Autore Topic: Appunti di Slalom e di Vita...  (Letto 48363 volte)

Febbraio 21, 2012, 09:56:33 pm
Risposta #60

Skillo

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 150
Caro Ettore, hai ragione: ultimamente mi perdo più in teorie che in pratiche e forse è per questo che il cercare di portare concetti che, anche se non perfettamente identificati e descritti sotto il profilo fisico-scientifico, mi parevano espressi in modo comprensibile a tutti, non mi è riuscito.
Quando vedo che tu identifichi quello che ho chiamato "rimbalzo", con l'uscita della canoa dall'acqua, vuol dire che non sono manco stato capace di farmi capire bene.
Peccato ...   pensavo che essendo io assolutamente impotente nei confronti dei veri problemi degli atleti, almeno avrei potuto dare un piccolo contributo a chi ancora sta cercando di inquadrare certi fenomeni per sua o altrui utilità.
Ma non fa niente, non sono cose importanti, quindi lascerò nuovamente che i miei passi dirigano altrove.
Ti leggerò volentieri come sempre.

Marzo 19, 2012, 12:15:41 pm
Risposta #61

Ettore Ivaldi

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 570
    • http://ettoreivaldi.blogspot.com/
Siamo tornati a giocare a calcio dopo praticamente un mese di astinenza per concentrarci sui Pan-Americani. Ora ci siamo ributtati nella preparazione per la prossima stagione in Europa, negli Stati Uniti e per i Giochi Olimpici e il football del sabato è come la Santa Messa della domenica sera o il caffè della manana!
Con il pallone tra i piedi sono sempre un fenomeno, nel senso che corro parecchio e produco gioco. Il mio fisico ne trae beneficio e la mente, che è costantemente accesa sui pali dello slalom, si rilassa un pochino. L’effetto tecnico del mio divagare per il campo per la verità non porta a grandissime prestazioni, oggi solo un goal che appaga per questa settimana la sete di gloria!

Dicevo che i Pan-Americani, seguiti da molti appassionati on live via internet - che spettacolo questo mezzo - ci hanno confermato un ritorno al passato da parte dei “course designer”. La cosa mi ha sorpreso per metà nel senso che guardando gli Oceania Championships a Penrith in Australia mi era nato il sospetto che qualcosa stesse cambiando. Anzi più che cambiando mi sembrava un ritorno ai tempi che furono. Le risalite e oltre il 90% di porte in discesa erano costituite da due pali, dopo che da anni si stanno sperimentando percorsi veloci con un palo solo. In Australia super Cali è l’unico che è riuscito a restare sotto i 90” tutti gli altri decisamente sopra e donne e C2 abbondantemente hanno superato i 100 secondi. Troppi secondo una logica in cui lo slalom dovrebbe essere un’espressione di velocità, destrezza, spettacolo. Con percorsi ancora così lunghi si mette in crisi il sistema televisivo che non può riprendere e mandare in internet tutta la gara per ovvi motivi di registrazione e relativo montaggio al volo.

Facciamo questa piccola analisi: nel 2000 ai Giochi Olimpici di Sydney la partenza era all’inizio del canale. A quel tempo le canoe erano lunghe 4,00 metri e le porte formate da due paline che potevano essere distanti fra loro da un minimo di 1,20 a un massimo di 3,50. Bene nel 2012 ... 12 anni dopo, dopo aver cambiato le misure delle canoe, sperimentato mille formule diverse siamo tornati da dove eravamo partiti. E’ mai possibile una cosa così? Mi chiedo ma in questi 12 anni abbiamo perso solo tempo? Dove vogliamo andare a finire? Possibile che non ci sia una linea guida da seguire che in realtà c’è perché discussa in diversi symposium tra allenatori e che viceversa non viene rispettata? Dipendiamo da come si sveglia il presidente del bording internazionale dello slalom che, secondo me, dovrebbe occuparsi di marketing e non di aspetti tecnici e tanto meno non dovrebbe mettersi a disegnare i tracciati di gara. Che il presidente faccia il presidente, procuri spazi televisivi e venda il prodotto slalom al resto ci devono pensare i tecnici che tutti i giorni si cucinano al sole o si raffreddano al vento e al gelo!
Ho scritto di questa cosa a Sue Natoli - che è nel bording dello slalom - aspettiamo la risposta. Non so se poi risponderà potrebbe sempre scegliere la strategia di alcuni nostri tecnici della discesa che invece di rispondere pubblicamente sul forum mi mandano e-mail intimidatorie non frutto del loro sacco, ma…forse opera di qualche loro collaboratore?

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Aprile 06, 2012, 03:33:58 pm
Risposta #62

Ettore Ivaldi

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 570
    • http://ettoreivaldi.blogspot.com/
Mi accorgo che il tempo passa solo per due fattori perché altrimenti mi sembra di essere rimasto quel ragazzino che 40 anni fa scoprì per la prima volta la canoa.

Il primo è fisiologico e ovviamente molto naturale. Il tempo cioè ti priva di persone che bene o male hanno influenzato la tua crescita e la tua vita. La morte te li rapisce, avvisandoti che la vita corre, passa e non è il caso di scherzarci sopra. Loro se ne vanno e tu resti lì a renderti conto che ogni perdita è un duro colpo nella vita di tutti i giorni.

II secondo segnale del tempo che passa sono gli atleti che ho allenato e che hanno o stanno concludendo la loro carriera sportiva. Anche per loro, come già successe a me, arriva il tempo di appendere la fatidica pagaia al chiodo per entrare in quel mondo fatto di quotidianità e di meccanismi perversi se solo ti fai prendere e cedi al sentimento comune. Un errore che ti costerà caro se non lo saprai individuare e isolare presto.

Pochi giorni  fa seguendo su internet le selezioni spagnole, che sono state con quelle francesi a Pau, non trovavo nella lista di partenza il nome di Carlos Juanmartis (semplicemente e obbligatoriamente Litos per tutti noi)  e mi chiedevo, tutto preoccupato, che cosa fosse mai successo. Preso poi dalle gare e dai risultati il pensiero è andato altrove, rimandando a più tardi l’idea di mandare una mail all’interessato per chiedere spiegazioni. La sera stessa però  mi ritrovo una sua e-mail che mi racconta la sua decisione di non presentarsi alle selezioni e di cambiare vita. Pazzesco! Sembravamo quasi di essere in sintonia telepatica e la cosa mi ha per la verità impressionato non  poco.

Litos, nel 2007 ha chiuso il mondiale in sesta posizione conquistando per la Spagna la qualifica olimpica. L’anno successivo fallì la partecipazione ai giochi olimpici per pochi centesimi di secondo ai campionati europei di Krakow. A rappresentare il suo paese ci andò viceversa Guille Diez Canedo. Litos aveva già partecipato alle olimpiadi nel 2000 a Sydney (19esimo) e Atene nel 2004 (11esimo). Dall’esclusione di Beijing 2008 Litos costruì la sua crescita che lo portò a conquistare un bronzo individuale magico ai campionati del mondo del 2009 nella sua Seu d’Urgell. In quella cittadina che lo ha visto nascere e  crescere canoisticamente.  La ciliegina sulla torta arrivò anche con la gara a squadre che gli mise al collo un altro bronzo importantissimo non solo per lui, ma per tutto il movimento ispanico.

Lui è sempre stato un tipo speciale e abbiamo lavorato assieme alcuni anni  di gran lena e con reciproco rispetto. Ne ho apprezzato la professionalità e la serietà con cui ha fatto il suo mestiere di atleta di alto livello. Puntuale come pochi con gli allenamenti quotidiani, preciso nel preparare ogni dettaglio, fino  ad un pignoleria quasi esagerata per alcuni aspetti legati ai materiali. Impeccabile nel vestire alla ricerca sempre di grande tecnicità.

Con Litos ho condiviso molti magici momenti. Ho condiviso la fatica in bicicletta  sulle montagne che circondano La Seu, ho condiviso la gioia di vederlo al via all’Adigemarathon con la sua compagna di vita Monica. Ho condiviso la passione e l’amore per lo slalom. Ho condiviso obiettivi e allenamenti al gelo o al sole tropicale,  ma in modo particolare ho sofferto e condiviso le sue preoccupazioni prima delle gare e il suo pessimismo cosmico alla vigilia di grande eventi che, più di una volta, però  sapeva  trasformare in positività al momento del fatidico 3, 2, 1, via!

Ho apprezzato le sue parole, ma soprattutto mi ha fatto piacere la sua condivisione di sentimenti nell’esprimere la sua gratitudine nei miei confronti per aver impostato un lavoro diverso con la squadra spagnola. Un lavoro  che gli ha permesso di cambiare modo e stile di navigazione. Un sistema che lo ha avvicinato ancora di più allo slalom e che gli ha permesso di apprezzare a pieno la fortuna di danzare sull’acqua.

Poi c’è sempre stato quel suo grande amore per lo sport e in modo particolare per la bici e lo sci di fondo oltre allo slalom che interpretava per metà con il vecchio stile classico e per metà con l’evoluzione tecnica che ha cambiato in questi ultimi anni il nostro sport.
Io ho cercato, da quando avevo preso in mano la nazionale iberica, di portarlo sulla strada del rinnovamento tecnico, anche se con molta cautela e con molta tranquillità. Chi ha vissuto sulla propria pelle questi cambi generazionali di stili e tecniche sa bene che non è stato assolutamente facile entrare nella logica moderna. Litos più di una volta ci è riuscito e la testimonianza è quella magica medaglia di bronzo che ha conquistato davanti alla sua gente ai campionati del mondo del 2009 a La Seu d’Urgell. Un sogno che si è concretizzato e che ha avuto il merito di consacrarlo fra i migliori slalomisti di ogni tempo. Quella discesa iridata fu un compendio di semplicità ed eleganza, un geniale mix di abilità motoria e intelligenza mentale, un incontro tra determinazione e concentrazione. Quella medaglia però poteva rappresentare anche un punto d’arrivo che regala molto, ma capace nello stesso tempo di privarti di energia e fiducia. Questo forse è successo a Juanmarti e cioè un calo di motivazione e forse la paura di non poter più raggiungere questo risultato. Così, se pur a distanza di qualche tempo e dopo qualche boccone amaro, è arrivata la decisione di chiudere un importante capito della sua vita per aprirne subito un altro.  Forse non se l’è sentita di rimettersi in discussione proprio alla vigilia dei Giochi Olimpici di Londra.

Per noi comunque resterà sempre un atleta da portare come esempio alle nuove generazioni perché rimarrà il simbolo di dove un atleta può arrivare usando determinazione, lavoro quotidiano e buona volontà.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Aprile 11, 2012, 08:46:30 am
Risposta #63

Ettore Ivaldi

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 570
    • http://ettoreivaldi.blogspot.com/
Sono ancora disorientato e ho un certo senso di vuoto. Ci aggiungerei anche un buco allo stomaco, accompagnato da giramenti di testa: l’impossibile a volte è possibile... lo sa bene  Lefevre che  guarderà le Olimpiadi dalla televisione e che vede svanire il suo sogno di una terza medaglia a cinque cerchi  dopo la terza gara di selezione francese.
Lui, l’eroe del mondiale 2011. Lui, che nella stessa prova iridata aveva messo al collo 4 medaglie, cosa mai riuscita a nessuno. Lui, su cui la Federazione Francese e vari sponsor avevano puntato la mano senza nessun dubbio. Lui, che il giorno stesso di quando è sceso dal podio di Beijing 2008 ha iniziato a pensare e a lavorare per concretizzare un sogno, maturato proprio in quei giorni. Lui, che ha speso questi ultimi 4 anni per preparare Londra 2012. Lui, sarà il grande escluso dell’edizione numero XXX dei giochi olimpici moderni nati nel 1897 ad Atene.

Il transalpino parte male il primo giorno di gare e, nonostante il miglior tempo in qualifica, 91,02, è penalizzato da un 50 alla porta numero 2 che gli impedisce di partire nella gara che conta e cioè la finale, vinta poi da Boris Neveau. Non c’è bisogno di dire nulla su quest’ultimo atleta immagino!

Ora, prima di andare avanti, c’è da dire che in Francia le cose non sono così facili neppure per un campione del suo calibro. Erano 18 i k1 uomini che avevano superato il primo scoglio di ammissione alle fasi finali di Pau per i Giochi Olimpici. Tanto per fare un piccolo confronto e per capire, in Italia sono solo tre gli atleti in questa specialità ammessi a questo tipo di selezione.

Il campione francese avrebbe tanto da recriminare nella seconda gara dove registra ancora il miglior tempo, ma c’è un tocco che lo penalizza non poco. Si deve accontentare di un terzo posto finale.
C’è un giorno di riposo prima di arrivare alla fatidica ultima chance, anche se per la verità, in questo giorno di recupero per i Kayak e per le canadesi,  il transalpino è impegnato in C2 nel tentativo di qualificarsi almeno in questa specialità.
Arriviamo alla terza e conclusiva gara e le cose sembrano mettersi bene per Fabien in semifinale arriva 5^ con un 2 alla porta 18 e si prepara per la finale.  Al via dell’ultima prova ci sono praticamente sei atleti ancora in corsa per la maglia olimpica. La finale arriva puntuale e... ancora miglior tempo, ma ancora un tocco per lui alla 8. Si chiude la stagione e il sogno della terza medaglia olimpica... almeno per l’edizione di Londra. Seguiranno alcune contestazioni di presunti tocchi fatti e non dati e alcune polemiche su come sono andate le gare, ma alla fine le cose non cambieranno.

Questa la cronaca, ma ad un allenatore interessa poco se non il fatto che un canoista di questo livello non sarà al via all’edizione olimpica. Interessa viceversa capire che cosa non ha funzionato nella testa di questo atleta, nella sua preparazione, nella sua marcia di avvicinamento alla tappa finale di un ciclo fatto di quattro lunghi ed intensi anni. Capire e ragionare sui fatti per trovare una risposta a questa grande debacle sportiva.

Da Beijing 2008 Fabien Lefevre, che il prossimo 18 giugno farà 30 anni, torna a casa con l’argento nel kayak e si mette subito in barca anche in C2 con Denis Gargaud. La sua idea è quella di cimentarsi in due specialità.

Nel 2009 a la Seu d’Urgell, tracciato che conosce particolarmente bene, resta fuori dalla finale iridata sia in k1 che in C2. Sarà  il primo degli esclusi in tutte e due le specialità e cioè undicesimo.

Nel 2010 si consola in K1 con l’argento a squadre e finisce 33esimo nella prova individuale. In C2 si toglie invece una grande soddisfazione prendendo l’argento sia nella gara individuale che a squadre.

Nel 2011 è l’eroe del mondiale di Bratislava e alla preolimpica fa vedere belle cose finendo sul gradino più basso del podio.

Nel 2012 inizia la sua preparazione molto presto e va in Australia il 21 dicembre dove praticamente ormai è di casa. La novità di quest’anno è che ci sarà da subito l’allenatore Jean-Yves Cheutin oltre ad un’altra figura quella cioè di un supervisore dell’allenamento  con particolare attenzione alla preparazione fisica. Per questo si affidano a  Paul Boussemart.

Il clima in Australia è sereno per il campione francese che si sente nuovamente avvolto dal calore di una squadra:

“Aujourd’hui, on a fait notre première séance vidéo collective.. je crois que ça ne m’était pas arrivé depuis 2003 lorsque Sylvain Curinier entraînait encore le groupe des K1 français!”

come si legge nel suo blog il 26 gennaio e aggiunge anche una cosa molto interessante:

“Le canoë-kayak slalom est avant tout un sport où la compétition est d’abord de composer avec l’eau, le parcours et avec soi-même… c’est une très bonne école!”

In sostanza dice che lo slalom è uno sport in cui la vera concorrenza è l’acqua, il percorso e se stessi... un’ottima scuola di vita! In tutto ciò si racchiude brevemente e sostanzialmente tutta la filosofia sportiva di questo atleta... pienamente condivisibile.

Qui partecipa ai “Penrith WhiteWater Slalom Series" a fine gennaio e vince agevolmente facendo vedere belle cose.

Agli “Australian Open” del 10/12 febbraio arriva in finale in k1 e qui ci piazza un 50 facendo registrare il secondo miglior tempo a 0,46 da Sebastian Schubert vincitore della gara. Anche in C2 non trova, con il suo compagno Gargaud,  la via della vittoria finendo quinti con un tocco e con un distacco dai compagni di squadra Gauthier Klauss/Matthieu Peche di 2 secondi e 02 decimi. Questi ultimi metto in acqua una serie di gran belle discese. Leggeri, molto abili e soprattutto con un assieme invidiabile capace di risolvere ogni situazione con grande abilità e senza mai perdere velocità.

Agli "Oceania  Championships", disputati due settimane più tardi fa bene in qualifica, terzo, ma in semifinale ancora un 50 e fuori dalla finale. Per la verità furono molti gli atleti top a restare al palo per salti di porta. Da Kauzer, Neveau, Polaczyk, Mann, Halcin, Maxeiner. La finale poi la vincerà  un Daniele Molmenti ritrovato.

Dall’altra parte del mondo il transalpino si è allenato duramente come sempre. Molte ore sul canale olimpico a ritmi relativamente blandi curando sempre molto la tecnica. Pochi lavori cronometrati, molto C1 e C2.

Dall’Australia Lefevre torna in Francia a  marzo per preparare le selezioni di Pau che valgono veramente tanto. Qui sappiamo com’è andata dai risultati, ma non sappiamo che cosa sia realmente successo. Dove è mancato il campionissimo? Cosa è successo in questi lunghi quattro giorni di gare?
Da chi l’ha visto pagaiare dal vivo, nei giorni di selezione, ho avuto informazioni  di un grande Lefevre e di uno stile impeccabile. Lo testimoniano i tempi e i video delle gare, se pur mancano dell’impatto emotivo, mettono in mostra tutta la classe di Monsieur Lefevre.
Certo è che quest’anno gli avversari erano cresciuti notevolmente oltre al fatto che il tracciato di Pau è conosciuto da tutti gli atleti in gara molto bene. Eccellere qui non è facile e sarà interessante vedere la prossima gara di Coppa del Mondo a giugno per capire quanto effettivamente influenza il fatto di allenarsi su un percorso.
Forse il primo errore è stato quello di andare troppo presto in Australia e allenarsi lontano dalla sede delle selezioni.
Forse il secondo è stato quello di concentrarsi su due specialità. La strategia forse doveva essere quella di rinunciare alle gare di selezione in C2 per cercare di passare in K1, lui, e in C1 Gargaud per poi  avvalersi del regolamento ICF e partire anche in C2 alle olimpiadi.

Certo analisi che si fanno a freddo e che non sono facili da fare tanto più che stiamo parlando di minimi particolari che se solo non si fossero verificati saremo viceversa qui a elogiare chi ha cercato di portare avanti un sogno non solo per se stesso, ma anche per la sua nazione e per lo slalom in generale.

Ora il suo futuro è tutto in mano al direttore tecnico francese visto che oggi è il quarto kayak in Francia e non è più under 23!  Aspettiamo e speriamo di vederlo ancora nel circuito di Coppa per apprezzare e godere  ancora una volta della sua comunque indiscussa classe... a bientôt Monsieur Fabien Lefevre!


Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Aprile 13, 2012, 04:53:13 pm
Risposta #64

Ettore Ivaldi

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 570
    • http://ettoreivaldi.blogspot.com/
Ci sono da fare ancora molte riflessioni sul caso Lefevre questo è certo! Analisi e riflessioni che ci porteranno anche a vedere dov’è arrivato il kayak maschile. Specialità che sembra essere decisamente combattuta e senza più veri e propri leader assoluti.

Alcuni lettori alla fine della disquisizione mi hanno fanno notare che, in quello scritto, non si è trovata la vera ragione della sconfitta. Beh! evidentemente non è facile puntare il dito su un solo fattore e asserire che quella è  stata la vera causa. Secondo me ci sono stati una serie di fattori concatenati che hanno portato alla conseguenza conosciuta, come  ho cercato di illustrare precedentemente. Come è altrettanto vero che se invertiamo il ragionamento possiamo dire tranquillamente che il grande risultato è la conseguenza di un insieme di fattori che si concatenano in quel preciso momento e chissà se si ricombinerebbero magari solo pochi minuti più tardi.
Mi piace una osservazione che mi ha fatto tempo fa Peter Kauzer durante una allenamento: ”ogni volta che rimetto il culo in barca è come se ripartissi da zero, devo ri-dimostrare a me stesso di essere in grado di mettere in acqua una grande prova”

Sottolineo subito che nessuno kappa uno, nelle selezioni francesi, ha vinto tre gare, ma viceversa in tre hanno vinto una gara a testa (Boris Neveau - Bastien Damies  - Etienne Daille). Dal mio punto di vista non è altro che lo specchio della realtà internazionale del K1 men: ci sono tanti atleti  di diverse nazioni ad essere molto competitivi.
Se noi prendiamo ad esempio solo le gare disputate ad inizio anno in Australia ci accorgiamo che più o meno è successa la stessa cosa. Si vedano  anche i risultati del nostro Super Cali che rimane fuori da una gara e poi vince la successiva a distanza di due settimane. Il campione azzurro scriveva in terza persona sul suo  suo sito:”... due manche solide quelle della qualifica di Daniele, in ciascuna c’è stata una penalità millimetrica, ma ha dato i primi segnali dello  stato di forma e del controllo tecnico.... si punta al top 5 nella gara di domenica”. Riferendosi alle qualifiche degli Australian Open. Poi dopo la gara andata male si legge:”...in questo periodo della stagione i carichi di lavoro sono notevoli... e si è più lenti e stanchi”. Imputando a questo il cattivo esito della gara. In realtà se non ci fosse stata la penalità Super Cali era tranquillamente in finale. Tutto questo per sottolineare che anche ai grandi campioni basta nulla per ritrovarsi fuori dalla finale e finire a metà classifica indipendentemente dai vari stati di forma. Anche su questo ci sarebbe molto da discutere e disquisire.

Infatti quando si prende il via, dalla gara tra ammogliati e scapoli alla competizioni top, lo stato mentale è sempre quello dei esprimersi al massimo e possibilmente al meglio delle proprie possibilità.
Fra i Kayak c’è spesso e volentieri alternanza sul podio. Questo perché il livello dei kayak è molto, molto alto. Tanti atleti, anche giovani, possono trovare la giornata giusta o il guizzo vincente in particolari situazioni.

Mi sono posto una domanda e cioè se i francesi avessero fatto le selezioni su un percorso neutro e cioè su un tracciato che nessuno conosceva prima che cosa sarebbe successo? I risultati sarebbero stati gli stessi? Probabilmente l’esito finale sarebbe stato diverso. Avrebbe premiato di più gli atleti con più esperienza, perché gareggiare fuori casa avrebbe simulato più da vicino una competizione internazionale di spessore, si sarebbe entrate di più in una realtà di gara di alto livello. Avrebbero messo in evidenza effettivamente chi poi al momento decisivo (mondiali o olimpiadi) piazza spesso e volentieri la zampata vincente.
Così facendo, alla fine, chi va alle Olimpiadi ci va con lo stesso punteggio di altri due compagni che rimangono a casa. Forse non sarebbe stato male considerare le percentuali.

Sono uscite proprio oggi le convocazioni per la stagione 2012 della squadra francese e Fabien Lefevre è praticamente fuori dai giochi e da tutto. Ha rotto con il suo compagno di barca in C2 come lo stesso Denis Gargou ha scritto sul sociale network per eccellenza.  Ritorna per Lefevre l’incubo che ha già vissuto nel 2007 e da cui uscì più che onorevolmente. Lui però rassicura tutti ufficialmente: “no non, je n'arrête pas!... j'aime trop ce sport pour arrêter!.. faut quand même que le système de jugement évolue pour qu'on n'est plus ces soucis qui durent depuis trop longtemps déjà..."


Mi piace anche condividere quanto espresso da Cathy Hearn al termine delle gare di selezione transalpine: “il campione francese ha dimostrato coraggio e genialità.  Che cosa sarebbe cambiato se si fosse concentrato in una sola specialità? Forse nulla ma  le grandi sfide molte volte sono l’essenza per eccellere”... sacrosante parole!

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Aprile 15, 2012, 12:27:14 pm
Risposta #65

Ettore Ivaldi

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 570
    • http://ettoreivaldi.blogspot.com/
Pochi giorni fa parlando di Lefevre ho scritto che l’impossibile sembra possibile. Beh non mi sarei mai aspettato di dover rispolverare così presto questa saggia osservazione... tranquilli non è tutta mia!
Super Cali nella gara di qualifica di Solkan ha impressionato negativamente un po’ tutti. Parte in prima manche e inizia a sbagliare fin dalle prime porte. Arriva alla combinazione 9-10 casca male nel buchetto e perde il fianco, cerca di aumentare la velocità con quattro super pagaite e si infila con la testa dentro alla porta 10 in retro. Abbassa la testa e si rimette in sesto, sembra aver recuperato il momentaccio. Entra nella 12 in risalita, ma la sua canoa continua ad essere poco scorrevole e soprattutto sculetta troppo tanto che da lì a poco non la controlla più sembra aver perso la sua arma migliore: l’equilibrio dato dal bacino basso a stretto contatto con l’acqua. Dopo la 14, per attraversare il correntone sceglie di prendere l’ultima parte del buchetto, e qui capita l’irreparibile. Il fianco sinistro lo tradisce finendo troppo lungo per andare a prendere la successiva risalita a sinistra. A questo punto il campione friulano ha un appannamento non reagisce e, prima volta dopo molti anni,  tira dritto al traguardo.
Tra la prima e la seconda manche ho occasione di scambiare due parole con Super Cali che mi dice che non aveva sensazioni buone fin dalle prime pagaiate e non ne sa la ragione. Io lo tranquillizzo e gli faccio presente che lui senza pagaiare ha un margine sul resto del mondo di almeno 2 o 3 secondi. Mi fa cenno di sì e mi metto in posizione per seguire e riprendere la sua seconda   discesa che purtroppo, per lui, si dimostrerà assai scadente tanto da finire nelle retrovie. Il problema è lo stesso: equilibrio e incertezza nella su azione propulsiva. 
Poi carica la macchina e scappa a casa. Io sarei rimasto a combattere subito e ad eliminare i fantasmi dell'ultima ora!

Bene questi i fatti, ma evidentemente non si tratta certo di problemi tecnici o di preparazione fisica per il buon Molmenti, altre sono le problematiche.  Sembra impossibile, ma l’eroe di Tacen 2010 e di tante mitiche battaglie sente la pressione olimpica, percepisce la tensione delle prove di selezione. Eppure lui sa bene di essere superiore e non l’ha mai nascosto.

La mente, la concentrazione, la determinazione, la motivazione, l’energia positiva, il momento, costituiscono il “terzo elemento” per conseguire un risultato e molte volte, se non spesso, possono cambiare il risultato finale e permettere a sconosciuti come Michal Tyler di battere nei trials canadesi personaggi del calibro di David Ford o John Hastings o ancora  a Johnathan Akinyemi (121 nel ranking ICF) su Benjamin Boukpeti (bronzo a Beijing 2008), che si è preso l'unico posto olimpico ancora libero per il continente Africano.

Chissà poi quante altre di belle ne vedremo in questa stagione a cinque cerchi!

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Solkan, 15 Aprile 2012

Aprile 20, 2012, 04:26:47 pm
Risposta #66

Ettore Ivaldi

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 570
    • http://ettoreivaldi.blogspot.com/
Ancora un altro week-end piuttosto tosto per le prove di selezione qui in Europa.  In Slovenia a Tacen di scena sloveni e italiani. A Liptovosky Mikulas gli slovacchi entrano nel vivo con la grande sfida del secolo fra la biolimpionica Elena Kaliska e la brava e bella Jana Dukatova. Chi delle due andrà a Londra? Mah! staremo a vedere, sempre che non venga fuori una terza incomoda che potrebbe rispondere al nome di Benusova, anzi oggi signora Mann visto che pochi mesi fa si è sposata con Scott e ha gareggiato nelle selezioni a stelle e strisce, ma ancora per un po’ non potrà correre sotto questa bandiera.

Anche i russi saranno al via a Liptovosky per formare la squadra che parteciperà ai campionati europei di Augsburd di fine maggio. Gli uomini di Putin poi si giocheranno la maglia olimpica agli europei, fatta eccezione per il C2 di Kuznetsov/Larionov che è già qualificato di diritto dopo la finale conquistata lo scorso anno ai mondiali a Brastislava dove finirono settimi.

I cechi si trasferiscono a Praga per le ultime due gare con un Hradilek in K1 che ha praticamente quasi già staccato il biglietto per la XXX edizione dei Giochi Olimpici, mentre per tutte le altre categorie tutto è ancora in ballo.

Occhi puntati anche sulla grande Germania che aprirà la prima delle quattro sfide proprio in questo fine settimana sul percorso che ospiterà i campionati continentali, ultima appello per qualificare le ultime barche per chi non l’ha ancora fatto. Per gli italiani sarà decisivo per C2 e C1.

Inganniamo il tempo, in attesa di tutto ciò,  parlando della spinta della pala su un sasso o sulla riva o sul bordo di un canale per uscire velocemente da una porta in risalita.
L’altro  giorno, prima di partire per Tacen, a ponte Navi ci abbiamo lavorato un po’ sopra con Ana Satila, la mia atleta brasiliana che sta preparando i Giochi Olimpici, e Zeno che di questo gesto ne ha fatto una sorta di oggetto del piacere!
In sostanza si tratta di arrivare con la canoa molto vicino ad un sasso o ad un appoggio con la pala pronta per spingersi via.
Il gesto è preceduto da una precisa e attenta analisi di dove mettere la pala, solo dopo tutto ciò si lascia correre la propria canoa all’interno della zona di morta e quando si è praticamente a contatto con la superficie di spinta si imprime forza sulla pala stessa. A questo punto bisogna spezzare in due il movimento e cioè permettere alle nostre gambe e quindi allo scafo di proiettarsi fuori dalla morta, mentre solo successivamente verrà data la massima spinta con la pala  spostando le nostre mani dall’impugnatura per allungare la spinta di leva. Così si avrà un’azione più efficace e reattiva.
Bene questa a grandi linee la teoria, che spesso e volentieri presenta non poche difficoltà per essere messa nero su bianco, ma che poi nella realtà si dimostra essere molto più  naturale  di quello che si può immaginare.
Due i concetti base: il primo è quello della disgiunzione tra gambe e tronco, mentre il secondo è quello di acquisire i tempi giusti per sfruttare al massimo questa azione che  molte volte può fare la differenza tra atleti.
Spesso però l’atleta ha fretta di mettere in atto l’azione di spinta perché altrimenti è convinto di perdere tempo prezioso. In realtà è giusto l’opposto: si deve rallentare l’azione di entrata per velocizzare all’ennesima potenza la velocità d’uscita.  Solo se si rispettano i tempi di avvicinamento e di carico del peso questa manovra avrà la sua massima resa. Infatti nel momento in cui si carica il braccio di spinta si  deve appoggiare anche il peso del corpo, proprio per dare più forza alla successiva uscita, ma nel momento in cui si attua l’azione propulsiva il peso del corpo deve  anticipare, dalla parte opposta lo spostamento delle canoa. C’è ancora un fattore di cui fino a questo momento non abbiamo parlato e cioè l’inclinazione della coda. Infatti perché il tutto si concretizzi al meglio bisogna inserire nell’acqua la coda dello scafo. Questo ha una duplice funzione e cioè rallentare la canoa in fase di avvicinamento e un maggior controllo della canoa stessa nel momento in cui siamo in attesa di caricare sulla pala tutto il nostro peso per poi esplodere come una bomba atomica verso la parte opposta.

Questa è una manovra molto particolare da utilizzare quando si può sfruttare una parete di un canale, un sasso o una qualsiasi altra superficie che però ci garantisca una buona tenuta. Non sempre in gara viene utilizzata, ma averla nel proprio bagaglio tecnico e utilizzarla al momento opportuno non è male e si sa che tutto può servire, magari proprio quando meno te l’aspetti!

Occhio all’onda!  Ettore Ivaldi
 

Aprile 20, 2012, 09:40:04 pm
Risposta #67

Ettore Ivaldi

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 570
    • http://ettoreivaldi.blogspot.com/
Devo fare una correzione sulle gare di selezione per i cechi che non si faranno a Praga come ho scritto nel post precedente, ma a České Budejovice nel nuovo canale finito pochi mesi fa giusto per l'avvenimento selettivo.
Per testare il livello dei C1 ci sarà anche un ospite di rilievo e cioè Matej Benus che non sarà al via a Liptovosky, ma bensì a Budejovice. Che sia una strategia messa in atto dagli slovacchi appositamente per scoprire le carte ai cugini?

Per seguire in diretta tutti gli avvenimenti del wee-end di selezione andate su: http://www.canoeliveresults.com/

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Aprile 29, 2012, 12:46:57 pm
Risposta #68

Ettore Ivaldi

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 570
    • http://ettoreivaldi.blogspot.com/
Pensavo a voce alta, anzi riflettevo battendo le dita sul mio fidato Mac e così leggerete che la XXX edizione Olimpica, la VII per lo slalom, sarà all’insegna dei francesi visto che i transalpini si sono piano piano sistemati un po’ ovunque. 

Casualità o precisa strategia politica della sapiente e lungimirante Fédération Française de Canoë-Kayak? 

In K1 oltre ovviamente al portacolori della Francia e cioè Etienne Daille, ci sarà Samuel Hernanz che gareggerà per la Spagna e Mathieu Doby per il Belgio. Sembra poi che ci sarà un ripescaggio per Benjamin Boukpeti che è rimasto fuori dalla qualifica africana. Non ci sarà un altro francese Lucien Delfour che da alcuni anni gareggia per l’Australia, ma che non ha fatto in tempo a naturalizzarsi. 

Forte la rappresentativa francese anche nel settore tecnici. Infatti ad allenare il bronzo di Beijing del k1 c’è Jean Jerome Perrin, mentre l’aspetto tecnico per la Cina è seguito da Victor Lamy. Se risaliamo più indietro troviamo che Myriam Jerusalmi allena l’Australia con Yann Lepennec. Il tecnico dello sviluppo internazionale guarda caso è un altro bianco di Francia un certo Pierrick Gosselin. 

Nella commissione per tracciare il percorso olimpico ci sarà molto probabilmente Marianne Agulhon che dovrebbe sostituire Helen Reeves troppo impegnata a fare la mamma e la giornalista in occasione delle Olimpiadi in casa. 

Non mancherà anche una buona rappresentanza di giudici internazionali che vigileranno sul buon esito della manifestazione, l’Italia, come il Brasile, andrà con una sola persona. 

 
Poi c’è lui Mr. President del Boarding dello Slalom internazionale Jean Michel Pronon in servizio all’ICF, ma pagato con i franchi francesi, oggi euro! 

Un’altra considerazione - 

Nessuna medaglia olimpica del 2008 del Kayak maschile sarà al via. Infatti Grimm, Lefevre e Boukpeti hanno mancato l’appuntamento con la selezione nazionale o continentale; chissà forse il sudafricano verrà ripescato per una inspiegabile ragione di Stato. Potrebbe succedere la stessa cosa anche nel settore del kayak femminile, ma staremo a vedere. Kaliska infatti se la gioca ai prossimi campionati europei con Jana Dukatova, così come Violetta Oblinger dovrà vedersela con la sua connazionale Corinna Kulne. Sicuro invece che non ci sarà l’argento di Jacqueline Lawerence che dopo l’inaspettato successo ha appeso la pagaia al chiodo e pochi mesi fa, dopo un matrimonio stile Hoolywod, è diventata mamma. Oro, argento e bronzo presenti nel C2 visto che sia i gemelli Hochschorner, i cechi Stepanek/Volf e Kouznetsov/Larionov sono già qualificati e pronti al via. Nella canadese monoposto il campione olimpico Martikan e il vice David Florence sono già in preparazione per la gara a cinque cerchi. Robin Bell, l’australiano con il bronzo in Cina ha chiuso una lunga carriera sportiva di successo e quest’edizione molto probabilmente se la godrà in televisione senza nessuna preoccupazione di sorta.

Occhio all'onda!

Giugno 29, 2012, 07:57:05 pm
Risposta #69

Ettore Ivaldi

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 570
    • http://ettoreivaldi.blogspot.com/
Sono tornato a cambiare le marce con la mano sinistra,  a calcolare la distanza in miglia e a bere la birra calda,  ad alta fermentazione come piace da queste parti... non posso pensare a cosa direbbe Argos se solo gli servissero una birra a questa temperatura visto che lui, da ottimo brasiliano,  la beve solo se è ghiacciata.
Gli spostamenti fanno parte della mia vita e non posso farci nulla. Quindi vedo sempre di utilizzarli al meglio per non perdere tempo e per fare quelle cose che altrimenti trovo difficoltà a realizzare preso da mille altri problemi o impegni. Quindi, in questi momenti,  non c’è nulla di meglio che lasciare la testa libera di vagare per ripescare alcuni momenti particolari vissuti recentemente e fissarli per non spegnere quelle scintille che molto spesso casualmente si accendono in noi.  Ecco perché mi sono trovato a pensare a Cippo al secolo Stefano Cipressi pronto per il suo esordio ai giochi olimpici e mi sono detto: “ma quanta energia ha questo pagaiatore bolognese e da quanta curiosità è mosso?” Questa riflessione è partita da alcuni discorsi che abbiamo fatto assieme durante un piacevole pic-nic sul prato del Parco del Segre a La Seu d’Urgell e mi ha sorpreso quando, parlando con Nicolò e Pietro, cercava di trovare qualche soluzione per allenare il suo equilibrio e i suoi obliqui. Era preoccupato perché  dopo l’ultimo allenamento a Londra dovrà restarsene a casa prima di ripartire per le Olimpiadi piu' o meno una decina di giorni che, secondo lui, sarebbero importanti da sfruttare proprio per allenare e sviluppare questi  due aspetti fondamentali per  un C1. La soluzione, dice Cippo, potrebbe essere quella di creare un’impostazione su una di quelle tavolette utilizzate per sviluppare le capacità propriocettive applicando ad essa una sorta di motore che crei resistenza. Quindi  con gli obliqui e con gli addominali cercare di contrastare questa resistenza che può modulare, assieme ad un disequilibrio improvviso che la macchina crea. Giustamente il buon Pietro Camporesi ha suggerito al suo concittadino di chiedere a Tony (Estanguet n.d.r.) dove tiene il suo toro meccanico e se può imprestarglielo... forse quello è il vero segreto del Duca di Lee Valley il D’Artagnan dei tempi moderni. Poi ovviamente abbiamo riso a lungo e io ho suggerito a Cippo di prendersi quei giorni che sarà a casa per stare con la sua famiglia e rilassarsi bene prima del grande ed importante evento sportivo dell’anno. Al di là di tutto questo c’è la testimonianza di un atleta che non ha finito ancora di stupire. L’unico campione del mondo in kayak che parteciperà alle olimpiadi in C1, una grande dimostrazione di voglia di esprimere quello che sente, una voglia di scoprire il suo limite. Ricordo che anche nel passato sia Dario che Urbano Ferrazzi pagaiarono prima seduti e poi in discesa in due specialità diverse. In kayak fra i pali dello slalom e in canadese tra le onde della discesa classica. I due però non raggiunsero i risultati del pagaiatore bolognese anche se furono, per onor del vero, grandi protagonisti dello slalom in Italia e all’estero tra la fine degli anni 70, fino a metà anni ’80. La sfida che ha aperto Cipressi, molto probabilmente sarà raccolta da Fabien Lefevre che come già detto è già in preparazione per Rio 2016 in kayak e in C1.

Bello vedere atleti che sono sempre alla ricerca del limite, della scoperta, dell’alternativa. In loro c’è la perla della saggezza. In loro c’è l’energia della vita. In loro c’è il senso della nostra esistenza. 

Bello anche sentire il respiro pesante del mio piccolo cucciolo che crollato sul lettone si sta addormentando con il sorriso sussurrando parole che esprimono la sua gioia nel pagaiare sull’acqua olimpica!

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

Ottobre 09, 2012, 01:54:52 pm
Risposta #70

Ettore Ivaldi

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 570
    • http://ettoreivaldi.blogspot.com/
 
Io la sera mi addormento                                                                                      qualche volta sogno...

C’è una velocità ideale per eseguire una porta in risalita oltre alla quale è sconveniente andare? E’ una domanda  che mi pongo spesso e che giro ai miei atleti. Loro faticano a pensare che ci possa essere qualche cosa di positivo andando più piano, presi sempre dalla frenesia di essere veloci.  La velocità però in questo caso loro la ritengono come una aspetto non ben definito liquidandola come quell’azione eseguita nel modo più rapido possibile.  Ma la velocità a che parametro di riferimento la consideriamo? Quale deve essere l’assunto per dire se quella determinata risalita è stata fatta alla massima velocità possibile? Meglio ancora dove sta esattamente il riferimento vettoriale di inizio e termine dell’azione della risalita per definire la sua velocità nel suo complesso? Mi potrei fermare qui e innescare una sorta di dibattito. Considerando il fatto però che nessuno dibatte pur vivendo in mezzo a mille e oltre presunti allenatori che la sanno lunga e che poco dibattono, vi dirò la mia!

Ritengo che per lavorare su una risalita dobbiamo partire da un’azione che inizia ben prima della risalita in sé. E’ come per un saltatore in alto considerare lo stacco come azione unica e determinante per superare l’asticella posta ad una determinata altezza. Nel salto in alto abbiamo la rincorsa, lo stacco, la rotazione, il valicamento o azione aerea, l’atterraggio. Tutte queste fasi concorrono alla buona riuscita o meno del salto finale. Tutte devono intervenire in momenti diversi per mettere assieme quello che viene definito salto in alto.

Nel motociclismo, per impostare una curva, c’è un principio base: “sacrifico l’entrata per privilegiare l’uscita”, possiamo dire altrettanto per l’esecuzione di una risalita ottimale? O meglio dove deve iniziare il nostro sacrificio in funzione dell’obiettivo finale che è quello di essere il più veloce possibile dalla partenza all’arrivo?

E’ difficile spiegare agli atleti che si è più veloci andando più piano, è difficile da far passare come concetto base perché molto spesso gli atleti sono presi dall’ansia di dover fare e fare tanto.

Allora, se posso permettermi, darei un consiglio agli allenatori, anzi due già che ci sono.

1° prendere sempre i tempi dalla porta precedente alla risalita fino alla porta successiva, ovviamente se queste due non sono risalite a loro volta.
2° mai far finire un percorso in una risalita. Non considerare mai questa porta come il traguardo finale. In tanti anni di slalom non ho mai visto concludere una gara su una porta in risalita!

Il 30/12/2010 scrivevo sul mio blog (http://ettoreivaldi.blogspot.com.br/), come prendere riferimento cronometrico sulla risalita. Il concetto rimane, ma ponendo attenzione, e la successiva valutazione,  nell’azione complessiva che ci proponiamo di analizzare. Non soffermiamoci solo nella porta in risalita. Uniamo il tutto in correlazione per approfondire e capire dove effettivamente è il problema da risolvere per velocizzare il nostro atleta.


Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Ottobre 10, 2012, 10:33:26 pm
Risposta #71

Ettore Ivaldi

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 570
    • http://ettoreivaldi.blogspot.com/
Questa sera dopo aver accompagnato a scuola Zeno e gli altri ragazzi mi sono fermato al Super Max in rua Edmundo de Barros sulla strada per tornare alla Pousada. Dovevo comprare pane, prosciutto e formaggio per la colazione di domani mattina. Edmundo de Barros era un ufficiale brasiliano che nel 1897 definì il parco delle cascate do Iguaçu, subito dopo che Argentina e Brasile avevano marcato i confini. La strada è un continuo sali e scendi che ti porta diritto in avenida Paranà. Al Super Max finalmente ho trovato terriccio e alcuni vasi per le mie piante grasse che da diverso tempo mi imploravano per avere più terra e soprattutto un appoggio più consono alla crescita che in questi ultimi periodi è notevole. Arrivato alla Pousada mi sono dedicato al giardinaggio da camera! Ora le due piantine succulente sono state divise e ognuna ha un suo vaso e una sua collocazione, una sul tavolo e l’altra sul davanzale della finestra. Considerando poi il fatto che al Super Max avevano le roselline in promozione ho pensato bene di approfittarne.
Domani si va a Piraju, 800 km. a nord di Foz ad ovest rispetto San Paolo. Andiamo a fare l’ultima tappa della Coppa do Brasil di slalom. Poi io torno a casa per una settimana a lavorare per l’Adigemarathon, mentre Zeno si ferma qui per fare la prova di ammissione all’università e allenarsi. Marina si è tagliata i capelli e a detta di Raffy sta molto bene. Mi sono incavolato con Teo e con Emma via Skype perché non è possibile non capire che ci sono momenti a cui non si può mancare... cascasse il mondo!

Va beh, al di là della cronaca sono soddisfatto dell’allenamento di oggi con i ragazzi. Li ho visti cresciuti e maturati sotto molti aspetti. L’allenamento di tecnica su un tratto di canale ti permette di concentrarti bene su ogni particolare, curando i dettagli. Oggi abbiamo usato il grande rullo centrale (che qui chiamano Jack)  per ricordarci come saltarci sopra ad alte velocità con l’obiettivo di virare poi dalla parte opposta al fine di infilare una risalita con la conseguente uscita. Dov’è il trucco o meglio su cosa ci siamo concentrati per raggiungere l’obiettivo tecnico del giorno? Sono partito dicendo ai ragazzi di arrivare con inclinazioni diverse rispetto al buco e di lasciare le spalle in direzione della porta successiva. La conseguenza è stata quella che loro stessi hanno trovato l’inclinazione ideale per arrivare nella risalita successiva. Ognuno ha toccato con mano che cosa significa e soprattutto che cosa comporta cambiare l’inclinazione della canoa anche di pochissimo. L’altro suggerimento è stato quello di provare  ad affrontare il tutto a velocità diverse. Anche qui ognuno alla fine ha trovato la propria velocità ideale. Si crea così il concetto di "velocità personale" che può essere definita come  quella velocità che ti permette di fare tutte le porte senza perdere tempo. Banalità? Forse! ma è il primo passo per migliorare e su questo poi cercheremo di capire quando e dove provare ad accelerare.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Ottobre 28, 2012, 03:39:22 am
Risposta #72

Ettore Ivaldi

  • Full Member

  • Offline
  • ****

  • 570
    • http://ettoreivaldi.blogspot.com/
Ci sono volute nove edizioni dell’Adigemarathon per riuscire a portare sul palco di Pescantina Alviano Mesaroli. Mai prima di oggi il mitico uomo dell’Adige ha fatto la sua comparsa davanti al numeroso pubblico che da sempre anima questa manifestazione. Le sue parole, a fine gara,  sono state poche, ma precise: “è andato tutto bene, quest’anno nessuna ambulanza si è mossa e nessun medico ha lavorato, grazie e arrivederci”. Coinciso, sintetico, essenziale. In queste poche parole un sunto del suo grande lavoro capace di coordinare oltre 300 volontari impegnati nel suo settore: la sicurezza. Ma se queste sono state le parole che hanno definito in maniera eccelsa questa nona edizione allora non possiamo neppure trascurare di sottolineare che per la prima volta l’organizzazione si può dire soddisfatta a 360 gradi. Certo c’è sempre da migliorare e le idee per il futuro non mancano, ma questa volta ho visto negli occhi di tutti i partecipanti la gioia di essere presenti con l’orgoglio di dire: quest’anno c’ero anch’io. Nessuna nota stonata. Per la grande riuscita e per onestà dobbiamo dire che tutto è stato il frutto di una perfetta sincronia di elementi, primo fra tutti una giornata estiva preceduta da una settimana che ben faceva sperare per il week-end. Tutto il resto è venuto di conseguenza. Elogiare e dire quando siamo bravi poco serve quindi andiamo subito a capire quali sono stati i punti dolenti o da analizzare per guardare al futuro con serenità.

Chiudiamo un occhio per i soliti “portoghesi” che si infilano nella discesa, sfruttando tutti i servizi dell’organizzazione a discapito non tanto di chi cerca di offrire il massimo servizio a tutti, ma soprattutto a discapito di chi invece regolarmente c’è e paga la quota di partecipazione. Mancanza di rispetto verso i compagni di discesa, mancanza di rispetto verso tutto il movimento della canoa, ma si sa che è difficile spiegare ciò agli asini che tali sono e tali resteranno.

La nona edizione di questa manifestazione, riconosciuta da tutti come il più partecipato ed eterogeneo avvenimento nazionale e non solo per lo sport della pagaia, ha però messo in evidenza tante problematiche per il nostro sport.

Partiamo dagli espositori che quest’anno sono diminuiti nonostante che le richieste di collaborazione dell’organizzazione siano rimaste inalterate, anzi sono stati offerti dei buoni pasto in più rispetto al passato. Ora c’è veramente da chiedersi perché chi opera nel settore non spinga per avere più  manifestazioni di questo genere. Sempre restando fra gli espositori mi sembra di capire che ci sia poca volontà di fare un fronte comune per cercare di  crescere numericamente il nostro sport. Ognuno cura una propria nicchia cercando di definire chiaramente i propri confini, facendo così però il rischio è di restare piccoli e mantenere piccolo il giro degli appassionati e praticanti.

L’assoluta assenza da parte degli organi istituzionali sportivi è stata notata da molti; unica eccezione i  discorsi di circostanza di pochi minuti del neo eletto Alessandro Rognone e del presidente del Comitato Regionale Veneto Fick Andrea Bedin.
Perché la Federazione Italiana Canoa Kayak non sfrutta gli spazi aperti dall’Adigemarathon, a costo zero, per farsi propaganda? Cosa potrebbe costare alla Fick impiantare uno stand  promozionale come ha fatto il Comitato Organizzatore dei mondiali di canoa discesa sprint di Solkan del prossimo 14/16 Giugno  2013? Assolutamente nulla considerando il fatto che i due rappresentanti sloveni sono stati ospiti del Comitato Organizzatore dell’Adigemarathon per vitto e alloggio e per stand espositivo, come i giudici arbitri della DAC ai quali, sempre il Comitato Organizzativo Adigemarathon paga anche le spese di viaggio. Per la Federazione essere presente a questi avvenimenti significherebbe visibilità e possibilità di contattare direttamente i nostri sponsor per i loro interessi. Si aprirebbero contatti. Per fare ciò, ci permettiamo di suggerire alla Federazione di dotarsi di un buon ufficio marketing che curi tutti questi aspetti: essenziali ai giorni nostri per cercare si sopravvivere. Mandare in giro i consiglieri federali anonimi poco serve, anzi...

Facciamo un discorso generale in relazione al movimento agonistico nazionale per capire il livello di partecipazione, con la seguente premessa: un atleta e una società dovrebbero avere come obiettivo principale quello di partecipare alle gare e competere per misurarsi. Questo è e dovrebbe rimanere lo spirito dello sport agonistico con la consapevolezza che più si gareggia e più si cresce a livello qualitativo, tecnico, emozionale, fisico e motivazionale.
Rimango sconcertato come addetto ai lavori vedere che le società di velocità sono praticamente assenti rinunciando ai ricchi premi in denaro e soprattutto non offrendo ai propri atleti l’opportunità di competere, di misurarsi e quindi  di crescere agonisticamente.

Rimango convinto che il livello numerico e qualitativo sia decisamente basso per la  canoa italiana. Frutto di questa mancata programmazione e opportunità.

Nel settore discesa fluviale troviamo il 47enne  Cesare Mulazzi vincere i campionati italiani senior di marathona su Mariano Bifano di oltre 2 minuti e staccando pure il miglior U23. Possibile che nessuno si chieda che cosa stia succedendo all’intero movimento?  Destatevi dal letargo perché la notte di San Lorenzo potrebbe arrivare presto per qualche giovane stella perché  se non verranno supportate a dovere, spingendo con forza la canoa discesa all’interno dell’ICF, cadranno inesorabilmente come tutte quelle che ho già visto dissolversi alle prime luci dell’alba. Nate e velocemente  spente nell’anonimato dopo che molti si sono riempiti la bocca dei loro successi giovanili.

Che cosa manca quindi al movimento per cercare di ovviare a tutte queste problematiche? Semplice... apparentemente, ma sicuramente manca la volontà di riunire tutte le forze in campo e riconoscere limiti e difficoltà, creare un gruppo di lavoro e andare diritti all’obiettivo, per riempire il più possibile piazze e fiumi ogni domenica dell’anno per propagandare con i fatti questo sport magnifico nella natura,  come l’Adigemarathon sta facendo da nove anni.


Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

p.s. mi ero ripromesso di non scrivere più nulla sulla discesa visto che tutto va bene come mi è stato più volte detto! Quindi  scusate per l’intromissione ritorno nel mio mondo dei paletti portando comunque con me l’amore che ho per questa stupenda specialità che vedo sparire piano piano nell’indifferenza.