa realtà acquatica. 
C’è chi se la sta prendendo con le porte e scatena tutta la sua rabbia sulle indifese paline. Qualcuno anche sulla canoa, che ovviamente non ha colpe. C’è chi è spesso e volentieri con la testa sotto o chi si diverte a fare il percorso senza pagaia, come i tedeschi che alla fine dell’ultimo allenamento lungo  si sono lanciati giù per il budello d’acqua con le sole mani.
Tutto ciò mi fa fare una riflessione che cercherò di sviluppare nei prossimi giorni sul fatto che non sempre la troppa acquaticità è positiva, ma ne parleremo con calma.
Comunque piano piano iniziamo a vedere delle belle azioni tecniche e ben presto ci sarà la possibilità di testarle in gara.

Si inizia giovedì con i K1 men e i C1, le donne, come le stelle, stanno a guardare!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Luglio 29, 2011, 12:50:30 am
Risposta #39

Ettore Ivaldi

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Se mi chiedessero di votare il gesto tecnico più entusiasmante della giornata di aperture a queste gare pre-olimpiche per k1 uomini e c1 non avrei dubbi. Risponderei senza pensarci un secondo.  Per me il gesto più bello, più tecnico, più emozionante, più naturale, più eccitante e più elegante è stato il debordé  che ha piantato nell’acqua quel fenomeno di uomo che si chiama Stanislav Jezek tra la 9 la 10 e la 11.
La porta nove era una risalita a destra fuori dal salto, mentre la 10 una porta in discesa dall’altra parte del canale. La difficoltà non era tanto il passaggio nella 10, ma la successiva necessità di oltrepassare un buco enorme per tornare verso destra entrando  nel palo della 11 e la porta a “ski” successiva.
Ora il problema era quello di  ruotare la canoa in un brevissimo spazio senza perdere velocità perché entrare nel buco lenti significava farsi inghiottire dalla bocca del drago. Non bisogna neppure però farsi prendere da paure strane  vedendo e percependo direttamente in faccia tutta quell’acqua che arriva dal salto.
L’atleta della Repubblica Ceka, un sinistro naturale alto poco meno di un metro e novanta per 70 chili, di cui vi ho parlato molte volte, ha avuto il coraggio di entrare nella risalita con un  debordè che, a parte un colpetto,  non  ha  più  tolto dall’acqua fino all’entrata della 11. Ora è difficile trasmettere le sensazioni che si possono avere quando si è in procinto di fare questa manovra, ma tanto per farvi capire vi dirò che fior di Kayak di livello non se la sono sentiti di tenere in acqua per così tanto tempo il colpo indietro di destro. Non so se riesco a rendere l’idea, ma c’è chi pur avendo la pala pronta per essere usata, preso dal panico, ha preferito temporeggiare perdendo così preziosi secondi oltre alla perdita della linea più veloce, che significava anche perder molte energie per recuperare la traiettoria.
Lui invece, Jezek, non ha tentennato minimamente. Debordè,  rotazione delle spalle impressionante, un controllo della coda in acqua che pochi possono vantare  e via sicuro verso la porta successiva.
Mi è piaciuta in modo particolare l’eleganza e la facilità con cui il bravo ciunista ha risolto una combinazione che a molti atleti ha condizionato la gara intera.
La considerazione generale sui C1 è quella che sono molti vicini ai K1 -  3% -mentre per stare nei primi 16, che passavano  il turno, bisognava restare nell’8% da Super Cali che ha vinto l’eliminatoria fra i K1 men. Bravo il pagaiatore bianco, rosso e verde, che ha messo in acqua una prima manche da manuale.
In sala video siamo isolati dal mondo. Non abbiamo i risultati on line perché Omega, titolare dei cronometraggi che poi ha appaltato alla Siwidata, non vuole correre il rischio di commettere errori e quindi prima di ufficializzarli passano al setaccio tutto e tutti.
Ci hanno tolto anche il segnale del telefono onde evitare che in tempo reale si possano mettere informazioni in internet. Pensare che questo è solo un allenamento anche per l’organizzazione... chissà cosa succederà ai Giochi Olimpici il prossimo anno!

Le donne scendono dalle stelle e con i C2 gareggeranno per le eliminatorie. Tempo previsto soleggiato a tratti coperto. Chissà se riusciremo veramente a rimetterci con le maniche corte, pantaloncini e magari infradito... troppo vestiti non si apprezza appieno tutto.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

London Prepares series, 28 July 2011

Luglio 29, 2011, 10:01:50 pm
Risposta #40

Ettore Ivaldi

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Eroica Prossi Makimbi, semplicemente ed unicamente eroica l’atleta dell’Uganda nella sua discesa sul canale olimpico. E’ lei ad aprire le danze per il gentil sesso. E’ lei a cimentarsi per prima in quel budello d’acqua che fa tremare anche i migliori atleti al mondo. Eppure lei nella sua canoa rossa e vestita di bianco affronta ogni difficoltà con disinvoltura, sembra quasi essere abituata a lottare per ogni respiro, quasi che il passaggio successivo sia una vera e propria conquista. In canoa ogni pagaiata fa sussultare noi spettatori sulla riva, potrebbe essere veramente l’ultima prima di un rovesciamento, ma lei non molla mai perché il destino non abbia il sopravvento. Le porte non esistono, ma poco conta, la scelta della linea è delegata a qualche volontà divina, specialmente per la prima parte del tracciato. Poi si riprende nella seconda parte e sembra preoccuparsi anche delle varie risalite e discese che qualcuno ha posizionato su quelle acque tanto turbolente e chissà per quale ragione. Poi fuori dalla canoa, la vedi camminare sul campo un po’ persa e si muove con molta tranquillità osservando tutto ciò che la circonda. Per le donne vi rimando ai video, gustateveli sensa essere influenzati da uno povero scribano mi sento solo di aggiungere che Elena Kaliska inizia a sentire odore di olimpiadi... attente donne! Il gesto più paradossale della giornata arriva dal duo Denis Gargaud e Fabien Lefevre. I due l’hanno studiato a fondo e messo in atto la prima volta alla risalita 9, poi ancora alla risalita 13 e poi nuovamente alla 16. In sostanza i due cambiano lato di pagaiata in relazione alla risalita da fare. In realtà non riesco a capire la concreta necessità. ILa difficoltà del cambio, specialmente per chi sta dietro è parecchia e il seppur bravo Gargaud deve destreggiarsi non poco nell’effettuare il passaggio di mano al volo e sopra la testa del compagno. Staremo a vedere se la cosa farà tendenza e se qualcuno si cimenterà in questa giocoleria con la pagaia per copiare i due transalpini sempre alla ricerca di stravaganze tecniche. La cosa mi fa riflette e, come suggeriva il buon dottor Sesana, è da capire se il fatto di fare per qualche atleta la doppia specialità possa essere un vantaggio oppure un aggravio di lavoro. Non è facile trovare risposta certo è che ad esempio Hounslow il britannico che gareggia in K1 e C2 ultimamente fa molta fatica ad rientrare nelle semifinale della gara singola, mentre un tempo era praticamente un abituè. Così come il buon Fabien. Fa strano notare che nessun tedesco, slovacco, ceko si cimenti nella doppia specialità, forse la concorrenza in casa nelle singole categorie è troppo spietata? Oppure è una vera e propria scelta? Vi lascio con questo dubbio amletico, aggiungo che anche il tempo da queste parti è così tanto inglese! Come i “bobby” che girano sul perimetro del percorso che fanno tanta scenografia, beh vado è quasi ora del tè... non posso mancare mi sentirei fuori luogo da queste parti!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

London Prepares series, 29 July 2011


link video gara eliminatoria donne

http://www.youtube.com/watch?v=bCswJeJ0VHQ
http://www.youtube.com/watch?v=2kSCmpYSro0
http://www.youtube.com/watch?v=ZLMRDBlk0n8

Luglio 31, 2011, 12:17:33 am
Risposta #41

Ettore Ivaldi

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Qualcuno è stato sorpreso dal cambio di pala di Gargaud/Lefevre pensando che la cosa fosse una novità assoluta. In realtà ripescando nei meandri della memoria ricordo di aver visto fare tutto ciò molti anni fa quando si gareggiava nel C2 misto. In questa categoria era uso cambiare la pala per l’uomo che in certe situazioni andava a dar man forte alla compagna di barca. Vabbe! Giusto per una precisazione storica.
Ogni tanto, anche nel paese della regina, appare il sole. Giusto il tempo per invogliare gli atleti ad usare la manica corta e poi il tenue sole viene inesorabilmente inghiottito in cumuli di nuvoloni che mi ricordano tanto un quadro che la mia mamma ha appeso in salotto e che fin da piccolino mi catturava la fantasia. Mi portava a bordo del veliero, che stava proprio in mezzo al dipinto, e che era intento a navigare nella tempesta tra onde e nuvoloni oscuri. Chi si trova ora a navigare in cattive acque è Jana Dukatova dopo l’uscita anticipata di oggi. Colpo di scena quindi tra le donne. Infatti la slovacca attuale numero 1 del ranking mondiale è fuori dalle 15 e quindi dalle semifinali di domani. Poco male se il danno si fermasse qui, ma questa gara per gli slovacchi è anche una prova di selezione per i prossimi giochi olimpici e per lei ora la strada è tutta in salita. Dovrà cercare di rifarsi ai mondiali di settembre a casa sua, nella speranza che la mala sorte colpisca la sua più accreditata rivale. Colpo basso quindi per la slovacca che a questo punto si ritrova ancora una volta a rincorrere il sogno olimpico alle spalle della ritrovata Elena Kaliska. Cosa vi avevo detto ieri? Il fiuto è ancora buono nonostante l’età e una certa forma di pazzia che mi viene attribuita.

Tutto nella norma invece nei kayak uomini con l’unica eccezione che Molmenti e Grimm si sono scambiati nelle postazioni di vertice. Incerta la partecipazione del campione italiano alla semifinale di domani visto che è rispuntato un vecchio dolore alla cervicale. Meglio non forzare per una gara che a questo punto per lui non conta più di tanto dopo che ha dimostrato al mondo e a se stesso di essere pronto e combattivo su questo canale.
Per l’Italia fuori Omar Raiba che ho visto però bene per diverse parti del percorso. L’atleta della Marina deve ora cercare di fare suoi i tempi e i ritmi di tracciati che non lasciano scampo a distrazioni o a forzature in momenti sbagliati. Forse curando di più la strategia di gara riuscirà a fare un altro passo verso i migliori. Bene il giovanissimo De Gennaro che dimostra di essere entrato alla grande nella categoria senior nel suo anno d’esordio. A lui l’ipotetica maglia bianca del Giro!
C1 monotoni all’inverosimile sempre al 3% dai K1 men. Sempre bravi, sempre emozionanti. Alcuni di loro si sono dimostrati anche molto più coraggiosi dei colleghi seduti affrontando la porta 5 in discesa, contro il 100% dei kayak che sono passati in retro. Hradilek aveva azzardato in prima manche, ma si è schiantato. In seconda doveva recuperare e anche lui ha ceduto alla via più sicura e forse anche più veloce. Si sa però che le canadesi amano stupire e sono degli esteti del gesto atletico: loro creano opere d’arte, momenti di grande perfomance, come la mia amica Sara, e non ci rinuncerebbero per nulla al mondo anche a costo di sbagliare.

Gesto più potente della giornata a cura di Joan Crespo che per uscire dalla 8 in risalita si è spinto sul muro con la pagaia ed è letteralmente decollato, tanto da provocare un un sonoro "OLE’" in tutta la sala video!

Interessanti le statistiche diramate dall’ICF in relazione alle penalità... a me le statistiche sono sempre piaciute, forse non si era capito!

Nella prima giornata di gare i giudici hanno giudicato 3.574 passaggi. Ci sono state 17 richieste di verifica da parte dei diversi Team Leader e 3 di esse sono state modificate. Ancora 3 giudizi sono stati cambiati dal “giudice video” sui 15 casi analizzati. Nessuna protesta ufficiale.
Nel secondo giorno 2686 passaggi. 5 richieste di verifica. Nessun cambiamento, solo 2 da parte del “giudice video”
Chi è il “giudice video”? Ve lo spiego un’altra volta... sono preso da un attacco di sonno e così cedo la mano.


Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

London Prepares series, 30 July 2011

qui il video della manche vincente di Grimm -
 http://www.youtube.com/watch?v=ag_ny8vJr7s

Luglio 31, 2011, 02:26:12 pm
Risposta #42

Ettore Ivaldi

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Cosa mi è piaciuto della semifinale dei k1 uomini? Tutto! Entusiasmanti questi atleti che dimostrano di essere tutti molto competitivi. La rosa dei possibili vincitori si allarga, cresce, si espande. Nulla sembra impossibile anche per i più giovani. Mi è piaciuto parecchio Samuel Hernanz, un ragazzo che conosco molto bene visto che arrivò in Spagna dalla Francia  quando io ero il direttore tecnico degli iberici. I suoi natali da parte di padre erano spagnoli e quindi optò  di gareggiare per questo paese. E’ migliorato molto e lui ha lasciato posto alla sua naturale leggerezza abbandonando presto l’irruenza giovanile che ti porta a fare scelte troppo estreme, quello che sta succedendo a Giovanni De Gennaro. Vista l’età però ci sta, avrà tempo per capire che a volte è meglio cercare di dosare l’energie perché la gara è lunga al contrario della vita che sembra troppo corta!
Vi parlo della semifinale perché la finale ha tutto un altro sapore. La finale è un momento unico, sublime che per me è assestante con la crescita dell’atleta e dello stesso movimento globale. Un  batter d’ali della farfalla, un soffio di vento, un’onda che si rompe sulla scogliera. Qui tutto può succedere, come è già successo spesso e volentieri in tutte le finali olimpiche, ma di questo non è tempo di parlare ad un anno di distanza.
La mia vena giornalistica però mi impone di raccontarvi anche della finale che è stata non priva di sorprese visto l’eliminazione in semifinale di Super Cali per un 50 alla porta 7. Vittoria e gloria a Vavrinec Hradilek che dopo cinque manche alla ricerca della propria dimensione riesce a trovarla proprio quando conta. Parte non benissimo e sulle prime tre porte sparisce e riappare saltando da buco a buco. Si prende un grande rischio dalla risalita 4 alla 5 in retro. Infatti attraversa tutto il lungo ricciolone tenendo la pala destra in acqua e sembra non guardare la porta successiva, lo sguardo è fisso  sulla pala e sull’acqua fino quasi alla fine che tira questo colpo e sembra perdere la porta. L’abilità di cambiare ancora millimetricamente la sua direzione permette all’atleta di ruotare velocemente la canoa ed entrare nella cinque per poi lanciarsi nella combinazione “ski” sei e sette. Belle pagaiate e una frequenza controllata. Alla fine saranno 102 i colpi dalla partenza all’arrivo. Tocca la palina più bassa della porta a “ski” 16, ma prosegue imperterrito. Chiude la gara con una veronica all’ultima risalita a sinistra e ferma il cronometro in un magico 92,53 più 2 quindi per un totale di 94,53 che oggi vale oro pre-olimpico e tanta carica per l’appuntamento del prossimo anno.  Kauzer è ballerino e a volte incerto si piazza secondo con 95,50 e terzo un Lefevre rinato in K1. Il suo tempo è 97,51. Qualche rimpianto per Giovanni De Gennaro, che però non ci deve essere, il suo tempo è 94,90 ai quali si devono sommare tre tocchi e un salto di porta alla due forse inesistente o perlomeno molto dubbio. Il tempo però dovrebbe dargli tranquillità e  garanzia di un grande futuro sportivo.

A Martikan sono serviti 87 colpi per vincere la gara e si è tolto anche lo sfizio di fare la 5 in discesa, per lui ogni retro fatta è una sorta di pugnalata alla schiena... chissà cosa pensa del canottaggio!

Donne e C2 partono nel pomeriggio - altre storie da documentare e da regalarvi

finale k1 men il vincitore lo potete vedere qui
http://www.youtube.com/watch?v=cBH3FH5O5NI

finale c1 men il vincitore lo potete vedere qui
http://www.youtube.com/watch?v=b_ZLyrC-1ug


Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

London Prepares Series, 31 July 2011

Luglio 31, 2011, 06:18:05 pm
Risposta #43

Ettore Ivaldi

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Nella finale delle donne ci si entra risalendo le porte  come la Hilgertova alla 5,  ma anche con un salto di porta come Melanie Pfeifer - la 2 in discesa. Assurdo com’è assurdo che poi la tedeschina, fatica ad arrivare al metro e 60 per 50 chilogrammi, va a vincere la finale fra le donne! Una gara, la sua, pulita senza sbavature e con 109,05 non ha problemi a restare al comando fino alla fine. Lei, dopo la sua magica prova e confuciana... si siede sulla riva del fiume e aspetta il cadavere del nemico!
Piccola considerazione: qui le atlete per nazione erano due o tre, pensate cosa succederà alle olimpiadi quando a rappresentare uno stato sarà una sola! Nella finale di oggi avevamo 2 tedesche, 2 ceke e due britanniche.
La morale della favola in slalom è:  non bisogna mai arrendersi fino a quando non si è tagliato il traguardo, poi ci penserà il destino a scrivere la parola fine.
La spagnola Chourraut, che aveva vinto la semifinale, fa gran bene fino alla 15 in risalita e sembra avere in mano la vittoria. Da lì in poi si scompone fino alla 18, si riprende, ma sbaglia l’uscita dell’ultima risalita fermandosi nel rullo. Finirà quinta.
Un capolavoro la discesa dei fratelli Pavol e Peter Hochschorner il tempo 103,86 è fantastico e cioè al 9% da Hradilek e con un margine di  vantaggio di 3 secondi e 11 dai cugini e compagni di squadra Skantar, che le olimpiadi le guarderanno dal salotto di casa.  Il resto del mondo è lontanissimo più di 9 secondi. Vi potete fare un’idea di quanti sono nove interminabili secondi? Vi consiglio di guardarvi il video... merita. mettetevi comodi e ammirate quello che fatico a raccontare e a descrivere. Mi ci vorrà del tempo per riuscire a vedere ogni dettaglio di questa prova, loro che rincorrono la quarta medaglia d’oro olimpica.  

Qui sbaraccano tutto e tutti quindi mi sa che devo abbandonare la mia postazione, vado a fare un giro a Londra tanto per cambiare aria e mi bevo il tè delle 5 p.m.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

London Prepares Series, 31 July 2011 last day

qui la seconda classifica nel k1 women - http://www.youtube.com/watch?v=440dngJcnhA
qui la vincitrice del K1 women - http://www.youtube.com/watch?v=c40sxmO5WKo
« Ultima modifica: Luglio 31, 2011, 06:23:29 pm da Ettore Ivaldi »

Luglio 31, 2011, 06:28:23 pm
Risposta #44

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Ottobre 26, 2011, 07:26:26 pm
Risposta #45

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Gli  appassionati e  gli amanti dello slalom non possono perdere questi due video

1. http://www.youtube.com/watch?v=Xbk-T0CYgSw
2.

buona visione e occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Novembre 05, 2011, 11:42:46 pm
Risposta #46

Ettore Ivaldi

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un altro bel video di Enrico Lazzarotto... consigliata la visione!

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Novembre 06, 2011, 05:06:36 pm
Risposta #47

Ettore Ivaldi

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Sono le foglie rosse e gialle sul “toro”(1) a ricordarmi che siamo in autunno. La temperatura certo non aiuta. In canoa stiamo ancora pagaiando senza guanti e con il “combo” leggero. E’ una bella stagione per dare spazio al lavoro tecnico, base di evoluzioni e imprese sportive. L’allenamento in questo periodo è molto proficuo soprattutto per il fatto che la mente è libera di ascoltare il gesto e di lasciare che l’istinto, se pur indirizzato, possa avere il sopravvento alla ricerca di nuove o vecchie sensazioni. Siamo lontani dalle gare e non siamo quindi condizionati da nulla, non siamo presi dall’ansia del risultato. Autunno tempo per concentrarci con le forze sui fondamentali come porte in risalita o sfasate e tra un allenamento di corsa, in discesa o in palestra non bisogna dimenticare la velocità, che sta alla base di ogni risultato. Sarebbe un errore colossale evitare in questa stagione di mantenere il lavoro tecnico che deve stare sempre alla base di una buona programmazione di allenamento e deve essere sempre mantenuto per tutto il corso dell’anno. Purtroppo c’è chi invece pensa di usare la stagione della caduta delle foglie per aumentare solo il diametro del proprio bicipite e per macinare chilometri di corsa o in canoa. L’errore di questo tipo di programmazione penso possa saltare agli occhi di tutti: la tecnica che ne uscirà subirà una trasformazione negativa. L’allenamento e il miglioramento fisico devono andare di pari passo con il miglioramento e l’adattamento delle capacità tecniche specifiche sulle porte. Ma avremo modo di parlarne a lungo in questo periodo.

La risalita è sicuramente la porta che nel corso dell’evoluzione dello slalom ha subito il maggior numero di cambiamenti e mutazioni per i diversi modi con cui negli anni i più grandi campioni dello slalom l’hanno interpretata. Non per niente Scott Shipley (2) nel suo libro “Every Crushinng Stroke” dedica alla tecnica sulla risalita ben 10 pagine. Il modello della perfezione di allora era quello di fare la porta con due colpi - “slalom racers spend long hours trying to perfect the two stroke upsteram” dividendo l’azione in tre parti e cioè approccio, rotazione e uscita. Io in una mia recente analisi sul tema (vedi http://ettoreivaldi.blogspot.com/search/label/Tecnica%2012 e http://ettoreivaldi.blogspot.com/search/label/Tecnica%2013 ) suddividevo il passaggio di una risalita in quattro parti: preparazione, anticipo, rotazione, uscita. L’approccio di Scott, può essere considerato come la preparazione alla porta che in relazione al suo posizionamento va di volta in volta aggiustata. Secondo me in ogni risalita e in ogni percorso (anche se si tratta del medesimo) la condizione sarà mutata e l’abilità dello slalomista sarà proprio quella di aggiustare il tiro in ogni esecuzione della stessa. Qui inseriamo un altro importante punto di riflessione su quella che dovrebbe essere l’idea dell’allenamento di tecnica: se lo vogliamo sintetizzare al massimo possiamo dire che l’obiettivo principale diventa non la ricerca dell’automatizzazione del movimento stesso, ma il rendere l’atleta consapevole e partecipe al singolo gesto messo in atto ogni volta e che, per sua natura, non è ripetibile. Ciò che è cambiato in questi anni è l’uso del peso e del colpo in acqua. In sostanza, nelle condizioni ottimali, si utilizza solo un colpo. L’azione è molto più dinamica. L’aggancio si trasforma molto spesso in colpo di rotazione esterno o di frenata interna. Ecco perché mi sento di inserire nelle fasi suggerite da Shipley anche l’anticipo che oggi è diventato l’essenza della porta in risalita: conseguenza logica di una azione molto dinamica e veloce. Tutto ciò è oggi consentito dalle stesse canoe che permettono rotazioni esplosive e dal palo unico che ormai sta prendendo sempre più piede (attualmente la media in percentuale di porta tradizionale, cioè con due pali, è del 21% in gare di coppa e mondiali). Lo slalom e la sua tecnica sono in continua evoluzione. Proprio su questo punto bisogna lavorare molto per far capire all’atleta e al giovane in primis che una corretta esecuzione della risalita ha il suo fondamento nella libertà di azione della coda. Bisogna entrare nella mentalità di lasciare la coda nella sua azione rotatoria ed è solo ad azione quasi terminata che si ritorna ad essere influenti sull’azione successiva. E’ fondamentale quindi in quest’ottica approcciarsi bene alla risalita, lavorando di anticipo. In questa fase la canoa viene guidata principalmente con i fianchi che ne determineranno la corretta direzione oltre ad intervenire, in maniera determinante, nell’attivare la rotazione della coda.

Esempi di workouts

Protocollo: su acqua piatta partire da una porta in discesa per effettuare una risalita a sinistra e successiva discesa. Ripetere l’esercizio 5 volte poi spostare la discesa un metro più a destra e così anche per la seconda discesa. Ancora 5 ripetizioni e allargare ulteriormente. Così facendo cambiamo gli angoli d’arrivo in una risalita
Intensità: alternare massima velocità a velocità intermedie con verifica del tempo e video.
Variazioni: esercizio uguale con piccola resistenza sulla parte anteriore della canoa.


Occhio all'onda! Ettore Ivaldi


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(1) toro - così chiamato il segnale del livello di guardia che è delimitato sui muraglioni che chiudono l’Adige all’interno di Verona. Difese costruite qualche anno dopo la grande piena del 17 settembre 1882, quando cioè l’acqua fuoriuscì e raggiunse Porta Borsari.
(2) Scott Shipley grande specialista nel k1 men - 24 anni di gare con 1 mondiale junior vinto 1988; tre coppe del mondo ’93, ’95, ’97; tre argenti iridati nel ’95, ’97 e ’99, due partecipazioni olimpiche Atlanta 12^ e Sydney 5^ -

Novembre 11, 2011, 05:58:22 pm
Risposta #48

Ettore Ivaldi

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“Il cielo d'Irlanda è una donna che cambia spesso d'umore.

Il cielo d'Irlanda è una gonna che gira nel sole
.
Il cielo d'Irlanda è Dio che suona la fisarmonica
si
apre e si chiude con il ritmo della musica

si apre e si chiude con il ritmo della musica”


A volte bisogna lasciare libera la fantasia e ascoltare il cuore anche per la scelta degli allenamenti per non seguire sempre schemi e tabelle preconfezionate.  Ottenuta la convinzione che ciò possa portare a buoni risultati ieri abbiamo lasciato alla musica il compito di ritmare il lavoro con il pagaiergometro. Infatti indossate le cuffiette dell’I-pod Zeno si è affidato alla selezione musicale che ha trovato sul magico congegno che quel fenomeno di Steve Jobs aveva creato offrendo all’Apple un punto di forza per fare un ulteriore passo avanti rispetto alla diretta concorrente Microsoft.
Una volta partita una canzone la si interpretava per l’intera durata e per i ritmi dettati. Musica soft uguale pagaiata soft. Musica hard uguale pagaiata hard e così via in relazione ad una casualità decisa dal piccolo apparecchio della mela mangiata! Ne è uscito un lavoro decisamente diverso dal comune e che alla fine si è dimostrato particolarmente interessante. Si è così  riprodotto, se vogliamo, quello che può capitare in fiume o in una prova di slalom: alti e bassi, accelerazioni e brusche frenate, recuperi e scatti, pagaiate lunghe e ben distese con pagaiate di solo braccia.  Insomma un allenamento che come recita la canzone della Mannoia “cieli d’Irlanda” si “apre e si chiude con il ritmo della musica”!

Un altro interessante allenamento è stato quello fatto dai ragazzi e dalle ragazze della Lega Navale Italiana sezione di Genova Quinto  su cui Elena Bargigli mi ha erudito. Il suo gruppo infatti nei giorni scorsi si è armato di stivali e badili ed è andato nelle zone colpite dall’alluvione per spalare fango e quant’altro. Ecco un bell’esempio di come ci  si possa mettere a disposizione degli altri che sono stati colpiti da questa tragedia per dare una mano e per non perdere nemmeno l’allenamento. Spalare fango e muovere quantità di detriti è sicuramente un ottimo esercizio fisico, ma non solo. E’ un ottimo elemento motivante per capire quanto fortunati siamo  nel poter vivere una vita da atleti per un obiettivo chiarissimo. Forza, resistenza, concentrazione e tensione tutti elementi poi che ti ritrovi in gara e che in quei frangenti sono fondamentali anche per la sopravvivenza.
Questo mi dà lo spunto per dire che il nostro sport non è solo un’attività fine a se stessa, ma ci insegna anche a capire che in certe situazioni il canoista è avvantaggiato grazie ad una serie di informazioni che ha acquisito con la sua pratica. Chi meglio di un pagaiatore può essere d’aiuto quando l’acqua si trova fuori da quello che dovrebbe essere il  suo  corso  naturale? E’ stato così per i disastri in Veneto quando è intervenuto Ivan Pontarollo con le sue  guide di rafting e maestri di canoa che hanno portato in salvo diverse persone anziane proprio perché sono stati gli unici in grado di arrivare in posti dove solo una canoa può arrivare. Risolvendo situazioni al limite.

Ogni tanto esco dal tema, ma mi premeva congratularmi con tutti questi ragazzi che hanno dimostrato di avere un cuore grande grande grazie anche da colei che ogni giorno condivide con loro fatiche e gioie, trasmettendo splendidi valori umani, sportivi ed emozionali. E pensare che la nostra amata federazione si è completamente dimenticata di Costei  che  ha:  titoli, capacità, esperienza e  atlete,  senza considerare il volano che fa girare al meglio ognuno di noi e cioè  una enorme passione e una spiccata vocazione per gli altri.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Novembre 17, 2011, 09:26:08 pm
Risposta #49

Ettore Ivaldi

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Non me lo ricordavo! Qui in Brasile  l’asse del water è morbida, strana sensazione ma non male come idea. Ti siedi e ti accoglie fra le sue “braccia”.  Subito ti sembra strano perché hai una sorta di sensazione di caduta, poi ti ci abitui e apprezzi... è molto comoda e in certi momenti... aiuta! Ho ritrovato anche il mio rasoio elettrico che avevo lasciato qui nella  borsa a marzo: che bello farsi la barba ogni mattina senza lametta. Certo non è come la lama che ti lascia liscio liscio cosa che Amur apprezza molto, ma, considerando il fatto che colei che amo non c’è, mi posso permettere di trovarmi impreparato agli assalti del mio Angelo biondo, nessuno si accorgerà che la barba non è così perfetta come potrebbe essere!

Oggi in canoa abbiamo lavorato sul colpo in acqua e sulla relativa trasmissione alla canoa. Il canale è chiuso e quindi avremo sei  settimane per concentrarci sull’allenamento fisico e sulle tecniche di base in acqua piatta.
Fatto inquietante è che troppi dei miei giovani atleti pagaiano pensando solo a tirare forte con le braccia dimenticandosi completamente della spinte delle gambe, della torsione e della presa in acqua. Ho dovuto cercare il sistema per far loro capire tutti ciò e quindi ho utilizzato l’arma dell’umiliazione sferrata  da un 50enne poco allenato in canoa, ma che ci tiene parecchio alla loro crescita tecnica e fisica. Praticamente ho lanciato una sfida sui cinque minuti pagaiando indietro per vedere chi faceva più strada. Loro sono partiti molto convinti  spingendo l’acceleratore a fondo, ma ben presto davano segni di cedimento tanto che dopo solo qualche minuto uno ad uno venivano risucchiati dal sottoscritto - per l’appunto il vecchietto di cui vi parlavo prima - fino ad arrivare al tempo prestabilito. Beh! voi non ci crederete ma ho avuto un ampio margine sul secondo arrivato e poi via via  su tutti gli altri. I ragazzini si sono stupiti e hanno imputato la cosa alla mia grande preparazione fisica che in realtà in questo momento lascia molto a desiderare. La verità però non è questa, la ragione è che loro non usano tutto il corpo per pagaiare e di conseguenza non fanno scorrere la canoa oltre al fatto di stancarsi presto. Nella pagaiata indietro tutto ciò viene esaltato all’inverosimile è una sorta di prova della verità. Spiegato l’inghippo e messi nella condizione di sperimentare, abbiamo iniziato  a rivedere i fondamentali proprio dalla pagaiata indietro. Strana partenza!  Speriamo solo che questo sia poi un buon inizio per poi pagaiare forte guardando però sempre avanti!

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Novembre 19, 2011, 10:17:45 pm
Risposta #50

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Vivo in un convento o meglio vivo in un ex-convento trasformato e adattato per ospitare  la base operativa della canoa slalom brasiliana. Io sono giunto qualche settimana prima dell’arrivo di tutti gli atleti per preparare ogni cosa e definire nel dettaglio piani e programmi di sviluppo e allenamento. Siamo partiti a singhiozzo, ma ora sembra proprio  che la grande macchina di “Rio 2016” si sia messa in moto alla grande. Certo, in questi casi non bisogna  avere fretta, anche se ti piacerebbe essere già operativo al 100 per cento. Dobbiamo iniziare a creare un sistema e soprattutto dobbiamo cercare  di coinvolgere un po’ tutti nel progetto. Sarà importante iniziare bene fissando regole e orari. Il problema più grande in questi casi arriva dalla capacità di essere da esempio a tutti quelli che passeranno da questo centro. Si dovrà cercare di stimolare ognuno, trovando la combinazione ideale per far  esprimere al meglio tutti i nostri ragazzi e ragazze: il risultato viene dato da una serie di fattori che si devono tutti intrecciare con maestria utilizzando conoscenze, esperienze, arte e alchimismo come direbbe il grande Alviano Mesaroli.

La struttura è  in un punto abbastanza strategico della turistica città di Foz do Iguaçu visto che  a 15 minuti di corsa abbiamo la palestra “FitFoz”: un bel centro sportivo con sala pesi, sala fitness, piscina, campi da calcio e volley, pista per correre, sauna, idro-massaggio, mentre a 15 minuti di auto arriviamo al canale di allenamento che però resterà chiuso fino al primo di gennaio per permettere ai pesci di risalire e riprodursi. Nel frattempo si pagaia sul lago a monte della diga di Itaipu. Qui c’è un mega club di vela che ospita noi e il progetto “Meninos do Lago” di cui avevo già parlato tempo fa.

L’ex convento, dove viviamo,  è ben strutturato. Al piano terra c’è la cucina con la sala da pranzo e l’area relax, un ampio giardino nel quale fra non molto verrà fatta anche una piscinetta.  Sempre a piano terra ci sono due stanze da letto e la hall. Si sale di un piano e si arriva in un locale piuttosto spazioso con un tetto molto alto i cui lucernari danno luce praticamente a tutto il locale. Sarebbe ideale per ballare tango, anche il mio maestro sarebbe contento. Già me lo immagino qui che mi propone dove mettere le casse dello stereo per fare lezione ai miei ragazzi e ragazze. Apprendere questa sublime arte non farebbe che bene ai miei atleti, ma prima o poi ci riusciremo, non è vero Graziano?
Ai lati di questo ampio salone che vi potete immaginare come un peristilio della domus romana, senza le colonne, ci sono otto porte che portano in altrettante camere da letto.
Il giardino verrà  sfruttato per fare  stretching e  esercizi per le spalle con elastici e pesetti da mezzo chilo. L’ampio salone invece sarà la sede  per le varie riunioni di gruppo e per le lezioni che a alcuni professori terranno ai ragazzi per tenerli stimolati anche culturalmente. Quindi c’è in programma un corso di inglese, incontri con alcuni medici sull’educazione alimentare e i rischi del doping.

fine prima parte ...

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Novembre 21, 2011, 08:28:12 pm
Risposta #51

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... prosegue dalla prima parte

“In the imagination there is a hot wind which blows on cities,
as a friend
I dream of souls always free like clouds which
fly full of humanity deep inside”

Per l’alimentazione seguiremo i consigli della nutrizionista che è stata scelta per seguire questo progetto e che darà indicazioni precise agli atleti e alle due cuoche che si alterneranno per preparare colazioni, pranzi e cene. Non molto distante da qui c’è lo studio del fisioterapista che terrà sotto controllo i ragazzi e, una volta alla settimana, avremo una lezione di ginnastica posturale per prevenire problemi che possono insorgere con le tante ore che passeremo in acqua a pagaiare. Da oggi ai giochi panamericani - dove ci giocheremo un posto olimpico per ogni specialità - ci dividono 18 settimane, che sono 126 giorni o 3.024 ore. Non ho ancora calcolato le ore di allenamento che faremo in acqua e in quante porte passeremo, neppure il numero di sedute in palestra o a correre o a nuotare. Poco conta perché non seguiremo certo tabelle di allenamento e tanto meno mutueremo nulla dai manuali di insigni professori che, come i politici, sono troppo lontani dalla realtà e dalla gente e di conseguenza dalle necessità degli atleti. Li leggeremo e continueremo a studiarli comunque per confrontare la teoria con la pratica e il sudore versato ogni giorno. Ciò che conta è essere presenti per seguire passo dopo passo questi giovani slalomisti con tanta voglia di far bene. Avremo da affrontare nel frattempo i campionati Sud-Americani a San Rafael in Argentina, l’ultima gara della Coppa del Brasile a Piraju e la selezione per formare la squadra per i PAN-AM. Un cammino che potrebbe sembrare lungo, ma che in realtà è più veloce di un lampo a ciel sereno. E pensare che questo progetto speravo di realizzarlo in Italia. La mia idea infatti, quando ero commissario tecnico dello slalom e della discesa per la Fick, era quella di creare il “College della canoa fluviale”.
Avevo lavorato duramente a questo progetto e alla fine grazie al presidente Francesco Conforti, ad Oreste Perri e a Mauro Pitotti, avevamo trovato anche una sede ideale e cioè a Terni. Il tennis tavolo lasciava la sua struttura e noi avremmo dovuto subentrare a loro. A pochi chilometri c’è Ferentillo dove potevamo avere il nostro campo di allenamento su un tratto di fiume interessante che un tempo utilizzavamo molto per i raduni delle squadre nazionali specialmente nei periodi invernali, vista una temperatura mite e l’acqua in abbondanza. Per questo tratto esisteva anche un progetto per adattarlo alle necessità dello slalom finanziato da regione e comunità europea.
Partivo da un dato di fatto, che è poi la costante anche di oggi: i club in Italia possono solo portare i giovani atleti ad un livello medio, poi mancano di strutture, mezzi , conoscenze e disponibilità economica per far fare ai loro atleti un salto di qualità. I numeri di slalomisti che superavano il primo scoglio erano decisamente pochi - si consideri che oggi la situazione è decisamente peggiorata. Quindi avevamo la necessità di non perdere nessuno e cercare in questo gruppo, se pur ristretto, di trovare elementi interessanti in visione olimpica. Un cammino, che ripeto, non potevano e non possono fare i club. Ecco quindi la necessità di creare una struttura idonea a questa crescita, offrendo ai nostri giovani l’opportunità di esprimersi agonisticamente e nello stesso tempo di avere anche la possibilità di portare avanti gli studi universitari. Terni e la Federazione di quel tempo erano tutto ciò.
Mi è piaciuto Zucconi oggi nella sua esternazione quotidiana a tema: “http://zucconi.blogautore.repubblica.it/2011/11/19/pensare-in-italia/?ref=HRER1-1”. In sostanza ci dice che la crisi non è un problema di risorse economiche o di chissà quali problemi finanziari. Il vero problema dell’Italia è che si è addormentata e ha chiuso le porte a ciò che nel passato ci ha sempre contraddistinto: la fantasia nel creare, nel proporre, nel portare avanti idee e progetti. Oggi non c’è più nessuno che si prende la responsabilità per nulla. Politici, funzionari, impiegati, operai. Tutti sono caduti nel tranello teso da chi ha interesse a mantenerci ignoranti e sottoposti al signor sì nella convinzione di poter avere il momento personale di gloria e notorietà. Abbiamo perso tutti il senso dell’interesse comune, del piacere di creare un qualche cosa che resterà nella storia, fosse anche il semplice e devoto lavoro quotidiano che è la strategia vincente per i grandi risultati!

“Nella fantasia esiste un vento caldo,
Che soffia sulle città, come amico.
Io sogno d'anime che sono sempre libere,
Come le nuvole che volano,
Pien d'umanità in fondo all'anima”

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

fine seconda parte....
« Ultima modifica: Novembre 21, 2011, 08:29:47 pm da Ettore Ivaldi »

Novembre 28, 2011, 07:59:05 pm
Risposta #52

Ettore Ivaldi

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Prendete un foglio bianco e disegnateci una montagna di quelle che avete visto nei film western o nei fumetti di Tex Willer. Sparsi qui e là inseriteci anche dei cactus e qualche fico d’india oltre a piccoli e nodosi arbusti. Il paesaggio però è soprattutto quello di sassi color rosso, come la terra.  A lato fateci scorrere  un torrente non troppo grande con massoni che formano invitanti  morte per risalite da manuale. Il tutto attrezzato con un campo da slalom che non ha nulla da invidiare per facilità di utilizzo e per caratteristiche ai migliori campi in circolazione.  Sulle rive gli eucalipti e giusto dietro a loro dell’erbetta  che però  mano a mano che ci si allontana dall’acqua si dirada fino a lasciar posto alla pura terra. Quella terra sulla quale quando ci si cammina si lascia il segno del proprio passaggio alzando nuvolette di polvere. Quindi paesaggio decisamente brullo, fatta eccezione per tutto ciò che sta attorno al fiume e per quelle oasi che ogni tanto la caparbietà e la pazienza dell’uomo ha fatto nascere deviando  l’acqua. Sono aree  per il  camping o per posizionare una delle tante madonnine che da queste parti venerano. Una volta che avete completato la vostra opera vi apparirà quell’Argentina a 250 chilometri a sud di Mendoza e più precisamente quello che si vede in un paese che si chiama San Rafael, nella Valle Grande. Ah dimenticavo! Per arrivare dalla prima città al paese disegnate una retta: quella è la strada che lega le due comunità. Su tutta questa distanza ci sono solo due punti  di riferimento Tunuyan a poco più di 800 metri sul livello del mare. Una zona famosa per i vigneti e per le sue mele. L’altro agglomerato urbano è  San Carlos, poi solo pampas e la cordigliera delle Ande, con le sue cime innevate, che vi accompagna maestosa nel viaggio verso i Campionati Sud-Americani di canoa slalom e che a me ricorda sempre il disastro aereo che ci fu nel 1972.  Paesaggio che si interrompe ogni tanto per i chilometri di vigneti che in questi ultimi dieci anni sono cresciuti a dismisura e che hanno portato a questo paese una notevole crescita sotto il punto di vista viti-vinicolo e quindi economico.  Si producono degli ottimi rossi principalmente  cabernet e malbech, come scoprirò piacevolmente al  barbeque della sera!
Eh già sono venuto qui giù per seguire questa gara in cui Brasile, Cile, Venezuela, Colombia, Costa Rica e ovviamente Argentina mettono in palio il titolo di campione Sud-Americano in una realtà canoistica che sta cercando la propria identità. Le difficoltà non mancano per accorciare la distanza con l’Europa, che bene o male ha quasi  sempre monopolizzato risultati, politica e attenzione mediatica. Da queste parti manca sicuramente la tradizione per i paletti dello slalom e manca soprattutto un progetto importane internazionale per cercare di allargare la base di questo sport. Certo non è facile!  Si pensi però  che in tutti questi paesi ci sono tre forti elementi aggreganti:  fiumi in abbondanza, giovani che, se ben seguiti, possono crescere velocemente e soprattutto la lingua che bene o male unisce tutti, cosa che non esiste in Europa. Quella Europa  che viceversa è ricca di storia e tradizione, ma che purtroppo  stenta ad aprirsi al mondo con l’errore che se lo slalom rimane confinato in pochi paesi rischiamo di uscire dal circuito olimpico prima di quello che si possa pensare. La salvezza sta proprio qui e in Asia per un progetto internazionale forte e deciso che faccia uscire definitivamente dal confino paesi che vengono considerati solo quando c’è il terrore di qualche controllo da parte del Comitato Internazionale Olimpico. Come fare è semplice.
Primo: l’ICF deve individuare uno o due tecnici competenti per ogni area, stipendiarli e mettere a loro disposizione materiale, che può trovare da sponsor di settore.  Così  facendo si fanno  crescere le varie realtà partendo dal centro per arrivare fino al sud America. Stessa cosa dicesi per i paesi asiatici. E’ così semplice che mi vergogno pure a scriverlo. Ma non è così poi anche nella realtà di una società di canoa italiana? E se può andare bene per noi perché non potrebbe funzionare anche a livello internazionale? Dubbi che resteranno tali perché, per il momento, non ci sono interessi politici ed economici che possano far cambiare rapidamente questa realtà. Secondo: cambiare il regolamento per l’accesso in semifinale e finale ammettendo in queste due ultime fasi solo un atleta per paese. Le statistiche parlano chiaro e ci dicono che sono troppo poche le nazioni che passano in semifinale e tanto meno in finale - riguardatevi i post sui campionati del mondo dove si fa l’analisi dell’evento iridato -

http://ettoreivaldi.blogspot.com/search/label/Campionati%20del%20Mondo%20Slalom%20-%20Bratislava%202011


Godiamoci quindi questi Campionati che ovviamente concedono tante licenze al regolamento a partire dal cronometraggio e dagli stessi giudici che certamente non sono così pignoli come siamo abituati dalle nostre parti. Non ci sono controlli per le barche o per i materiali che quest’anno hanno creato mille problemi anche in Coppa del Mondo e ai mondiali. Figuriamoci se applicassero alla lettera il regolamento da queste parti, praticamente partirebbero in tre!

Poco importa perché in un batter d’occhio mi sono ricalato nellla canoa che ho vissuto  da noi alla fine degli anni ’70. Tutto ciò però, si inserisce in un piano di sviluppo che coinvolge non solo il Sud America, ma che indirettamente e forse anche in maniera sconosciuta porterà benefici a tutto il movimento dello slalom: una globalizzazione a 360 gradi per mantenerci vivi e operativi.
Se facciamo un parallelismo con la discesa possiamo dire tranquillamente che tutto ciò è assente. Nel mio peregrinare per il mondo non ho mai visto o sentito parlare di un progetto analogo per il settore discesa. Peccato perché molti luoghi e paesi hanno fiumi che si presterebbero alla grande a questa splendida specialità a cui rimango molto legato. Al settore mancano idee, voglia di lavorare e  buona volontà grazie ai  diretti interessati che rimangono seduti nelle loro comode poltrone senza muovere foglia in attesa di vedere la loro specialità apparire nei prossimi necrologi sportivi!


Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

« Ultima modifica: Novembre 28, 2011, 08:01:11 pm da Ettore Ivaldi »

Gennaio 27, 2012, 10:37:40 pm
Risposta #53

Ettore Ivaldi

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Al canale di slalom è un rigoglio di colori e profumi. Ci sono gruppi di alberelli con fiori rossi, gialli, bianchi, fucsia. Li vorrei raccogliere tutti e donarli ad Amur. Fisicamente non posso, ma con il pensiero posso fare quello che voglio ... ora sono più felice!  
La notte qui rinfresca e alla mattina quando arrivo sul posto di lavoro trovo l’erbetta umida che è cresciuta a dismisura dal giorno prima. L’hanno tagliata qualche giorno fa, solo ieri sono passati a raccoglierla e oggi era già ritta in piedi con le puntine di un verde chiarissimo. La natura non si ferma e neppure noi che siamo quasi alla fine della nostra terza settimana di carico. Tutti sono in attesa di una pausa che arriverà puntuale domani dopo l’allenamento della mattina. Infatti stiamo organizzando, con il mio collega allenatore canadese Michal,  un “Social Party” fra le due squadre, ma di questo vi racconterò magari un’altra volta.
Mi chiedevo tuttavia cosa dovevo fare per riuscire a far capire ad alcuni miei ragazzi che in canoa, e specialmente in slalom, ci si va prima con la testa e poi con la forza delle braccia. Anche oggi ho combattuto contro il loro istinto animale di tagliare in entrata tutte le risalite e di conseguenza uscire qualche metro più a monte delle paline stesse. Non è nella loro natura, non è nel loro DNA, che sto riscrivendo, non è nella loro logica pensante e allora... il colpo di genio è  arrivato dalla mia disperazione. Ho adatto una tecnica che il mio maestro di tango, il mitico Graziano, mi ha fatto una volta per farmi girare stretto su me stesso e cioè mi si è messo proprio appiccicato costringendomi ad eseguire il tutto in quel angusto angolino che mi aveva concesso. Quindi a metà allenamento ho cambiato tutto il tracciato e ho spostato le risalite a ridosso delle pietre in uscita. Grazie a Dio è facile farlo, visto che il campo di slalom è fissato sui cavi che corrono paralleli a tutto il percorso.  Lo spazio vitale quindi per non schiantarsi sulle pareti rocciose, una volta fatta la risalita, era minimo. I ragazzi, anche i più testardi, erano costretti ad aprire l’entrata per poi cercare la via di fuga tra la palina e il masso che delimita la morta. Dopo il primo giro con porte che volavano da ogni lato ho messo un’altra piccola regola: 1 real per ogni tocco! Beh ragazzi mie quando si parla di soldi le cose cambiano per tutti e finalmente non più tocchi e uscite  raso porta! E’ stato duro spiegare ai canadesi perché tutte le risalite erano in quei posti così ameni. Io ho glissato dicendo che le avevo spostate perché non ci servivano, chissà se mai ci hanno creduto!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Foz do Iguaçu - Brasil

Gennaio 28, 2012, 06:15:29 am
Risposta #54

Skillo

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Sono un po' stupito: possibile che con video e cronometro essi non riescano a vedere che cosa fanno e che cosa potrebbero fare? O non ce l'hai raccontata tutta o cominci a perdere colpi  :D

Gennaio 28, 2012, 10:52:22 am
Risposta #55

Ettore Ivaldi

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Sono un po' stupito: possibile che con video e cronometro essi non riescano a vedere che cosa fanno e che cosa potrebbero fare? O non ce l'hai raccontata tutta o cominci a perdere colpi  :D


Vedere o vedersi a volte, spesso, non basta. Percepire, sentire, vivere, toccare con mano ti permette di fare tua e concretizzare una sensazione,  fissando nella tua memoria tutto ciò. Questo è il mio scopo principale con loro.

Poi che perda  colpi è abbastanza normale e logico... molti mi danno del pazzo, lo sai che ho tanti amici!

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Gennaio 30, 2012, 07:08:45 am
Risposta #56

Skillo

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Guarda, giusto per scrivere un po', se l'atleta non fa suo il ragionamento non credo che in assenza di ostacolo in uscita continui a uscire stretto dalle rise.
Poi parto più da lontano così magari può tornare utile anche a qualcun'altro: i tuoi atleti tendono ad entrare stretti e a uscire alti, tu li hai costretti ad uscire bassi ed essi hanno allargato l'ingresso. Quindi hanno continuato a percorrere lo stesso identico "cerchio" solo spostandolo più a monte e presumibilmente più dentro alla morta. Ma c'è vantaggio? Una volta che l'ostacolo in uscita è stato rimosso, loro impiegheranno meno tempo facendo come se ci fosse l'ostacolo o come facevano già prima? Prenderanno l'esercizio che gli hai fatto fare solo come "un'eccezione obbligata" o hanno visto una possibilità di migliorare le loro solite risalite?
Nello slalom contano i secondi non i metri.

Gennaio 30, 2012, 04:37:32 pm
Risposta #57

Ettore Ivaldi

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“Training is like building a castle by hand.
Each workout you add some more bricks to your castle"

Ma come lo aiuti a fare suo il ragionamento? Che io chiamo percezione del gesto?
Questo non è un problema solo dei miei atleti diciamo che è il difetto dei “giovani d’oggi” che cercano di imitare quello che vedono fare dai grandi campioni senza rendersi conto che i migliori atleti al mondo in realtà non cercano di esasperare l’entrata ma di velocizzare l’uscita. I giovani e qualche tecnico nota solo il fatto che questi tagliano le entrate nelle risalite perdendo velocità, senza preoccuparsi di che cosa succede in uscita. In realtà non è così!
Si cura l’entrata dimenticando l’aspetto più importane che è quello di mantenere la velocità il più costante possibile. E’ impensabile fisiologicamente  poter ripartire ogni volta da zero dopo ogni risalita  anche in una gara di slalom che magari dura solo 90 secondi o meno... l’ha capito anche Molmenti ed è stato proprio questo il punto che gli ha permesso di essere sempre tra i migliori o il migliore.
La cosa non sta però in questi termini e non è così facile come potrebbe sembrare. Lo slalom moderno  in questi ultimi anni è cambiato moltissimo dando dinamicità al tutto e in modo particolare alle risalite.
Per approfondimenti sul tema risalite si veda in particolare
http://ett oreivaldi. blogspot.c om/2011/11 /autunno-t empo-di-la vori-tecni ci.html
http://ett oreivaldi. blogspot.c om/2011/06 /risalite- eterno-dil emma-e-gio ia.html
http://ett oreivaldi. blogspot.c om/search/ label/Tecn ica%2012

interessante il video di Molmenti sul tema risalite -  http://www .youtube.c om/watch?v =ygnrKg3IM Qs

. keep the boat going
. space behind the gate
. find the safe line space


Avevo lo stesso problema con Zeno e in parte ancora con Raffy. Con loro in Adige, a volte, sull’acqua piatta io in canoa fungevo da sasso cioè mi mettevo a ridosso della porta in uscita.
L’obiettivo è quello di non perdere velocità e trasformarla, nel caso della risalita, in rotazione e conseguente uscita, senza ridurla. In questo caso è fondamentale permettere alla coda di girare veloce per poi schizzare con un guizzo fuori a riprendere corrente sulla prua che aiuta non poco in uscita. Trovare cioè un punto di rotazione sul palo interno mantenendo però l’ottimale distanza con lo stesso. Un contatto quasi intimo fatto solo di sfioramenti e non di passionali approcci fisici. Diciamo un amore platonico! Il fatto di percorrere gli stessi metri mi può anche stare bene, ma sono fatti con velocità decisamente diverse. In slalom oggi non vince chi fa meno metri, ma chi è più veloce per tutto il percorso ( e su questo concordiamo entrambi) e sa mantenere velocità costanti con i dovuti cambi di ritmo quando possibili.
Diciamo poi che nasce il problema di trasmettere questi concetti. Ci si prova cercando di spiegarlo all’atleta e se questo non lo riesce a mettere in pratica cerchi di utilizzare tutti i mezzi possibili per metterlo nella condizione di capire e percepire. A volte vedersi, verificare il tempo e parlare non è sufficiente (ricordi tempo fa in un mio post davo dei suggerimenti per capire tutto ciò attraverso il posizionamento di una camera fissa e l’utilizzo del tempo entrata-uscita- ho citato sopra il link) A questo punto resta la  speranza che l’atleta  possa fare suo il concetto anche quando gli toglierai i limiti fissati. Sono mezzi, strumenti che ti permettono di capire, poi come sempre quello che paga è il lavoro costante fatto sul campo ogni giorno della settimana, per mesi, anni! Togliere - mettere - guardarsi - guardare - provare - riprovare - sbagliare - sottolineare - esaltare - e poi nuovamente il ciclo che riparte.
Oppure c’è la soluzione B per l’allenatore: far fare dei gran lavori fisici, usare il cronometro, non essere presente agli allenamenti ed ipotizzare teorie relativamente alla forza guadagnandoci poi anche premi elargiti da politici compiacenti.
Io come sai sono più uomo di campo e cerco di mettere i miei atleti nella condizione di percepire... posso insegnare poco, però posso guidarli nella loro  scoperta tenendoli per mano e supportarli   con ogni mezzo a mia disposizione.

Condividere poi tutto ciò con persone interessate penso che possa essere utile al nostro sport.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Febbraio 07, 2012, 05:44:58 pm
Risposta #58

Skillo

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Conservazione della quantità di moto, concetto che sono sicuro, da buon ballerino, conosci perfettamente.
Per chi non avesse confidenza con esso faccio il classico esempio della pattinatrice: la pattinatrice prende velocità, si lancia in una stretta curva a spirale e si ferma in un punto della pista cominciando una veloce rotazione sulla punta di un pattino. Tutti noi la vediamo ruotare ad una velocità x con le braccia tese in fuori, poi ella raccoglie le braccia e le solleva sulla testa AUMENTANDO  la velocità di rotazione. Lei non spende energia per aumentare la sua velocità: fa tutto la conservazione della quantità di moto.  Le braccia distese in fuori avevano un'energia data dalla loro massa, la loro velocità e la distanza dall'asse di rotazione, siccome in assenza di dispersioni l'energia deve restare la stessa, nel momento in cui la distanza delle braccia dall'asse di rotazione diminuisce, dato che la massa è uguale, l'unica cosa che può variare per mantenere l'energia uguale è la velocità. Nel momento in cui la ballerina ridistende in fuori le braccia, la velocità di rotazione torna a diminuire.
Un esempio coi c2: la canoa entra in rotazione, i due canoisti si avvicinano, la rotazione si velocizza, i due si allontanano, la velocità di rotazione cala e si riparte per una nuova direzione.
Ma la conservazione della quantità di moto non è la sola che entra in gioco durante una rotazione, c'è anche quello che io pedestremente chiamo "rimbalzo". Molto sinteticamente: il tuffatore salta sul trampolino, lo fa flettere col suo peso e nel frattempo flette le sue gambe: c'è un momento in cui sia lui che l'asse sono immobili, dopodiché il trampolino tende a tornare alla sua posizione di riposo e il tuffatore ne approfitta per distendere con forza le gambe saltando molto più in alto di quanto potrebbe fare in assenza di un supporto elastico come il trampolino.
In canoa si può piantare la coda e simulare l'effetto trampolino: si prende velocità, si curva piantando la coda e poi si rimbalza verso una nuova direzione. Durante la rotazione posso chiaramente variare tutti i parametri che voglio: velocità, velocità di rotazione, angolo di affondamento, posizione del corpo prima, dopo e durante la rotazione, angolo di emersione, etc, etc.
Un tempo, per qualcuno anche oggi, il continuo e uniforme scorrimento della canoa durante l'avanzamento e le rotazioni era condizione indispensabile all'ottenimento di una buona prestazione slalomistica, ragionando per conservazione di energia e/o della quantità di moto si coglie invece la possibilità che non sia la canoa a dover correre in modo fluido ma che sia l'insieme canoa-canoista a dover conservare l'energia. E' quindi possibilissimo che la canoa si immobilizzi SE subito dopo il sistema è in grado di rimbalzare rilanciando il canoista e la sua canoa con la stessa velocità di prima.
E ci sono anche le curve con la canoa fuori dall'acqua; curve nelle quali il sistema non può rimbalzare (il rimbalzo può arrivare solo dalla canoa, se lo fa il canoista non può essere conservazione ma solo spesa) ma si può comunque riuscire a conservare moltissima energia perché il sistema non deve spendere per infilare una parte di canoa sott'acqua e, con le odierne canoe, è molto facile ottenere raggi di rotazione abbastanza stretti da poter essere utilizzati in certe occasioni.
Con queste tecniche e quelle che conoscono gli atleti, tenendo presente il concetto di "energia", quello di "quantità di moto" e sempre e comunque il cronometro, si possono ottenere sorprendenti progressi nella crescita dell'atleta e presto, molto presto, sarà l'atleta a fornire nuovi spunti per ulteriori considerazioni e interessanti nuove ipotesi.

Bene, spero di non averti annoiato con questo mio piccolo contributo  :)
 A presto e grazie per essere lì dove nessun altro di noi riuscirebbe a resistere così come fai, dimostrando un amore per la canoa che va al di là di quasi ogni altra cosa.



 

Febbraio 16, 2012, 01:06:50 am
Risposta #59

Ettore Ivaldi

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Si esce distrutti da tre gare di selezione in soli quattro giorni. I motivi sono tanti perché devi dare attenzione a tutti e devi riuscire a dare un supporto tecnico, logistico, morale e fisico a giovani atleti che stanno vivendo un grande sogno e i concetti di “conservazione della quantità di moto” o di “energia” non trovano spazio in una mente già affollata.
Passata però l’ondata di piena c'è tempo per ragionare e la cosa mi stimola molto. Approfittiamo quindi di questi  quattro giorni di libertà per affrontare  la conservazione della quantità di moto di cui ci parla il nostro Skillo che ultimamente si dedica molto alla teoria e poco all’applicazione della stessa allontanandosi dai veri problemi che gli atleti tutti i giorni vivono sul campo, che non sono certo legati alla scoperta di capire a quale legge fisica fare riferimento per fare bene una risalita.
Alla ballerina che effettua una piroetta su una traiettoria circolare di raggio inferiore il momento angolare si conserva e la velocità  angolare cresce. Come dice bene quel gran fisico di Claudio Cereda: “si sfrutta la presenza di una piccola componente di tipo rotatorio per esaltarne l’effetto attraverso opportune modifiche del momento di inerzia nel rispetto della conservazione del momento angolare.
Tutto questo per introdurre il “momento angolare in sistemi deformabili”  È interessante notare che in questo caso l’energia cinetica  aumenta perché: il lavoro necessario è fornito dalle forze interne esercitate dalla ballerina nell’avvicinare le braccia.
Questo tipo di situazione è analoga a quella dei tuffatori che raggomitolandosi aumentano la velocità angolare e riescono a fare diversi salti mortali.
Quindi tutto ciò avviene non per la “conservazione della quantità di moto” ma per la legge del “momento angolare in sistemi deformabili”.
Si può parlare di conservazione della quantità di moto solo se introduciamo il concetto di sistemi isolati che ci porta in breve ai fenomeni di urto. Diciamo che  per parlare di urto si devono verificare le seguenti condizioni:
1. i due sistemi interagiscono in una regione limitata di spazio ed in un tempo molto breve rispetto agli altri tempi in gioco nel processo;
2. le forze di interazione Fint fra i due sistemi sono talmente intense (impulsive) da potere trascurare le altre azioni esterne.
E non mi sembra che ciò si verifichi negli esempi citati.

Ma ci perdiamo in meandri scientifici che nulla hanno a che fare con il nostro ragionamento poiché possiamo liquidare la questione dicendo che le leggi fisiche che governano sui fluidi sono altre, alle quali  noi poi ci dobbiamo aggiungere il fatto che l’acqua su cui svolgiamo la nostra attività è in continuo moto e cambia in continuazione.

Non concordo con l’effetto rimbalzo nella rotazione nella risalita. Perché è implicito che subito dopo andiamo incontro a quello che possiamo dire è la conseguente reazione dell’azione stessa: perdita di contatto con la superficie dell’acqua e conseguente perdita di velocità e scorrevolezza dello scafo.
Io, come ho avuto già modo di scrivere molte volte, vedo di più un’azione continuativa nella rotazione di una risalita per non perdere velocità, ma semplicemente per trasformazione in velocità di rotazione e successiva ripresa della velocità di discesa verso la porta successiva.
Concordo viceversa, ma è una tesi che sostengo da molto, che sarà l’atleta a trovare alla fine la soluzione migliore per le sue caratteristiche specifiche, non solo antropometriche, ma anche mentali, motivazionali e personali.
L’analisi e i vari suggerimenti erano  partiti dal fatto di trovare nell’individualità di ogni atleta la chiave per entrare nel suo meccanismo di apprendimento per sintonizzarsi sulla stessa onda. Quello che Maurizio definisce come “conservatorismo degli atleti” che ovviamente c’è perché su quello fondano le loro certezze che bene o mali li hanno guidati fino a quel momento. Il problema nasce però nella fase successiva per il famoso “salto di qualità”. Il suggerimento poi che arriva sempre dall’amico di pagaia Bernasconi è chiarissimo che mi sento di condividere pienamente:”... abituare i ragazzi ad acquisire un repertorio di soluzioni molto vasto in modo da poter eseguire una manovra con strategie diverse e intercambiabili, dei fondamentali allargati, soprattutto perché crescendo e potenziando l'azione anche il gesto dovrà adattarsi al fisico, all'aumento della forza, ai nuovi attrezzi

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Febbraio 21, 2012, 09:56:33 pm
Risposta #60

Skillo

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Caro Ettore, hai ragione: ultimamente mi perdo più in teorie che in pratiche e forse è per questo che il cercare di portare concetti che, anche se non perfettamente identificati e descritti sotto il profilo fisico-scientifico, mi parevano espressi in modo comprensibile a tutti, non mi è riuscito.
Quando vedo che tu identifichi quello che ho chiamato "rimbalzo", con l'uscita della canoa dall'acqua, vuol dire che non sono manco stato capace di farmi capire bene.
Peccato ...   pensavo che essendo io assolutamente impotente nei confronti dei veri problemi degli atleti, almeno avrei potuto dare un piccolo contributo a chi ancora sta cercando di inquadrare certi fenomeni per sua o altrui utilità.
Ma non fa niente, non sono cose importanti, quindi lascerò nuovamente che i miei passi dirigano altrove.
Ti leggerò volentieri come sempre.

Marzo 19, 2012, 12:15:41 pm
Risposta #61

Ettore Ivaldi

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Siamo tornati a giocare a calcio dopo praticamente un mese di astinenza per concentrarci sui Pan-Americani. Ora ci siamo ributtati nella preparazione per la prossima stagione in Europa, negli Stati Uniti e per i Giochi Olimpici e il football del sabato è come la Santa Messa della domenica sera o il caffè della manana!
Con il pallone tra i piedi sono sempre un fenomeno, nel senso che corro parecchio e produco gioco. Il mio fisico ne trae beneficio e la mente, che è costantemente accesa sui pali dello slalom, si rilassa un pochino. L’effetto tecnico del mio divagare per il campo per la verità non porta a grandissime prestazioni, oggi solo un goal che appaga per questa settimana la sete di gloria!

Dicevo che i Pan-Americani, seguiti da molti appassionati on live via internet - che spettacolo questo mezzo - ci hanno confermato un ritorno al passato da parte dei “course designer”. La cosa mi ha sorpreso per metà nel senso che guardando gli Oceania Championships a Penrith in Australia mi era nato il sospetto che qualcosa stesse cambiando. Anzi più che cambiando mi sembrava un ritorno ai tempi che furono. Le risalite e oltre il 90% di porte in discesa erano costituite da due pali, dopo che da anni si stanno sperimentando percorsi veloci con un palo solo. In Australia super Cali è l’unico che è riuscito a restare sotto i 90” tutti gli altri decisamente sopra e donne e C2 abbondantemente hanno superato i 100 secondi. Troppi secondo una logica in cui lo slalom dovrebbe essere un’espressione di velocità, destrezza, spettacolo. Con percorsi ancora così lunghi si mette in crisi il sistema televisivo che non può riprendere e mandare in internet tutta la gara per ovvi motivi di registrazione e relativo montaggio al volo.

Facciamo questa piccola analisi: nel 2000 ai Giochi Olimpici di Sydney la partenza era all’inizio del canale. A quel tempo le canoe erano lunghe 4,00 metri e le porte formate da due paline che potevano essere distanti fra loro da un minimo di 1,20 a un massimo di 3,50. Bene nel 2012 ... 12 anni dopo, dopo aver cambiato le misure delle canoe, sperimentato mille formule diverse siamo tornati da dove eravamo partiti. E’ mai possibile una cosa così? Mi chiedo ma in questi 12 anni abbiamo perso solo tempo? Dove vogliamo andare a finire? Possibile che non ci sia una linea guida da seguire che in realtà c’è perché discussa in diversi symposium tra allenatori e che viceversa non viene rispettata? Dipendiamo da come si sveglia il presidente del bording internazionale dello slalom che, secondo me, dovrebbe occuparsi di marketing e non di aspetti tecnici e tanto meno non dovrebbe mettersi a disegnare i tracciati di gara. Che il presidente faccia il presidente, procuri spazi televisivi e venda il prodotto slalom al resto ci devono pensare i tecnici che tutti i giorni si cucinano al sole o si raffreddano al vento e al gelo!
Ho scritto di questa cosa a Sue Natoli - che è nel bording dello slalom - aspettiamo la risposta. Non so se poi risponderà potrebbe sempre scegliere la strategia di alcuni nostri tecnici della discesa che invece di rispondere pubblicamente sul forum mi mandano e-mail intimidatorie non frutto del loro sacco, ma…forse opera di qualche loro collaboratore?

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Aprile 06, 2012, 03:33:58 pm
Risposta #62

Ettore Ivaldi

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Mi accorgo che il tempo passa solo per due fattori perché altrimenti mi sembra di essere rimasto quel ragazzino che 40 anni fa scoprì per la prima volta la canoa.

Il primo è fisiologico e ovviamente molto naturale. Il tempo cioè ti priva di persone che bene o male hanno influenzato la tua crescita e la tua vita. La morte te li rapisce, avvisandoti che la vita corre, passa e non è il caso di scherzarci sopra. Loro se ne vanno e tu resti lì a renderti conto che ogni perdita è un duro colpo nella vita di tutti i giorni.

II secondo segnale del tempo che passa sono gli atleti che ho allenato e che hanno o stanno concludendo la loro carriera sportiva. Anche per loro, come già successe a me, arriva il tempo di appendere la fatidica pagaia al chiodo per entrare in quel mondo fatto di quotidianità e di meccanismi perversi se solo ti fai prendere e cedi al sentimento comune. Un errore che ti costerà caro se non lo saprai individuare e isolare presto.

Pochi giorni  fa seguendo su internet le selezioni spagnole, che sono state con quelle francesi a Pau, non trovavo nella lista di partenza il nome di Carlos Juanmartis (semplicemente e obbligatoriamente Litos per tutti noi)  e mi chiedevo, tutto preoccupato, che cosa fosse mai successo. Preso poi dalle gare e dai risultati il pensiero è andato altrove, rimandando a più tardi l’idea di mandare una mail all’interessato per chiedere spiegazioni. La sera stessa però  mi ritrovo una sua e-mail che mi racconta la sua decisione di non presentarsi alle selezioni e di cambiare vita. Pazzesco! Sembravamo quasi di essere in sintonia telepatica e la cosa mi ha per la verità impressionato non  poco.

Litos, nel 2007 ha chiuso il mondiale in sesta posizione conquistando per la Spagna la qualifica olimpica. L’anno successivo fallì la partecipazione ai giochi olimpici per pochi centesimi di secondo ai campionati europei di Krakow. A rappresentare il suo paese ci andò viceversa Guille Diez Canedo. Litos aveva già partecipato alle olimpiadi nel 2000 a Sydney (19esimo) e Atene nel 2004 (11esimo). Dall’esclusione di Beijing 2008 Litos costruì la sua crescita che lo portò a conquistare un bronzo individuale magico ai campionati del mondo del 2009 nella sua Seu d’Urgell. In quella cittadina che lo ha visto nascere e  crescere canoisticamente.  La ciliegina sulla torta arrivò anche con la gara a squadre che gli mise al collo un altro bronzo importantissimo non solo per lui, ma per tutto il movimento ispanico.

Lui è sempre stato un tipo speciale e abbiamo lavorato assieme alcuni anni  di gran lena e con reciproco rispetto. Ne ho apprezzato la professionalità e la serietà con cui ha fatto il suo mestiere di atleta di alto livello. Puntuale come pochi con gli allenamenti quotidiani, preciso nel preparare ogni dettaglio, fino  ad un pignoleria quasi esagerata per alcuni aspetti legati ai materiali. Impeccabile nel vestire alla ricerca sempre di grande tecnicità.

Con Litos ho condiviso molti magici momenti. Ho condiviso la fatica in bicicletta  sulle montagne che circondano La Seu, ho condiviso la gioia di vederlo al via all’Adigemarathon con la sua compagna di vita Monica. Ho condiviso la passione e l’amore per lo slalom. Ho condiviso obiettivi e allenamenti al gelo o al sole tropicale,  ma in modo particolare ho sofferto e condiviso le sue preoccupazioni prima delle gare e il suo pessimismo cosmico alla vigilia di grande eventi che, più di una volta, però  sapeva  trasformare in positività al momento del fatidico 3, 2, 1, via!

Ho apprezzato le sue parole, ma soprattutto mi ha fatto piacere la sua condivisione di sentimenti nell’esprimere la sua gratitudine nei miei confronti per aver impostato un lavoro diverso con la squadra spagnola. Un lavoro  che gli ha permesso di cambiare modo e stile di navigazione. Un sistema che lo ha avvicinato ancora di più allo slalom e che gli ha permesso di apprezzare a pieno la fortuna di danzare sull’acqua.

Poi c’è sempre stato quel suo grande amore per lo sport e in modo particolare per la bici e lo sci di fondo oltre allo slalom che interpretava per metà con il vecchio stile classico e per metà con l’evoluzione tecnica che ha cambiato in questi ultimi anni il nostro sport.
Io ho cercato, da quando avevo preso in mano la nazionale iberica, di portarlo sulla strada del rinnovamento tecnico, anche se con molta cautela e con molta tranquillità. Chi ha vissuto sulla propria pelle questi cambi generazionali di stili e tecniche sa bene che non è stato assolutamente facile entrare nella logica moderna. Litos più di una volta ci è riuscito e la testimonianza è quella magica medaglia di bronzo che ha conquistato davanti alla sua gente ai campionati del mondo del 2009 a La Seu d’Urgell. Un sogno che si è concretizzato e che ha avuto il merito di consacrarlo fra i migliori slalomisti di ogni tempo. Quella discesa iridata fu un compendio di semplicità ed eleganza, un geniale mix di abilità motoria e intelligenza mentale, un incontro tra determinazione e concentrazione. Quella medaglia però poteva rappresentare anche un punto d’arrivo che regala molto, ma capace nello stesso tempo di privarti di energia e fiducia. Questo forse è successo a Juanmarti e cioè un calo di motivazione e forse la paura di non poter più raggiungere questo risultato. Così, se pur a distanza di qualche tempo e dopo qualche boccone amaro, è arrivata la decisione di chiudere un importante capito della sua vita per aprirne subito un altro.  Forse non se l’è sentita di rimettersi in discussione proprio alla vigilia dei Giochi Olimpici di Londra.

Per noi comunque resterà sempre un atleta da portare come esempio alle nuove generazioni perché rimarrà il simbolo di dove un atleta può arrivare usando determinazione, lavoro quotidiano e buona volontà.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Aprile 11, 2012, 08:46:30 am
Risposta #63

Ettore Ivaldi

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Sono ancora disorientato e ho un certo senso di vuoto. Ci aggiungerei anche un buco allo stomaco, accompagnato da giramenti di testa: l’impossibile a volte è possibile... lo sa bene  Lefevre che  guarderà le Olimpiadi dalla televisione e che vede svanire il suo sogno di una terza medaglia a cinque cerchi  dopo la terza gara di selezione francese.
Lui, l’eroe del mondiale 2011. Lui, che nella stessa prova iridata aveva messo al collo 4 medaglie, cosa mai riuscita a nessuno. Lui, su cui la Federazione Francese e vari sponsor avevano puntato la mano senza nessun dubbio. Lui, che il giorno stesso di quando è sceso dal podio di Beijing 2008 ha iniziato a pensare e a lavorare per concretizzare un sogno, maturato proprio in quei giorni. Lui, che ha speso questi ultimi 4 anni per preparare Londra 2012. Lui, sarà il grande escluso dell’edizione numero XXX dei giochi olimpici moderni nati nel 1897 ad Atene.

Il transalpino parte male il primo giorno di gare e, nonostante il miglior tempo in qualifica, 91,02, è penalizzato da un 50 alla porta numero 2 che gli impedisce di partire nella gara che conta e cioè la finale, vinta poi da Boris Neveau. Non c’è bisogno di dire nulla su quest’ultimo atleta immagino!

Ora, prima di andare avanti, c’è da dire che in Francia le cose non sono così facili neppure per un campione del suo calibro. Erano 18 i k1 uomini che avevano superato il primo scoglio di ammissione alle fasi finali di Pau per i Giochi Olimpici. Tanto per fare un piccolo confronto e per capire, in Italia sono solo tre gli atleti in questa specialità ammessi a questo tipo di selezione.

Il campione francese avrebbe tanto da recriminare nella seconda gara dove registra ancora il miglior tempo, ma c’è un tocco che lo penalizza non poco. Si deve accontentare di un terzo posto finale.
C’è un giorno di riposo prima di arrivare alla fatidica ultima chance, anche se per la verità, in questo giorno di recupero per i Kayak e per le canadesi,  il transalpino è impegnato in C2 nel tentativo di qualificarsi almeno in questa specialità.
Arriviamo alla terza e conclusiva gara e le cose sembrano mettersi bene per Fabien in semifinale arriva 5^ con un 2 alla porta 18 e si prepara per la finale.  Al via dell’ultima prova ci sono praticamente sei atleti ancora in corsa per la maglia olimpica. La finale arriva puntuale e... ancora miglior tempo, ma ancora un tocco per lui alla 8. Si chiude la stagione e il sogno della terza medaglia olimpica... almeno per l’edizione di Londra. Seguiranno alcune contestazioni di presunti tocchi fatti e non dati e alcune polemiche su come sono andate le gare, ma alla fine le cose non cambieranno.

Questa la cronaca, ma ad un allenatore interessa poco se non il fatto che un canoista di questo livello non sarà al via all’edizione olimpica. Interessa viceversa capire che cosa non ha funzionato nella testa di questo atleta, nella sua preparazione, nella sua marcia di avvicinamento alla tappa finale di un ciclo fatto di quattro lunghi ed intensi anni. Capire e ragionare sui fatti per trovare una risposta a questa grande debacle sportiva.

Da Beijing 2008 Fabien Lefevre, che il prossimo 18 giugno farà 30 anni, torna a casa con l’argento nel kayak e si mette subito in barca anche in C2 con Denis Gargaud. La sua idea è quella di cimentarsi in due specialità.

Nel 2009 a la Seu d’Urgell, tracciato che conosce particolarmente bene, resta fuori dalla finale iridata sia in k1 che in C2. Sarà  il primo degli esclusi in tutte e due le specialità e cioè undicesimo.

Nel 2010 si consola in K1 con l’argento a squadre e finisce 33esimo nella prova individuale. In C2 si toglie invece una grande soddisfazione prendendo l’argento sia nella gara individuale che a squadre.

Nel 2011 è l’eroe del mondiale di Bratislava e alla preolimpica fa vedere belle cose finendo sul gradino più basso del podio.

Nel 2012 inizia la sua preparazione molto presto e va in Australia il 21 dicembre dove praticamente ormai è di casa. La novità di quest’anno è che ci sarà da subito l’allenatore Jean-Yves Cheutin oltre ad un’altra figura quella cioè di un supervisore dell’allenamento  con particolare attenzione alla preparazione fisica. Per questo si affidano a  Paul Boussemart.

Il clima in Australia è sereno per il campione francese che si sente nuovamente avvolto dal calore di una squadra:

“Aujourd’hui, on a fait notre première séance vidéo collective.. je crois que ça ne m’était pas arrivé depuis 2003 lorsque Sylvain Curinier entraînait encore le groupe des K1 français!”

come si legge nel suo blog il 26 gennaio e aggiunge anche una cosa molto interessante:

“Le canoë-kayak slalom est avant tout un sport où la compétition est d’abord de composer avec l’eau, le parcours et avec soi-même… c’est une très bonne école!”

In sostanza dice che lo slalom è uno sport in cui la vera concorrenza è l’acqua, il percorso e se stessi... un’ottima scuola di vita! In tutto ciò si racchiude brevemente e sostanzialmente tutta la filosofia sportiva di questo atleta... pienamente condivisibile.

Qui partecipa ai “Penrith WhiteWater Slalom Series" a fine gennaio e vince agevolmente facendo vedere belle cose.

Agli “Australian Open” del 10/12 febbraio arriva in finale in k1 e qui ci piazza un 50 facendo registrare il secondo miglior tempo a 0,46 da Sebastian Schubert vincitore della gara. Anche in C2 non trova, con il suo compagno Gargaud,  la via della vittoria finendo quinti con un tocco e con un distacco dai compagni di squadra Gauthier Klauss/Matthieu Peche di 2 secondi e 02 decimi. Questi ultimi metto in acqua una serie di gran belle discese. Leggeri, molto abili e soprattutto con un assieme invidiabile capace di risolvere ogni situazione con grande abilità e senza mai perdere velocità.

Agli "Oceania  Championships", disputati due settimane più tardi fa bene in qualifica, terzo, ma in semifinale ancora un 50 e fuori dalla finale. Per la verità furono molti gli atleti top a restare al palo per salti di porta. Da Kauzer, Neveau, Polaczyk, Mann, Halcin, Maxeiner. La finale poi la vincerà  un Daniele Molmenti ritrovato.

Dall’altra parte del mondo il transalpino si è allenato duramente come sempre. Molte ore sul canale olimpico a ritmi relativamente blandi curando sempre molto la tecnica. Pochi lavori cronometrati, molto C1 e C2.

Dall’Australia Lefevre torna in Francia a  marzo per preparare le selezioni di Pau che valgono veramente tanto. Qui sappiamo com’è andata dai risultati, ma non sappiamo che cosa sia realmente successo. Dove è mancato il campionissimo? Cosa è successo in questi lunghi quattro giorni di gare?
Da chi l’ha visto pagaiare dal vivo, nei giorni di selezione, ho avuto informazioni  di un grande Lefevre e di uno stile impeccabile. Lo testimoniano i tempi e i video delle gare, se pur mancano dell’impatto emotivo, mettono in mostra tutta la classe di Monsieur Lefevre.
Certo è che quest’anno gli avversari erano cresciuti notevolmente oltre al fatto che il tracciato di Pau è conosciuto da tutti gli atleti in gara molto bene. Eccellere qui non è facile e sarà interessante vedere la prossima gara di Coppa del Mondo a giugno per capire quanto effettivamente influenza il fatto di allenarsi su un percorso.
Forse il primo errore è stato quello di andare troppo presto in Australia e allenarsi lontano dalla sede delle selezioni.
Forse il secondo è stato quello di concentrarsi su due specialità. La strategia forse doveva essere quella di rinunciare alle gare di selezione in C2 per cercare di passare in K1, lui, e in C1 Gargaud per poi  avvalersi del regolamento ICF e partire anche in C2 alle olimpiadi.

Certo analisi che si fanno a freddo e che non sono facili da fare tanto più che stiamo parlando di minimi particolari che se solo non si fossero verificati saremo viceversa qui a elogiare chi ha cercato di portare avanti un sogno non solo per se stesso, ma anche per la sua nazione e per lo slalom in generale.

Ora il suo futuro è tutto in mano al direttore tecnico francese visto che oggi è il quarto kayak in Francia e non è più under 23!  Aspettiamo e speriamo di vederlo ancora nel circuito di Coppa per apprezzare e godere  ancora una volta della sua comunque indiscussa classe... a bientôt Monsieur Fabien Lefevre!


Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Aprile 13, 2012, 04:53:13 pm
Risposta #64

Ettore Ivaldi

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Ci sono da fare ancora molte riflessioni sul caso Lefevre questo è certo! Analisi e riflessioni che ci porteranno anche a vedere dov’è arrivato il kayak maschile. Specialità che sembra essere decisamente combattuta e senza più veri e propri leader assoluti.

Alcuni lettori alla fine della disquisizione mi hanno fanno notare che, in quello scritto, non si è trovata la vera ragione della sconfitta. Beh! evidentemente non è facile puntare il dito su un solo fattore e asserire che quella è  stata la vera causa. Secondo me ci sono stati una serie di fattori concatenati che hanno portato alla conseguenza conosciuta, come  ho cercato di illustrare precedentemente. Come è altrettanto vero che se invertiamo il ragionamento possiamo dire tranquillamente che il grande risultato è la conseguenza di un insieme di fattori che si concatenano in quel preciso momento e chissà se si ricombinerebbero magari solo pochi minuti più tardi.
Mi piace una osservazione che mi ha fatto tempo fa Peter Kauzer durante una allenamento: ”ogni volta che rimetto il culo in barca è come se ripartissi da zero, devo ri-dimostrare a me stesso di essere in grado di mettere in acqua una grande prova”

Sottolineo subito che nessuno kappa uno, nelle selezioni francesi, ha vinto tre gare, ma viceversa in tre hanno vinto una gara a testa (Boris Neveau - Bastien Damies  - Etienne Daille). Dal mio punto di vista non è altro che lo specchio della realtà internazionale del K1 men: ci sono tanti atleti  di diverse nazioni ad essere molto competitivi.
Se noi prendiamo ad esempio solo le gare disputate ad inizio anno in Australia ci accorgiamo che più o meno è successa la stessa cosa. Si vedano  anche i risultati del nostro Super Cali che rimane fuori da una gara e poi vince la successiva a distanza di due settimane. Il campione azzurro scriveva in terza persona sul suo  suo sito:”... due manche solide quelle della qualifica di Daniele, in ciascuna c’è stata una penalità millimetrica, ma ha dato i primi segnali dello  stato di forma e del controllo tecnico.... si punta al top 5 nella gara di domenica”. Riferendosi alle qualifiche degli Australian Open. Poi dopo la gara andata male si legge:”...in questo periodo della stagione i carichi di lavoro sono notevoli... e si è più lenti e stanchi”. Imputando a questo il cattivo esito della gara. In realtà se non ci fosse stata la penalità Super Cali era tranquillamente in finale. Tutto questo per sottolineare che anche ai grandi campioni basta nulla per ritrovarsi fuori dalla finale e finire a metà classifica indipendentemente dai vari stati di forma. Anche su questo ci sarebbe molto da discutere e disquisire.

Infatti quando si prende il via, dalla gara tra ammogliati e scapoli alla competizioni top, lo stato mentale è sempre quello dei esprimersi al massimo e possibilmente al meglio delle proprie possibilità.
Fra i Kayak c’è spesso e volentieri alternanza sul podio. Questo perché il livello dei kayak è molto, molto alto. Tanti atleti, anche giovani, possono trovare la giornata giusta o il guizzo vincente in particolari situazioni.

Mi sono posto una domanda e cioè se i francesi avessero fatto le selezioni su un percorso neutro e cioè su un tracciato che nessuno conosceva prima che cosa sarebbe successo? I risultati sarebbero stati gli stessi? Probabilmente l’esito finale sarebbe stato diverso. Avrebbe premiato di più gli atleti con più esperienza, perché gareggiare fuori casa avrebbe simulato più da vicino una competizione internazionale di spessore, si sarebbe entrate di più in una realtà di gara di alto livello. Avrebbero messo in evidenza effettivamente chi poi al momento decisivo (mondiali o olimpiadi) piazza spesso e volentieri la zampata vincente.
Così facendo, alla fine, chi va alle Olimpiadi ci va con lo stesso punteggio di altri due compagni che rimangono a casa. Forse non sarebbe stato male considerare le percentuali.

Sono uscite proprio oggi le convocazioni per la stagione 2012 della squadra francese e Fabien Lefevre è praticamente fuori dai giochi e da tutto. Ha rotto con il suo compagno di barca in C2 come lo stesso Denis Gargou ha scritto sul sociale network per eccellenza.  Ritorna per Lefevre l’incubo che ha già vissuto nel 2007 e da cui uscì più che onorevolmente. Lui però rassicura tutti ufficialmente: “no non, je n'arrête pas!... j'aime trop ce sport pour arrêter!.. faut quand même que le système de jugement évolue pour qu'on n'est plus ces soucis qui durent depuis trop longtemps déjà..."


Mi piace anche condividere quanto espresso da Cathy Hearn al termine delle gare di selezione transalpine: “il campione francese ha dimostrato coraggio e genialità.  Che cosa sarebbe cambiato se si fosse concentrato in una sola specialità? Forse nulla ma  le grandi sfide molte volte sono l’essenza per eccellere”... sacrosante parole!

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Aprile 15, 2012, 12:27:14 pm
Risposta #65

Ettore Ivaldi

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Pochi giorni fa parlando di Lefevre ho scritto che l’impossibile sembra possibile. Beh non mi sarei mai aspettato di dover rispolverare così presto questa saggia osservazione... tranquilli non è tutta mia!
Super Cali nella gara di qualifica di Solkan ha impressionato negativamente un po’ tutti. Parte in prima manche e inizia a sbagliare fin dalle prime porte. Arriva alla combinazione 9-10 casca male nel buchetto e perde il fianco, cerca di aumentare la velocità con quattro super pagaite e si infila con la testa dentro alla porta 10 in retro. Abbassa la testa e si rimette in sesto, sembra aver recuperato il momentaccio. Entra nella 12 in risalita, ma la sua canoa continua ad essere poco scorrevole e soprattutto sculetta troppo tanto che da lì a poco non la controlla più sembra aver perso la sua arma migliore: l’equilibrio dato dal bacino basso a stretto contatto con l’acqua. Dopo la 14, per attraversare il correntone sceglie di prendere l’ultima parte del buchetto, e qui capita l’irreparibile. Il fianco sinistro lo tradisce finendo troppo lungo per andare a prendere la successiva risalita a sinistra. A questo punto il campione friulano ha un appannamento non reagisce e, prima volta dopo molti anni,  tira dritto al traguardo.
Tra la prima e la seconda manche ho occasione di scambiare due parole con Super Cali che mi dice che non aveva sensazioni buone fin dalle prime pagaiate e non ne sa la ragione. Io lo tranquillizzo e gli faccio presente che lui senza pagaiare ha un margine sul resto del mondo di almeno 2 o 3 secondi. Mi fa cenno di sì e mi metto in posizione per seguire e riprendere la sua seconda   discesa che purtroppo, per lui, si dimostrerà assai scadente tanto da finire nelle retrovie. Il problema è lo stesso: equilibrio e incertezza nella su azione propulsiva. 
Poi carica la macchina e scappa a casa. Io sarei rimasto a combattere subito e ad eliminare i fantasmi dell'ultima ora!

Bene questi i fatti, ma evidentemente non si tratta certo di problemi tecnici o di preparazione fisica per il buon Molmenti, altre sono le problematiche.  Sembra impossibile, ma l’eroe di Tacen 2010 e di tante mitiche battaglie sente la pressione olimpica, percepisce la tensione delle prove di selezione. Eppure lui sa bene di essere superiore e non l’ha mai nascosto.

La mente, la concentrazione, la determinazione, la motivazione, l’energia positiva, il momento, costituiscono il “terzo elemento” per conseguire un risultato e molte volte, se non spesso, possono cambiare il risultato finale e permettere a sconosciuti come Michal Tyler di battere nei trials canadesi personaggi del calibro di David Ford o John Hastings o ancora  a Johnathan Akinyemi (121 nel ranking ICF) su Benjamin Boukpeti (bronzo a Beijing 2008), che si è preso l'unico posto olimpico ancora libero per il continente Africano.

Chissà poi quante altre di belle ne vedremo in questa stagione a cinque cerchi!

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Solkan, 15 Aprile 2012

Aprile 20, 2012, 04:26:47 pm
Risposta #66

Ettore Ivaldi

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Ancora un altro week-end piuttosto tosto per le prove di selezione qui in Europa.  In Slovenia a Tacen di scena sloveni e italiani. A Liptovosky Mikulas gli slovacchi entrano nel vivo con la grande sfida del secolo fra la biolimpionica Elena Kaliska e la brava e bella Jana Dukatova. Chi delle due andrà a Londra? Mah! staremo a vedere, sempre che non venga fuori una terza incomoda che potrebbe rispondere al nome di Benusova, anzi oggi signora Mann visto che pochi mesi fa si è sposata con Scott e ha gareggiato nelle selezioni a stelle e strisce, ma ancora per un po’ non potrà correre sotto questa bandiera.

Anche i russi saranno al via a Liptovosky per formare la squadra che parteciperà ai campionati europei di Augsburd di fine maggio. Gli uomini di Putin poi si giocheranno la maglia olimpica agli europei, fatta eccezione per il C2 di Kuznetsov/Larionov che è già qualificato di diritto dopo la finale conquistata lo scorso anno ai mondiali a Brastislava dove finirono settimi.

I cechi si trasferiscono a Praga per le ultime due gare con un Hradilek in K1 che ha praticamente quasi già staccato il biglietto per la XXX edizione dei Giochi Olimpici, mentre per tutte le altre categorie tutto è ancora in ballo.

Occhi puntati anche sulla grande Germania che aprirà la prima delle quattro sfide proprio in questo fine settimana sul percorso che ospiterà i campionati continentali, ultima appello per qualificare le ultime barche per chi non l’ha ancora fatto. Per gli italiani sarà decisivo per C2 e C1.

Inganniamo il tempo, in attesa di tutto ciò,  parlando della spinta della pala su un sasso o sulla riva o sul bordo di un canale per uscire velocemente da una porta in risalita.
L’altro  giorno, prima di partire per Tacen, a ponte Navi ci abbiamo lavorato un po’ sopra con Ana Satila, la mia atleta brasiliana che sta preparando i Giochi Olimpici, e Zeno che di questo gesto ne ha fatto una sorta di oggetto del piacere!
In sostanza si tratta di arrivare con la canoa molto vicino ad un sasso o ad un appoggio con la pala pronta per spingersi via.
Il gesto è preceduto da una precisa e attenta analisi di dove mettere la pala, solo dopo tutto ciò si lascia correre la propria canoa all’interno della zona di morta e quando si è praticamente a contatto con la superficie di spinta si imprime forza sulla pala stessa. A questo punto bisogna spezzare in due il movimento e cioè permettere alle nostre gambe e quindi allo scafo di proiettarsi fuori dalla morta, mentre solo successivamente verrà data la massima spinta con la pala  spostando le nostre mani dall’impugnatura per allungare la spinta di leva. Così si avrà un’azione più efficace e reattiva.
Bene questa a grandi linee la teoria, che spesso e volentieri presenta non poche difficoltà per essere messa nero su bianco, ma che poi nella realtà si dimostra essere molto più  naturale  di quello che si può immaginare.
Due i concetti base: il primo è quello della disgiunzione tra gambe e tronco, mentre il secondo è quello di acquisire i tempi giusti per sfruttare al massimo questa azione che  molte volte può fare la differenza tra atleti.
Spesso però l’atleta ha fretta di mettere in atto l’azione di spinta perché altrimenti è convinto di perdere tempo prezioso. In realtà è giusto l’opposto: si deve rallentare l’azione di entrata per velocizzare all’ennesima potenza la velocità d’uscita.  Solo se si rispettano i tempi di avvicinamento e di carico del peso questa manovra avrà la sua massima resa. Infatti nel momento in cui si carica il braccio di spinta si  deve appoggiare anche il peso del corpo, proprio per dare più forza alla successiva uscita, ma nel momento in cui si attua l’azione propulsiva il peso del corpo deve  anticipare, dalla parte opposta lo spostamento delle canoa. C’è ancora un fattore di cui fino a questo momento non abbiamo parlato e cioè l’inclinazione della coda. Infatti perché il tutto si concretizzi al meglio bisogna inserire nell’acqua la coda dello scafo. Questo ha una duplice funzione e cioè rallentare la canoa in fase di avvicinamento e un maggior controllo della canoa stessa nel momento in cui siamo in attesa di caricare sulla pala tutto il nostro peso per poi esplodere come una bomba atomica verso la parte opposta.

Questa è una manovra molto particolare da utilizzare quando si può sfruttare una parete di un canale, un sasso o una qualsiasi altra superficie che però ci garantisca una buona tenuta. Non sempre in gara viene utilizzata, ma averla nel proprio bagaglio tecnico e utilizzarla al momento opportuno non è male e si sa che tutto può servire, magari proprio quando meno te l’aspetti!

Occhio all’onda!  Ettore Ivaldi
 

Aprile 20, 2012, 09:40:04 pm
Risposta #67

Ettore Ivaldi

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Devo fare una correzione sulle gare di selezione per i cechi che non si faranno a Praga come ho scritto nel post precedente, ma a České Budejovice nel nuovo canale finito pochi mesi fa giusto per l'avvenimento selettivo.
Per testare il livello dei C1 ci sarà anche un ospite di rilievo e cioè Matej Benus che non sarà al via a Liptovosky, ma bensì a Budejovice. Che sia una strategia messa in atto dagli slovacchi appositamente per scoprire le carte ai cugini?

Per seguire in diretta tutti gli avvenimenti del wee-end di selezione andate su: http://www.canoeliveresults.com/

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Aprile 29, 2012, 12:46:57 pm
Risposta #68

Ettore Ivaldi

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Pensavo a voce alta, anzi riflettevo battendo le dita sul mio fidato Mac e così leggerete che la XXX edizione Olimpica, la VII per lo slalom, sarà all’insegna dei francesi visto che i transalpini si sono piano piano sistemati un po’ ovunque. 

Casualità o precisa strategia politica della sapiente e lungimirante Fédération Française de Canoë-Kayak? 

In K1 oltre ovviamente al portacolori della Francia e cioè Etienne Daille, ci sarà Samuel Hernanz che gareggerà per la Spagna e Mathieu Doby per il Belgio. Sembra poi che ci sarà un ripescaggio per Benjamin Boukpeti che è rimasto fuori dalla qualifica africana. Non ci sarà un altro francese Lucien Delfour che da alcuni anni gareggia per l’Australia, ma che non ha fatto in tempo a naturalizzarsi. 

Forte la rappresentativa francese anche nel settore tecnici. Infatti ad allenare il bronzo di Beijing del k1 c’è Jean Jerome Perrin, mentre l’aspetto tecnico per la Cina è seguito da Victor Lamy. Se risaliamo più indietro troviamo che Myriam Jerusalmi allena l’Australia con Yann Lepennec. Il tecnico dello sviluppo internazionale guarda caso è un altro bianco di Francia un certo Pierrick Gosselin. 

Nella commissione per tracciare il percorso olimpico ci sarà molto probabilmente Marianne Agulhon che dovrebbe sostituire Helen Reeves troppo impegnata a fare la mamma e la giornalista in occasione delle Olimpiadi in casa. 

Non mancherà anche una buona rappresentanza di giudici internazionali che vigileranno sul buon esito della manifestazione, l’Italia, come il Brasile, andrà con una sola persona. 

 
Poi c’è lui Mr. President del Boarding dello Slalom internazionale Jean Michel Pronon in servizio all’ICF, ma pagato con i franchi francesi, oggi euro! 

Un’altra considerazione - 

Nessuna medaglia olimpica del 2008 del Kayak maschile sarà al via. Infatti Grimm, Lefevre e Boukpeti hanno mancato l’appuntamento con la selezione nazionale o continentale; chissà forse il sudafricano verrà ripescato per una inspiegabile ragione di Stato. Potrebbe succedere la stessa cosa anche nel settore del kayak femminile, ma staremo a vedere. Kaliska infatti se la gioca ai prossimi campionati europei con Jana Dukatova, così come Violetta Oblinger dovrà vedersela con la sua connazionale Corinna Kulne. Sicuro invece che non ci sarà l’argento di Jacqueline Lawerence che dopo l’inaspettato successo ha appeso la pagaia al chiodo e pochi mesi fa, dopo un matrimonio stile Hoolywod, è diventata mamma. Oro, argento e bronzo presenti nel C2 visto che sia i gemelli Hochschorner, i cechi Stepanek/Volf e Kouznetsov/Larionov sono già qualificati e pronti al via. Nella canadese monoposto il campione olimpico Martikan e il vice David Florence sono già in preparazione per la gara a cinque cerchi. Robin Bell, l’australiano con il bronzo in Cina ha chiuso una lunga carriera sportiva di successo e quest’edizione molto probabilmente se la godrà in televisione senza nessuna preoccupazione di sorta.

Occhio all'onda!

Giugno 29, 2012, 07:57:05 pm
Risposta #69

Ettore Ivaldi

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Sono tornato a cambiare le marce con la mano sinistra,  a calcolare la distanza in miglia e a bere la birra calda,  ad alta fermentazione come piace da queste parti... non posso pensare a cosa direbbe Argos se solo gli servissero una birra a questa temperatura visto che lui, da ottimo brasiliano,  la beve solo se è ghiacciata.
Gli spostamenti fanno parte della mia vita e non posso farci nulla. Quindi vedo sempre di utilizzarli al meglio per non perdere tempo e per fare quelle cose che altrimenti trovo difficoltà a realizzare preso da mille altri problemi o impegni. Quindi, in questi momenti,  non c’è nulla di meglio che lasciare la testa libera di vagare per ripescare alcuni momenti particolari vissuti recentemente e fissarli per non spegnere quelle scintille che molto spesso casualmente si accendono in noi.  Ecco perché mi sono trovato a pensare a Cippo al secolo Stefano Cipressi pronto per il suo esordio ai giochi olimpici e mi sono detto: “ma quanta energia ha questo pagaiatore bolognese e da quanta curiosità è mosso?” Questa riflessione è partita da alcuni discorsi che abbiamo fatto assieme durante un piacevole pic-nic sul prato del Parco del Segre a La Seu d’Urgell e mi ha sorpreso quando, parlando con Nicolò e Pietro, cercava di trovare qualche soluzione per allenare il suo equilibrio e i suoi obliqui. Era preoccupato perché  dopo l’ultimo allenamento a Londra dovrà restarsene a casa prima di ripartire per le Olimpiadi piu' o meno una decina di giorni che, secondo lui, sarebbero importanti da sfruttare proprio per allenare e sviluppare questi  due aspetti fondamentali per  un C1. La soluzione, dice Cippo, potrebbe essere quella di creare un’impostazione su una di quelle tavolette utilizzate per sviluppare le capacità propriocettive applicando ad essa una sorta di motore che crei resistenza. Quindi  con gli obliqui e con gli addominali cercare di contrastare questa resistenza che può modulare, assieme ad un disequilibrio improvviso che la macchina crea. Giustamente il buon Pietro Camporesi ha suggerito al suo concittadino di chiedere a Tony (Estanguet n.d.r.) dove tiene il suo toro meccanico e se può imprestarglielo... forse quello è il vero segreto del Duca di Lee Valley il D’Artagnan dei tempi moderni. Poi ovviamente abbiamo riso a lungo e io ho suggerito a Cippo di prendersi quei giorni che sarà a casa per stare con la sua famiglia e rilassarsi bene prima del grande ed importante evento sportivo dell’anno. Al di là di tutto questo c’è la testimonianza di un atleta che non ha finito ancora di stupire. L’unico campione del mondo in kayak che parteciperà alle olimpiadi in C1, una grande dimostrazione di voglia di esprimere quello che sente, una voglia di scoprire il suo limite. Ricordo che anche nel passato sia Dario che Urbano Ferrazzi pagaiarono prima seduti e poi in discesa in due specialità diverse. In kayak fra i pali dello slalom e in canadese tra le onde della discesa classica. I due però non raggiunsero i risultati del pagaiatore bolognese anche se furono, per onor del vero, grandi protagonisti dello slalom in Italia e all’estero tra la fine degli anni 70, fino a metà anni ’80. La sfida che ha aperto Cipressi, molto probabilmente sarà raccolta da Fabien Lefevre che come già detto è già in preparazione per Rio 2016 in kayak e in C1.

Bello vedere atleti che sono sempre alla ricerca del limite, della scoperta, dell’alternativa. In loro c’è la perla della saggezza. In loro c’è l’energia della vita. In loro c’è il senso della nostra esistenza. 

Bello anche sentire il respiro pesante del mio piccolo cucciolo che crollato sul lettone si sta addormentando con il sorriso sussurrando parole che esprimono la sua gioia nel pagaiare sull’acqua olimpica!

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Ottobre 09, 2012, 01:54:52 pm
Risposta #70

Ettore Ivaldi

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Io la sera mi addormento                                                                                      qualche volta sogno...

C’è una velocità ideale per eseguire una porta in risalita oltre alla quale è sconveniente andare? E’ una domanda  che mi pongo spesso e che giro ai miei atleti. Loro faticano a pensare che ci possa essere qualche cosa di positivo andando più piano, presi sempre dalla frenesia di essere veloci.  La velocità però in questo caso loro la ritengono come una aspetto non ben definito liquidandola come quell’azione eseguita nel modo più rapido possibile.  Ma la velocità a che parametro di riferimento la consideriamo? Quale deve essere l’assunto per dire se quella determinata risalita è stata fatta alla massima velocità possibile? Meglio ancora dove sta esattamente il riferimento vettoriale di inizio e termine dell’azione della risalita per definire la sua velocità nel suo complesso? Mi potrei fermare qui e innescare una sorta di dibattito. Considerando il fatto però che nessuno dibatte pur vivendo in mezzo a mille e oltre presunti allenatori che la sanno lunga e che poco dibattono, vi dirò la mia!

Ritengo che per lavorare su una risalita dobbiamo partire da un’azione che inizia ben prima della risalita in sé. E’ come per un saltatore in alto considerare lo stacco come azione unica e determinante per superare l’asticella posta ad una determinata altezza. Nel salto in alto abbiamo la rincorsa, lo stacco, la rotazione, il valicamento o azione aerea, l’atterraggio. Tutte queste fasi concorrono alla buona riuscita o meno del salto finale. Tutte devono intervenire in momenti diversi per mettere assieme quello che viene definito salto in alto.

Nel motociclismo, per impostare una curva, c’è un principio base: “sacrifico l’entrata per privilegiare l’uscita”, possiamo dire altrettanto per l’esecuzione di una risalita ottimale? O meglio dove deve iniziare il nostro sacrificio in funzione dell’obiettivo finale che è quello di essere il più veloce possibile dalla partenza all’arrivo?

E’ difficile spiegare agli atleti che si è più veloci andando più piano, è difficile da far passare come concetto base perché molto spesso gli atleti sono presi dall’ansia di dover fare e fare tanto.

Allora, se posso permettermi, darei un consiglio agli allenatori, anzi due già che ci sono.

1° prendere sempre i tempi dalla porta precedente alla risalita fino alla porta successiva, ovviamente se queste due non sono risalite a loro volta.
2° mai far finire un percorso in una risalita. Non considerare mai questa porta come il traguardo finale. In tanti anni di slalom non ho mai visto concludere una gara su una porta in risalita!

Il 30/12/2010 scrivevo sul mio blog (http://ettoreivaldi.blogspot.com.br/), come prendere riferimento cronometrico sulla risalita. Il concetto rimane, ma ponendo attenzione, e la successiva valutazione,  nell’azione complessiva che ci proponiamo di analizzare. Non soffermiamoci solo nella porta in risalita. Uniamo il tutto in correlazione per approfondire e capire dove effettivamente è il problema da risolvere per velocizzare il nostro atleta.


Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Ottobre 10, 2012, 10:33:26 pm
Risposta #71

Ettore Ivaldi

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Questa sera dopo aver accompagnato a scuola Zeno e gli altri ragazzi mi sono fermato al Super Max in rua Edmundo de Barros sulla strada per tornare alla Pousada. Dovevo comprare pane, prosciutto e formaggio per la colazione di domani mattina. Edmundo de Barros era un ufficiale brasiliano che nel 1897 definì il parco delle cascate do Iguaçu, subito dopo che Argentina e Brasile avevano marcato i confini. La strada è un continuo sali e scendi che ti porta diritto in avenida Paranà. Al Super Max finalmente ho trovato terriccio e alcuni vasi per le mie piante grasse che da diverso tempo mi imploravano per avere più terra e soprattutto un appoggio più consono alla crescita che in questi ultimi periodi è notevole. Arrivato alla Pousada mi sono dedicato al giardinaggio da camera! Ora le due piantine succulente sono state divise e ognuna ha un suo vaso e una sua collocazione, una sul tavolo e l’altra sul davanzale della finestra. Considerando poi il fatto che al Super Max avevano le roselline in promozione ho pensato bene di approfittarne.
Domani si va a Piraju, 800 km. a nord di Foz ad ovest rispetto San Paolo. Andiamo a fare l’ultima tappa della Coppa do Brasil di slalom. Poi io torno a casa per una settimana a lavorare per l’Adigemarathon, mentre Zeno si ferma qui per fare la prova di ammissione all’università e allenarsi. Marina si è tagliata i capelli e a detta di Raffy sta molto bene. Mi sono incavolato con Teo e con Emma via Skype perché non è possibile non capire che ci sono momenti a cui non si può mancare... cascasse il mondo!

Va beh, al di là della cronaca sono soddisfatto dell’allenamento di oggi con i ragazzi. Li ho visti cresciuti e maturati sotto molti aspetti. L’allenamento di tecnica su un tratto di canale ti permette di concentrarti bene su ogni particolare, curando i dettagli. Oggi abbiamo usato il grande rullo centrale (che qui chiamano Jack)  per ricordarci come saltarci sopra ad alte velocità con l’obiettivo di virare poi dalla parte opposta al fine di infilare una risalita con la conseguente uscita. Dov’è il trucco o meglio su cosa ci siamo concentrati per raggiungere l’obiettivo tecnico del giorno? Sono partito dicendo ai ragazzi di arrivare con inclinazioni diverse rispetto al buco e di lasciare le spalle in direzione della porta successiva. La conseguenza è stata quella che loro stessi hanno trovato l’inclinazione ideale per arrivare nella risalita successiva. Ognuno ha toccato con mano che cosa significa e soprattutto che cosa comporta cambiare l’inclinazione della canoa anche di pochissimo. L’altro suggerimento è stato quello di provare  ad affrontare il tutto a velocità diverse. Anche qui ognuno alla fine ha trovato la propria velocità ideale. Si crea così il concetto di "velocità personale" che può essere definita come  quella velocità che ti permette di fare tutte le porte senza perdere tempo. Banalità? Forse! ma è il primo passo per migliorare e su questo poi cercheremo di capire quando e dove provare ad accelerare.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Ottobre 28, 2012, 03:39:22 am
Risposta #72

Ettore Ivaldi

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Ci sono volute nove edizioni dell’Adigemarathon per riuscire a portare sul palco di Pescantina Alviano Mesaroli. Mai prima di oggi il mitico uomo dell’Adige ha fatto la sua comparsa davanti al numeroso pubblico che da sempre anima questa manifestazione. Le sue parole, a fine gara,  sono state poche, ma precise: “è andato tutto bene, quest’anno nessuna ambulanza si è mossa e nessun medico ha lavorato, grazie e arrivederci”. Coinciso, sintetico, essenziale. In queste poche parole un sunto del suo grande lavoro capace di coordinare oltre 300 volontari impegnati nel suo settore: la sicurezza. Ma se queste sono state le parole che hanno definito in maniera eccelsa questa nona edizione allora non possiamo neppure trascurare di sottolineare che per la prima volta l’organizzazione si può dire soddisfatta a 360 gradi. Certo c’è sempre da migliorare e le idee per il futuro non mancano, ma questa volta ho visto negli occhi di tutti i partecipanti la gioia di essere presenti con l’orgoglio di dire: quest’anno c’ero anch’io. Nessuna nota stonata. Per la grande riuscita e per onestà dobbiamo dire che tutto è stato il frutto di una perfetta sincronia di elementi, primo fra tutti una giornata estiva preceduta da una settimana che ben faceva sperare per il week-end. Tutto il resto è venuto di conseguenza. Elogiare e dire quando siamo bravi poco serve quindi andiamo subito a capire quali sono stati i punti dolenti o da analizzare per guardare al futuro con serenità.

Chiudiamo un occhio per i soliti “portoghesi” che si infilano nella discesa, sfruttando tutti i servizi dell’organizzazione a discapito non tanto di chi cerca di offrire il massimo servizio a tutti, ma soprattutto a discapito di chi invece regolarmente c’è e paga la quota di partecipazione. Mancanza di rispetto verso i compagni di discesa, mancanza di rispetto verso tutto il movimento della canoa, ma si sa che è difficile spiegare ciò agli asini che tali sono e tali resteranno.

La nona edizione di questa manifestazione, riconosciuta da tutti come il più partecipato ed eterogeneo avvenimento nazionale e non solo per lo sport della pagaia, ha però messo in evidenza tante problematiche per il nostro sport.

Partiamo dagli espositori che quest’anno sono diminuiti nonostante che le richieste di collaborazione dell’organizzazione siano rimaste inalterate, anzi sono stati offerti dei buoni pasto in più rispetto al passato. Ora c’è veramente da chiedersi perché chi opera nel settore non spinga per avere più  manifestazioni di questo genere. Sempre restando fra gli espositori mi sembra di capire che ci sia poca volontà di fare un fronte comune per cercare di  crescere numericamente il nostro sport. Ognuno cura una propria nicchia cercando di definire chiaramente i propri confini, facendo così però il rischio è di restare piccoli e mantenere piccolo il giro degli appassionati e praticanti.

L’assoluta assenza da parte degli organi istituzionali sportivi è stata notata da molti; unica eccezione i  discorsi di circostanza di pochi minuti del neo eletto Alessandro Rognone e del presidente del Comitato Regionale Veneto Fick Andrea Bedin.
Perché la Federazione Italiana Canoa Kayak non sfrutta gli spazi aperti dall’Adigemarathon, a costo zero, per farsi propaganda? Cosa potrebbe costare alla Fick impiantare uno stand  promozionale come ha fatto il Comitato Organizzatore dei mondiali di canoa discesa sprint di Solkan del prossimo 14/16 Giugno  2013? Assolutamente nulla considerando il fatto che i due rappresentanti sloveni sono stati ospiti del Comitato Organizzatore dell’Adigemarathon per vitto e alloggio e per stand espositivo, come i giudici arbitri della DAC ai quali, sempre il Comitato Organizzativo Adigemarathon paga anche le spese di viaggio. Per la Federazione essere presente a questi avvenimenti significherebbe visibilità e possibilità di contattare direttamente i nostri sponsor per i loro interessi. Si aprirebbero contatti. Per fare ciò, ci permettiamo di suggerire alla Federazione di dotarsi di un buon ufficio marketing che curi tutti questi aspetti: essenziali ai giorni nostri per cercare si sopravvivere. Mandare in giro i consiglieri federali anonimi poco serve, anzi...

Facciamo un discorso generale in relazione al movimento agonistico nazionale per capire il livello di partecipazione, con la seguente premessa: un atleta e una società dovrebbero avere come obiettivo principale quello di partecipare alle gare e competere per misurarsi. Questo è e dovrebbe rimanere lo spirito dello sport agonistico con la consapevolezza che più si gareggia e più si cresce a livello qualitativo, tecnico, emozionale, fisico e motivazionale.
Rimango sconcertato come addetto ai lavori vedere che le società di velocità sono praticamente assenti rinunciando ai ricchi premi in denaro e soprattutto non offrendo ai propri atleti l’opportunità di competere, di misurarsi e quindi  di crescere agonisticamente.

Rimango convinto che il livello numerico e qualitativo sia decisamente basso per la  canoa italiana. Frutto di questa mancata programmazione e opportunità.

Nel settore discesa fluviale troviamo il 47enne  Cesare Mulazzi vincere i campionati italiani senior di marathona su Mariano Bifano di oltre 2 minuti e staccando pure il miglior U23. Possibile che nessuno si chieda che cosa stia succedendo all’intero movimento?  Destatevi dal letargo perché la notte di San Lorenzo potrebbe arrivare presto per qualche giovane stella perché  se non verranno supportate a dovere, spingendo con forza la canoa discesa all’interno dell’ICF, cadranno inesorabilmente come tutte quelle che ho già visto dissolversi alle prime luci dell’alba. Nate e velocemente  spente nell’anonimato dopo che molti si sono riempiti la bocca dei loro successi giovanili.

Che cosa manca quindi al movimento per cercare di ovviare a tutte queste problematiche? Semplice... apparentemente, ma sicuramente manca la volontà di riunire tutte le forze in campo e riconoscere limiti e difficoltà, creare un gruppo di lavoro e andare diritti all’obiettivo, per riempire il più possibile piazze e fiumi ogni domenica dell’anno per propagandare con i fatti questo sport magnifico nella natura,  come l’Adigemarathon sta facendo da nove anni.


Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

p.s. mi ero ripromesso di non scrivere più nulla sulla discesa visto che tutto va bene come mi è stato più volte detto! Quindi  scusate per l’intromissione ritorno nel mio mondo dei paletti portando comunque con me l’amore che ho per questa stupenda specialità che vedo sparire piano piano nell’indifferenza.