Autore Topic: Ricordo di Burt Reynolds.  (Letto 1705 volte)

Settembre 07, 2018, 12:19:00 pm
Letto 1705 volte

Vittorio Pongolini

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    Healthy rivers, lakes and seas are priceless!
Per chi come il sottoscritto è nato come canoista nei primi anni '70 l'attore Burt Reynolds ha significato molto. Egli ci ha lasciato il 6 settembre a 82 anni ma il film di maggior successo, in cui era l'interprete principale, è stato "Un tranquillo week end di paura", in americano "Deliverance", tratto dall'omonimo libro di James Dickey che in italiano è tradotto come "Lungo il fiume". Il libro/film racconta della avventura di 4 professionisti di estrazione varia che decidono di scendere un fiume (il Chattooga, North Carolina e Georgia) con le canoe canadesi, una in legno e l'altra in alluminio (una mitica Grumman), decidendo  di pernottare lungo lo stesso, il tutto prima che la valle del fiume venga allagata da un lago artificiale.

Succedono mille inconvenienti lungo la discesa con morti, feriti, distruzione della attrezzatura, duelli musicali di bluegrass e country a colpi di banjo e chitarra, recuperi delle auto fuoristrada (shuttle service) condizionati e da contrattare, colpi di dardi dall'arco con intenti di eliminazione fisica, incontri violenti con locals allo scopo di sodomizzare gli intrusi, scontri di legalità ed illegalità decisi nel mezzo delle valli degli appalachi, etc... Insomma un vero cult che, vi assicuro, ha portato allora centinaia di futuri canoisti a scoprire per la prima volta le bellezze del nostro sport. Mi ripromisi, quando fossi stato nelle possibilità temporali ed economiche, di scendere il teatro di quelle riprese, il mitico fiume Chattooga.

Burt Reynolds rappresentava Lewis, il duro, l'esperto, il coraggioso, il leader, ma una frattura femorale causata da un terribile bagno in una rapida a cascata (le Talullah falls, sull'omonimo fiume, affluente del Chattooga, ora vietate alla navigazione delle canoe per l'eccessivo numero di canoisti morti) lo mette fuori combattimento e tutto rimane nelle mani dell'unico possibile soggetto in grado di portare a termine l'avventura e salvare i tre canoisti rimasti (Jon Voight, Ed).

Anch'io, giovane canoista adolescente, rimasi affascinato dal film e lo vidi almeno dieci volte e posso dire che condizionarono la mia vita e le mie esperienze canoistiche. E, finalmente, nell'aprile del 1999 riuscii a coronare la mia ripromessa e, insieme ad una decina di impavidi, andammo a scendere il Chattooga tra ottimi amici con cui ancora ci sentiamo e ci vediamo, in una spedizione che chiamammo "Appalachian Whitewater Expedition 1999". Potete immaginarvi l'emozione che provai, dopo circa venticinque anni nel rivedere e nel percorrere dal vivo gli stessi luoghi e le stesse rapide in cui furono girate le riprese di Deliverance.

Il trapasso di Burt Reynolds mi tocca quindi da vicino, non come parente, per carità, ma come soggetto che in età adolescenziale mi ha indotto a considerare non solo in generale la necessità di affrontare con il giusto livello di sfida le difficoltà delle rapide dei fiumi, ma anche perché da sempre ho tenuto presente che egli (Lewis) in un passaggio dialogato con i compagni di discesa (Drew, Bobby) disse (in inglese):

Lewis: The first explorers saw this country, saw it just like us.
Drew: I can imagine how they felt.
Bobby: [about the rapids] Yeah, we beat it, didn't we? Did we beat that?
Lewis: You don't beat it. You never beat the river, chubby.

(Lewis: i primi esploratori videro questo luogo (campagna), lo videro proprio come noi.
Drew: posso immaginare come si sentissero.
Bobby (relativamente alle rapide) Siii, lo battiamo, no? Lo abbiamo battuto quello?
Lewis: Non lo batti. Non batti mai il fiume, cicciobello).

Addio Lewis (Burt) e grazie delle emozioni da adolescente (e da adulto) che mi hai dato.
« Ultima modifica: Settembre 07, 2018, 04:13:38 pm da Vittorio Pongolini »
Vittorio Pongolini - Canoa Club Milano

"You don't beat it. You never beat the river, chubby".  Burt Reynolds (Lewis Medlock), Deliverance, 1972.

Settembre 07, 2018, 02:04:51 pm
Risposta #1

marco ferrario (eko)

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Grazie Vittorio.
BELLISSIMA PAGINA

Settembre 07, 2018, 03:43:35 pm
Risposta #2

Giovanni Perozzi

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condivido la descrizione delle sensazioni

film cult

Settembre 08, 2018, 01:58:09 pm
Risposta #3

Andrea Ricci

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    non la canoa, bensì la pagaia è il nostro sport
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Bel racconto, Vittorio!
Mi viene voglia di vedere il film, già citato in più occasioni nel nostro ambiente da Gianni Russo.
Andrea Ricci
acquamossa(chiocciola)tiscali.it
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Settembre 10, 2018, 10:16:14 am
Risposta #4

Lorenzo Molinari

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Grazie Vittorio del bel racconto e di avermi fatto ricordare le fantastiche giornate trascorse insieme lungo i selvaggi fiumi degli Appalachi.
Il film lo vidi solo dopo aver sceso il Chattooga, rientrato in Italia, così evitai di appensantirmi durante la discesa con mutandoni rinforzati di latta, che - per nostra fortuna - non servirono. ;D
« Ultima modifica: Settembre 10, 2018, 03:34:41 pm da Lorenzo Molinari »

Aprile 29, 2019, 04:04:08 pm
Risposta #5

Vittorio Pongolini

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    Healthy rivers, lakes and seas are priceless!
Esattamente venti anni fa, il 29 aprile 1999, Carlo Di Francesco, Gigi Mosca, Beppe D'Orazio, Lorenzo Molinari, Francesco Sidoli ed il sottoscritto portavano a compimento una delle discese più avvincenti e rinomate che la letteratura e poi la cinematografia della canoa abbiano mai celebrato: la discesa della Section 4 del Chattooga river (https://www.americanwhitewater.org/content/River/detail/id/476/), tra North Carolina e Georgia. La discesa fu l' apoteosi della spedizione "Appalachian Whitewater Expedition 1999" di cui vedete scritto nei pezzi riportati più sopra, a cui partecipò anche Paolo Sberna che non prese però parte a questa specifica discesa ma che attivamente scese anche  egli una cospicua serie di altri fiumi nella costa est degli Stati Uniti, tutti nei monti Appalachi. Tra questi vogliamo ricordare, tra altri minori scesi come continuazione di altri tratti, il Savage (https://www.americanwhitewater.org/content/River/detail/id/748/), l' Upper  Youghiogheny (Yough river) (https://www.americanwhitewater.org/content/River/detail/id/753/) e il Lower Yough (https://www.americanwhitewater.org/content/River/detail/id/1687/), il Big Sandy Creek (https://www.americanwhitewater.org/content/River/detail/id/2331/), il Nantahala (https://www.americanwhitewater.org/content/River/detail/id/1101/) e, in conclusione, il New nella potentissima New river gorge(https://www.americanwhitewater.org/content/River/detail/id/2418/).
Se mi leggete, voi 7 amici di quelle pazzesche avventure tra "wild turkeys, skunks, black bears and vultures", ora che siamo sparsi un po' in giro per l'Italia, sappiate che il ricordo di questa spedizione e di quel tratto di fiume della mitica "Section 4" mi è ancora vivissimo e il ricordo delle due settimane passate con voi come dei veri trappers tra i selvaggi fiumi degli Appalachi è uno dei più belli che serbo nella mia lunghissima vita canoistica. Certo, eravamo più giovani, alcuni di noi forse non frequentano più i fiumi selvaggi, ma quelle rapide infinite, percorse così lontano, ci accomunarono come poche volte mi è ricapitato, e proprio questo minimo comun denominatore della grande distanza rafforzò il senso di appartenenza al gruppo. Gruppo che purtroppo, tre mesi dopo, dovette dare l'addio a Carlo Di Francesco, tragicamente scomparso su un fiume dell'Iran centrale. Forse anche Carlo sta leggendo...
« Ultima modifica: Aprile 30, 2019, 11:58:58 am da Vittorio Pongolini »
Vittorio Pongolini - Canoa Club Milano

"You don't beat it. You never beat the river, chubby".  Burt Reynolds (Lewis Medlock), Deliverance, 1972.

Maggio 01, 2019, 05:07:16 pm
Risposta #6

Lorenzo Molinari

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Caro Toio, già vent’anni sono passati dalla nostra discesa del Chattooga River e di altri bellissimi fiumi degli Appalachi! Altrettanti da quando Carletto ci lasciò sgomenti per la sua scomparsa su un fiume in Iran, dove anche la sua proverbiale abilità a eseguire l’eskimo non servì a nulla: sifoni, come altri ostacoli, non si assecondano così.

L’imbarco sul Chattooga River fu tra i più emozionanti, non per le difficoltà che ci aspettavano, inferiori ad altri fiumi che scendemmo, né per alcuni pericoli insidiosi che cela e che affrontammo in sicurezza, ma per la storia narrata dalle sue rapide.

Scendemmo molti fiumi insieme in quegli anni, molti viaggi all’estero, tuttavia i ricordi più belli forse appartengono proprio agli Appalachi. Paesaggi suggestivi sulle Smoky Mountains, bella atmosfera, bel gruppetto di amici, un po’ eterogeneo canoisticamente, ma ciò ci permise -  egoisticamente – recuperi più celeri, contando su chi non se la sentiva. D’altronde l’Upper Youghiogheny non fu proprio una passeggiata: bel volume d’acqua, grandi massi, rapide molto lunghe e quelle barelle di legno a fine rapide lungo le rive non erano proprio di buon auspicio, Ma… "tiè"! Proprio non ci servirono.

E che dire del Big Sandy Creek? Fiume magnifico paesaggisticamente e morfologicamente!

Concludemmo il viaggio con il potente New River, gonfio d’acqua, con ben oltre 200 mc/sec, dove scansammo buchi grandi come autobotti e ci godemmo valangate d’acqua immense, che ci sovrastavano come onde oceaniche. Stupendo!

A quando la partenza per le Rocky Mountains? Ormai – ahimè - non possiamo aspettare altri vent’anni…

Maggio 08, 2019, 07:54:42 pm
Risposta #7

Vittorio Pongolini

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    Healthy rivers, lakes and seas are priceless!
Oeh Lorenzo, sembriamo il libro "Cuore" di noi stessi! Mi confermi tutto il godere di quella intensa spedizione e mi fa molto piacere. Viaggi esteri ne abbiamo fatti molti e dovremmo effettivamente riprendere a farli prima che sia troppo tardi. Ho sceso anche i fiumi delle Rocky Mountains che richiami e devo dirti che sono diversi come pendenza ma uguali come difficoltà. Anzi, penso che i fiumi degli Appalachi siano più pericolosi per le soglie controcorrente (undercuts) che non ci sono nei fiumi delle Montagne Rocciose, se non per casi straordinari. Ma sono rimasto allibito nel leggere il numero di fatalità proprio della Section 4 del Chattooga: se vai sul link corrispondente e clicchi su "Accidents" sono riportati 19 (diciannove!) decessi, 11 quasi decessi con salvataggio in extremis e 1 ferito grave. Ricordi che discutemmo sui pericoli di quel pezzo di fiume e fummo tutti molto attenti durante la discesa? Ecco, forse è proprio uno dei fiumi più pericolosi degli Stati Uniti, ma credo che qui in Italia i prefetti avrebbero già chiuso quel tratto di fiume alle canoe e ai raft con quell'elenco di morti. Anche in Francia hanno interrotto il Raduno Internazionale delle Gorges du Verdon, se non ricordo male, dai primi anni duemila perché il loro prefetto si era stancato dei morti e l'organizzazione del raduno internazionale non voleva più responsabilità per i decessi. "Laissez-les aller a mourir tout seul…!" e il Raduno del Verdon s'è interrotto. Ma in America forse si tira a campare più liberamente, con responsabilità più soggettive. Gli americani sono un po' strani, balordi per certe (non) decisioni.
Ritornando però alle Montagne Rocciose, c'è un fiume che è un incompiuto per me e a cui terrei molto. E' in Idaho ed è un multi-days trip e il fiume è il Middle Fork of Salmon, una "gita" di terzo o quarto grado (dipende dalla stagione) da almeno 5-6 giorni di canoa con eventuale supporto del raft perché sono 96 miglia cioè oltre 150 km. Inoltre è a "reservation lottery", ti devi quindi prenotare (https://www.americanwhitewater.org/content/River/detail/id/618/) e scorre in valli sperdute e fuori dal mondo. Chissà se riusciremo a scenderlo...
« Ultima modifica: Maggio 08, 2019, 08:03:39 pm da Vittorio Pongolini »
Vittorio Pongolini - Canoa Club Milano

"You don't beat it. You never beat the river, chubby".  Burt Reynolds (Lewis Medlock), Deliverance, 1972.

Maggio 15, 2019, 06:26:12 pm
Risposta #8

Lorenzo Molinari

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E' un'ottima idea quella di scendere insieme il Middle Fork of Salmon, per te - Toio - è un'incompiuta, per me è un fiume sulle cui acque è stato comunque scritto un importante pezzo della storia della canoa d'acqua bianca:
- il mitico statunitense esploratore e pioniere fluviale Amos Burg (1901 - 1986) nato a Portland in Oregon, membro dell’Explorer's Club di New York, scese il fiume in raft nel 1939;
- il primo canoista d'acqua bianca dell'Idaho, Walt Blackadar (1922 – 1978) dal 1953 iniziò a scendere il fiume con un raft gonfiabili insieme a un amico, per poi passare al kayak dal 1967, a quarantacinque anni; nel 1971 a quarantanovenne fece la prima discesa assoluta, oltretutto in solitaria, in kayak del selvaggio e remoto Canyon del Turnback dell’Alsek River in British Columbia in Canada di quinto grado, bivaccando la notte (quel tratto era ritenuto impraticabile e questa impresa lo portò a una vasta notorietà) e l’anno successivo scese in prima il Devil’s Canyon del Susitna River nella penisola del Kenai in Alaska ma la discesa fu contrassegnata da brutti bagni e trasbordi; il 13 maggio 1978 morì tragicamente a cinquantasei anni bloccato sotto un tronco durante la discesa del South Fork del Payette River.
Grandi pionieri della canoa che vanno ricordati e a cui spero di dare un piccolo contributo con il mio scrivere e con il mio - spero - prossimo libro.

Giugno 04, 2019, 07:36:23 pm
Risposta #9

Vittorio Pongolini

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Chissà se ce la faremo, Lorenzo…con tutte quelle gabelle... In ogni caso ho sentito parlare ed ho letto molto su Walt Blackadar perché sono stato abbonato per oltre trent'anni alla rivista Paddler, americana, dove descrivevano spesso pezzi storici sia di persone che di fiumi. Soggetti ed oggetti del nostro mondo. Non sapevo fosse affogato nel South Fork of Payette per un maledetto albero. Sono molto pericolosi gli alberi di traverso sui fiumi di whitewater perché non sono segnalati e compaiono improvvisamente. Pensare che l'ho sceso nell''88 quel fiume - in effetti scorre gran parte in boschi di pini strobi, fratelli minori delle sequoie - e non sapevo del decesso di Walt. 
Ma c'è un altro personaggio memorabile nel mondo della canoa ed è Rob Lesser che ha percorso fiumi difficilissimi in tutto il mondo e che anch'egli è inserito nella "Hall of Fame" internazionale (un po' troppo statunitense, per la verità…) e la si può vedere a questo link:  http://iwhof.org/ . Ci sono dei veri miti della canoa/kayak da acque bianche, sia per le competizioni che per l'acqua selvaggia. Molti ormai sono davvero canoisti, per così dire, datati, tra cui appunto Rob.
Anche nel nostro sport ci sono personaggi che rimangono nella memoria per le imprese che hanno compiuto, poi gli anni passano e davvero pochi rimangono vivi nell'interesse delle nuove leve e nella storia della canoa/kayak. Solo i grandissimi sono in quel sito ed è giusto celebrarli con la breve storia delle loro imprese.
Vittorio Pongolini - Canoa Club Milano

"You don't beat it. You never beat the river, chubby".  Burt Reynolds (Lewis Medlock), Deliverance, 1972.

Giugno 08, 2019, 12:00:32 pm
Risposta #10

Lorenzo Molinari

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Rob Lesser è certamente uno dei personaggi più rappresentativi della canoa d’alto corso a cui ho dedicato ovviamente alcune pagine del libro che sto scrivendo. La sua impresa più importante, che lo portò alla ribalta, fu la scoperta a fine anni 1970 dello Stikine e la discesa in prima nel 1981 (esclusa la rapida Site Zed). Lo Stikine è il fiume per eccellenza, paragonabile a El Capitan o alla Nord dell’Eiger nel mondo alpinistico, che - da quanto ne so – un solo italiano, Marco Guidi, mi risulta che al momento lo abbia sceso. Nel mio libro il nome di Rob compare ben 27 volte e spero che sia già noto ai più.
Per quanto leggendario anche Rob era ed è un “umano” e così sui Narrows del Green River nel 1978 fallì il tentativo di discesa in prima ma fu il primo canoista al mondo a concludere la “Triplice corona” (Susitna, Allsek e Stikine), analoga alla tripletta nord dell’Eiger, nord del Cervino e Sperone Walker sulla nord delle Grandes Jorasses, che un tempo solo i migliori alpinisti vantavano di aver scalato, ora i migliori ambiscono forse anche ad altri obiettivi.

Purtroppo non sono ancora riuscito a mettermi in contatto con Rob, pur avendo scomodato alcuni famosi canoisti che mi hanno aiutato nella ricerca, per chiedergli il permesso di pubblicare un paio di fotografie che lo ritraggono, l'e-mail che mi sono procurato pare sia disattivata e Rob non compare in nessun social.
« Ultima modifica: Giugno 08, 2019, 06:13:14 pm da Lorenzo Molinari »