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Tra le paline di Muncalè

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Skillo

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Ieri sono andato in canoa.
Saranno state le parole di Madre Teresa di Calcutta, saranno state le belle giornate di questo tiepido interludio tra due periodi di aria fredda, comunque mi sono goduto un'oretta tra le paline sul secondo grado che Moncalieri offre in una cornice fluviale sempre più animata dal punto di vista faunistico.
La novità di quest'anno sono le nutrie, grossi toponi dalla testa piatta che nuotano e scorrazzano attorno ad un pilone del ponte di mattoni a monte del quale si è depositata la solita nutrita massa di tronchi, rami e detriti galleggianti che vi si raccoglie regolarmente e che sembra fornire buon rifugio ai corpulenti roditori.
Suppongo che la diga dei Murazzi abbia contribuito non poco al cambiamento che ha visto come primo effetto un aumento del livello medio del Po in questo tratto e al rallentamento della corrente, rallentamento che giunge purtroppo ad influenzare abbondantemente anche la zona frequentata dagli slalomisti.
Ieri ero in acqua col Campione Italiano 2010 di C1 slalom e si disquisiva di approccio alle risalite e di manovre per ruotare e governare la canoa.
Sul primo argomento egli riportava le sue difficoltà, in C1 e in C2, nel portare a termine l'avvicinamento ad una porta in risalita secondo la tecnica che vorrebbe questo tratto percorso alla massima velocità possibile perché: "più sei veloce in ingresso e più velocità potrai avere in uscita".
Il problema è però: “dov'è la risalita?”. Se la risalita è appena in morta, in un posto facile facile nel quale si arriva senza alcun problema con un'angolazione perfetta, non ci sono particolari difficoltà nel mettere in pratica quest'avvicinamento alla massima velocità.
Ma se la porta non fosse in un posto così facile? E se, in ogni caso, io non fossi in grado di ottenere un vantaggio da questa dispendiosa tecnica?
Da decine di anni, canoisti come Lefevre hanno tenuto testa al resto dei loro concorrenti facendo della precisione la loro arma principale. Da essa, e non dal mero sforzo fisico, hanno fatto scaturire la velocità delle loro canoe e il conseguente buon tempo di gara.
In acqua la resistenza all'avanzamento dipende dal quadrato della velocità, il che vuol dire che se alla massima velocità spendo 100, a velocità di poco inferiori spenderò molto meno.
A quelle velocità, di poco inferiori al 100%, posso controllare molto meglio la canoa, posso avvicinarmi alle porte con la necessaria precisione, posso ottenere le rotazioni che la tecnica moderna richiede e posso gestire tutta la gara con una freschezza che non è possibile ottenere andando ovunque al 100%.

Durante la rotazione c'è poi la possibilità di scegliere se eseguire un aggancio più o meno in conduzione. Mi spiego: se “pianto” la pagaia in acqua e sostanzialmente ruoto attorno ad essa ho un aggancio fermo nel quale la conduzione è zero. Se, viceversa, inserisco la pagaia in acqua parallela alla linea mediana della canoa in avanzamento e la ruoto con fluidità attorno al manico portando sempre più il bordo anteriore verso l'interno della curva, ottengo una rotazione molto più dolce e di raggio maggiore. Una rotazione condotta.
Portando avanti e fuori la pala rispetto al fianco della canoa posso poi concludere la manovra con un richiamo più o meno accentuato per chiudere la rotazione e decidere se trasformare questo colpo in una pagaiata avanti (vicina o lontana dal fianco tanto quanto mi serva) o in una ripetizione della parte finale dell'aggancio/richiamo, o in un'estrazione dall'acqua a favore di un colpo sul lato opposto.
La curva in conduzione può essere eseguita col busto avanti, col busto indietro, col fianco esterno alto, basso o neutro e con la maggior parte (o tutte?) le possibili combinazioni tra questi parametri non esclusi i cambiamenti di posizione del busto e di inclinazione del fianco.
Tempo fa, canoe più lunghe, tracciati diversi e rotazioni diverse, si vedeva la curva in conduzione come la principale rotazione da eseguire nelle risalite.
Forse fu Pierpaolo Ferrazzi, nello stretto canale di Seo d'Urgell, il primo a impostare spesso e volentieri le risalite con una frenata anziché con un aggancio. 
Oggi, spessissimo, si riescono a risolvere le risalite con rotazioni strettissime che nascono frequentemente da frenate capaci di far ruotare la canoa sulla coda e l'atleta appiccicato alla palina,  quando non con canoa e canoista fuori dalla porta ad eccezione della testa e di un pezzetto di barca.

Ogni colpo, ogni manovra, ha un suo perché. Inutile fissarsi ad eseguire tutte le rotazioni con una manovra piuttosto che un'altra: bisogna saperle fare tutte per poter scegliere la migliore per ogni specifica situazione.

Passando poi a parlare di come condurre la canoa lungo un tratto quasi rettilineo, abbiamo parlato del famoso colpo verticale da usare per ruotare la canoa.
Sono anni che se ne parla e che lo si applica chi più chi meno e sono anni che esso viene richiesto all'atleta “al posto” della propulsione circolare.
Ad ogni richiesta ci dev'essere una risposta adeguata: se la canoa va dritta dove io voglio che vada non devo far altro che pagaiare avanti e basta, se la canoa devia un pochettino o io voglio curvare un pochettino, è sufficiente che nel colpo avanti io inserisca una lieve componente verso l'esterno ed il gioco è fatto, ma se parliamo di decise rotazioni e voglio realizzarle (o bloccarle) con un colpo avanti sul lato esterno (interno se parliamo di bloccarle), non c'è possibilità diversa dalla propulsione circolare.
Quindi il malinteso, se di questo si può parlare, a mio avviso sta nell'ottica secondo la quale questo metodo di rotazione viene proposto: esso dev'essere un obiettivo, non un mezzo.
Bisogna arrivare ad essere tanto precisi nella conduzione della canoa da poter ridurre il numero delle propulsioni circolari e sostituirle con il colpo verticale.
Se non sarò abbastanza preciso o se i raggi di rotazione me lo richiederanno, dovrò usare le propulsioni circolari.

Ecco: all'alba di una selezione olimpica abbiamo atleti da Cinque Cerchi che si trovano in queste amletiche condizioni perché non c'è un adeguato supporto tecnico lì dove più dovrebbe esserci: in Nazionale.
I nostri slalomisti continuano a ricevere pile e pile di allenamenti, fare percorsi lunghi, lunghi e stralunghi senza alcun sufficiente supporto tecnico né video.
Essi vengono portati in acqua, gli vengono presi i tempi e  … basta! Nessuna analisi tecnica sul posto, nessuna analisi tecnica su video. Nulla.
E loro come suppliscono?  Qualcuno, dopo l'allenamento, invece di riposare per il tempo che gli spetterebbe, si cambia e corre di filato a vedere che fanno gli atleti delle altre Nazioni perché  questo è l'unico modo di trovare nuovi spunti e di osservare “cosa fanno e come” i suoi concorrenti.
Osservare gli altri atleti dovrebbe essere una delle principali attività dei nostri tecnici; solo uno stolto potrebbe pensare di essere più furbo di tutti gli altri tecnici e atleti messi insieme e di non aver nessun bisogno di guardare che cosa facciano in acqua le altre Nazionali ed i loro atleti.
Eppure sembra che di stolti con la giacca azzurra ce ne siano più di quanti ne desidereremmo vedere.

IBAL
(In Bocca Al Lupo)

Ettore Ivaldi

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Lo sapevo che Madre Teresa di Calcutta è in grado di fare grandi miracoli e ne avete la prova provata con il mitico Skillo,  pagaiatore monopala per vocazione divina e raffinato osservatore di tecnica nonché attento e sensibile uomo di sport. Aggiungerei anche perspicace nel capire i problemi di atleti che stanno preparando i Giochi Olimpici! Forse per quest’ultimo punto però non servirebbe  neppure scomodare i Santi del Cielo per capirlo visto che basta l’ottusità  e l’incapacità di qualcuno per crearli!  

Vengo subito al dunque. La nutria è un roditore originaria dal sud America, presente da noi in ambienti lacustri per il semplice fatto che i loro progenitori sono fuggiti da allevamenti che in Italia  per un certo periodo si sono sviluppati. Tale animaletto si riproduce con estrema rapidità, come certe persone di sette religiose che hanno fatto di questo oggetto l’unico scopo della loro esistenza.

Ciò che in realtà mi preme sottolineare riflettendo sul lungo ragionamento tecnico sulle risalite, è il fatto con cui ci si approccia  alla stessa. Skillo  riporta:

“Sul primo argomento egli riportava le sue difficoltà, in C1 e in C2, nel portare a termine l'avvicinamento ad una porta in risalita secondo la tecnica che vorrebbe questo tratto percorso alla massima velocità possibile perché: "più sei veloce in ingresso e più velocità potrai avere in uscita".
e ancora “In acqua la resistenza all'avanzamento dipende dal quadrato della velocità, il che vuol dire che se alla massima velocità spendo 100, a velocità di poco inferiori spenderò molto meno.
A quelle velocità, di poco inferiori al 100%, posso controllare molto meglio la canoa, posso avvicinarmi alle porte con la necessaria precisione, posso ottenere le rotazioni che la tecnica moderna richiede e posso gestire tutta la gara con una freschezza che non è possibile ottenere andando ovunque al 100%”.


Bene secondo il mio modestissimo parere la velocità con cui i migliori atleti al mondo affrontano le risalite in gara (attenzione in linea di massima) è decisamente inferiore al 100%. Ciò scaturisce da un’analisi sul confronto di tempi su percorsi brevi con lavori sulle stesse porte, ma per tratti più lunghi o per l’intera gara. Ovviamente tutto ciò in allenamento.
Da diversi anni raccolgo dati relativi agli intermedi in gare di Coppa, Europei, Mondiali e Olimpiadi. Da questi tempi poi ne scaturisce quello che in inglese si chiama Target Time, cioè la somma delle frazioni migliori messi a segno dai migliori slalomisti al mondo. Conseguenza a ciò è anche il rilevamento del numero di colpi per ogni singolo tratto, studio questo che ho messo assieme grazie alla collaborazione tecnica di Enrico Lazzarotto e poi ripreso come discussione di tesi per allenatori Fick da Matteo Pontarollo e credo Paolo Borghi, pubblicato anche su “Nuova Canoa e Ricerca” ... ovviamente senza nessuna citazione ai sottoscritti, ma questo poco importa.
La cosa è molto molto interessante è che non sempre chi vince fa registrare i migliori tempi nelle singole frazioni, anzi a volte hanno ritardi anche del 2 - 2,5% su atleti che magari alla fine non passano neppure la qualifica. Ciò che viceversa si evidenzia nei top-paddlers è che le loro frazioni sono sempre e costantemente su livelli buoni. In sostanza è quella che si definisce “distribuzione della forza in gara” legata quindi non solo ad un’espressione fisica, ma anche ad un precisa strategia operativa. Questo è il cambiamento che ha portato Daniele Molmenti ai successi che noi tutti conosciamo dimostrando così una grossa maturazione agonistica.

Per ciò che riguarda l’uso della pala non posso che condividere l’analisi fatta, anche perché: chi meglio di un C1 può parlare dell’utilizzo della pala visto che ne ha una sola a disposizione per esprimersi?

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi