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STORIE DI PAGAIE E NON SOLO

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Ettore Ivaldi

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Aveva e ha avuto ancora  la capacità di sorprendermi! La prima volta  lo fece  nella prova non-stop ai campionati del mondo di discesa a Garmisch nel 2004. Io ero all'ultimo intermedio a pochi minuti dall'arrivo. Avevamo concordato tutto a tavolino nei lunghi giorni dell'attesa di un avvenimento così spettacolare qual'è una prova iridata giocata in  un'unica battuta. Avevamo piazzato sul percorso diversi punti di riferimento per i tempi intermedi e creato un sistema di collegamento radio particolare, visto che il fiume è in mezzo alle montagne e neppure i telefonini lavorano come dovrebbero o come si desidererebbe. In sostanza, visto un ordine di partenza piuttosto svantaggioso  per i nostri atleti, avevamo di comune accordo deciso di dare, in ciascuna postazione, riferimenti precisi non tanto sul punto in cui l'atleta transitava, ma sul tempo di passaggio  all'intermedio precedente. Questo per dare all'atleta, nella prova non-stop dove si decide l'ordine di partenza definitivo  della gara, una collocazione presunta, ma il più possibile veritiera, sulla start-list del giorno successivo. In questo modo potevamo risparmiare o viceversa spingere sugli ultimi 4 minuti di gara onde evitare di perdere inutilmente energie oppure, se in ritardo,  per cercare di recuperare posizioni utili al fine di partire in gara nella posizione più consona ad ognuno. Quindi i dati da riportare al volo e coodificati erano due: il primo era  la posizione in classifica sull'intermedio precedente e il secondo numero si riferiva invece alla posizione in quell'ultimo intermedio rispetto agli atleti già transitati. Due numeri, chiari, precisi, che avevi la possibilità di elaborare in pochissimi secondi: il primo veniva comunicato all'operatore via radio e il secondo era frutto di un veloce calcolo. Pochi secondi dall'apparire dell'atleta in gara  per fare mente locale, ricevere i dati, memorizzarli, elaborare i propri, schiarirsi la voce e stare pronto ad urlare. Ma  a volte quando pensi di avere tutto sotto controllo ti accorgi che non è sempre così, tanto più se stai per passare le informazioni a Carlo Mercati! Ora l'umbro è un tipo decisamente particolare, unico e grandioso per la semplicità che esprime con gli occhi. Un atleta di spessore, un pagaitore che ci ha regalato momenti esaltanti, momenti indimeticabili e che  ha dedicato la sua vita, fino ad oggi, alla canoa discesa. Credo che non ci sia altro discesista che possa dirsi puro, fedele alla sua specialità, onesto con lo sport come Carlo: non l'ho mai visto cercare altre vie se non il K1 discesa. Non gli ha fatto mai gola o non lo ha mai portato in tentazione la canoa da velocità, eppure lui un pensierino ce lo avrebbe potuto pur fare, sfruttando le sue potenti leve. Una tempra che non teme freddo, gelo o neve. E quando nel 2000 si annunciava l'inserimento dello sprint lui ha sempre e comunque tenuto fede alla prova classica cercando proprio nella più tradizionale  distanza lunga soddisfazioni e gloria, anche se nello sprint certo non si è risparmiato. "Io certo non mi considero fortunato" mi ripeteva spesso "visto che non ho il talento di tanti miei compagni, devo lottare sempre duro e restare concentrato se voglio battermi alla pari". Lui in realtà di talento ne ha sempre avuto tanto non fosse altro per quella forza che nei momenti più difficili è riuscito a tirare fuori e con cui  ha trasformato le sue paure in  splendide vittorie. Proprio per questo il sapore dei suoi successi sono ancora più dolci, più amabili, più apprezzati.
In quei pochi secondi, negli ultimi minuti in una non-stop di  un campionato del mondo, mi sorprese perché preso dalla concitazione della prova mi urlò a gran voce la sua richiesta di informazioni decisamente diverse dalle comunicazioni che avevamo concordato. Voleva sapere il distacco da un atleta Ceko e la sua posizione in classifica: in sostanza nulla che avesse a che vedere con le informazioni in mio possesso in quel momento! Non mi persi d'animo riccaccia l'urlo in gola con tutti i bei numeri preparati e ripescai nella memoria visiva il tempo dell'avversario, lo elaborai il più velocemente possibile. Lo piazzai, sempre immaginariamente,  in una classifica ipotetica dove Carlo era giusto alle spalle del suo, ma non nostro,  riferimento. Questa volta l'urlo usci dall'italiano che proseguì sui suoi ritmi con la richiesta esaudita. Giusto per la cronaca quel mondiale porta il suo nome e sempre lo porterà!
La storia, gli eventi, alcune  scelte non condivise,  l'orgoglio, la politica sportiva  ci divisero per molto tempo fino a pochi giorni fa. Ma i suoi occhi e il suo abbraccio hanno avuto ancora una volta la capacità di sorprendermi comunicandomi con il linguaggio degli sguardi e del calore umano le ingiustizie che Carlo ha patito e che lo hanno penalizzato non poco in questi ultimi anni, privi di successi agonistici veri da ricordare. Poco importa nel peregrinare della vita anche  se un atleta vive essenzialmente di tutto ciò.  Mercati, da pochi giorni,  è tornato a gareggiare per la società che gli ha regalato il sogno della sua vita. Una bella cosa se fosse la conseguenza naturale di una libera scelta, ma purtroppo invece è il frutto di un abbandono, di un degrado di ideali e progetti, di un usa-getta, tanto caro alla società di oggi. E' la scelta di chi si sente tradito  e che in punta di piedi e senza clamore ha voluto volgere lo sguardo al suo futuro e  ancora una volta sarà la Canoa a perderci. Per Carlo si prospetta sicuramente un futuro radioso, con o senza la forza della corrente che resterà però sempre in lui qualsiasi strada intraprenda. Silenzioso se ne è voluto andare, come silenziose erano le sue vittorie che però ci lasceranno per sempre l'onore di averle con orgoglio condivise ed amate. Forse lo vedremo ancora gareggiare per i colori di Città di Castello e non più per la Forestale, sempre che il suo lavoro gli permetta di allenarsi come lui ha sempre fatto: meticoloso, attento, senza risparmio. Io lo spero tanto non fosse altro per rivedere all'opera una forza della natura come Carlo Mercati che sa invece sorprendermi  e  farmi gioire ogni volta che mette la pala in acqua per spingere avanti il siluro che indossa come una seconda pelle, come una sorta di coperta di Linus che lo difende e lo carica per superare molte volte le difficoltà della vita!

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi 


Mauro Canzano

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Mi permetto di riscrivere su CKI per aggiungere qualche parola a quelle già scritte da Ettore...

I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall'interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere l'abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell'abilità.


Questa è una citazione del grande Mohamed Ali  che si adatta benissimo a quello che è stato , che è e che sarà Carlo Mercati nella  canoa italiana.
Una persona speciale e un atleta formidabile. Basta ricordarlo dare consigli agli junior in occasione di raduni ed eventi internazionali negli ultimi due anni o ricordare la sua grinta e cattiveria in ogni test o gara che fosse. Un esempio di umiltà , semplicità, talento, voglia di arrivare ed alto profilo morale. Un esempio che la canoa italiana dovrebbe sfruttare in altra maniera e non lasciare che si allontani dal mondo della canoa italiana sempre più spoglio di personaggi.

Il mio desiderio sarebbe quello di ritrovarmi fra qualche anno sulla sponda di un fiume con il sole sul viso, il rumore dell'acqua che scorrre mentre si trasforma in buchi e onde spumeggianti , il sorriso sulle labbra scambiando impressioni, parole e consigli con Carlo ...

Complimenti per tutte le emozioni che hai saputo trasmetterci campione, grazie per la felicità che ci hai trasmesso nei tuoi anni di gloria, per le splendide emozioni nel guardarti pagaiare, nell'alzare la bandiera italiana con un urlo di gioa sul gradino più alto, nel rispetto che vedrai negli occhi di tutti che per sempre ti accompagnerà come uomo ed atleta.

Grazie Carlo

Mauro Canzano

Ettore Ivaldi

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L’eleganza del gesto nel ruotare le spalle al palo e con lo sguardo seguirlo per intimorirlo. La pagaia sospesa nell’aria immobile  disegna una lunga linea orizzontale sull’acqua. Il movimento è plastico, morbido, naturale come sempre, come molti anni fa.
Sono cambiati  scenari, obiettivi, motivazioni, ma non possono cambiare leggende che hanno fatto dello slalom una vera e propria religione. Qualche chilo in più, diversi capelli in meno, uno sguardo però che rimane sempre quello di un tempo, quello che ha intimorito tanti avversari, quello che lo ha reso unico nell’interpretare la specialità fra i paletti dell’acqua che corre. Ha trasformato lo slalom in un’arte e ha lasciato agli altri  lo sport. Ha messo in scena una danza più che un competizione,  ha ballato sulle note di una musica acquatica e cantato la gioia della forza della corrente come nessun altro sia mai riuscito a fare. Le onde, i riccioli, i ritorni d’acqua e le porte sono state le sue vallette dal 1979 al 1993.
Ecco, a tutto questo mi ha riportato  ieri la vecchia “Volpe” mentre accompagnava in acqua la più piccole delle sue creature. Quel suo pennellare le porte, quella sua dinamicità nel gesto, quelle emozioni che trasmetteva in ogni sua pagaiata. L’uomo dalla “manche perfetta” – The ultimate run – Bill Endicott ci ha costruito sopra un intero libro – oggi è il vice presidente dell’ICF e il team manager della canoa in Australia, quell’uomo che entrò in noi attraverso racconti e leggende che di volta in volta si arricchivano di particolari ad umore del diverso narratore. La sue eroiche gesta arrivarono  molto prima dell’estate del 1982 quando d’incanto si materializzò davanti agli occhi di noi piccoli canoisti sul fiume Noce. Era reduce da un esordio mondiale bronzeo all’età di 18 anni e d’oro al mondiale successivo nella sua Bala. Di titoli iridati individuali  ne vinse ancora quattro, disegnò canoe, abbigliamento, pagaie. Fu ispiratore di libri, video ed immagini. Viaggiò  per il mondo e fu senz’altro il primo Marcopolo della canoa slalom in assoluto. Divenne e fu per molto tempo la guida dello slalom mondiale, la canoa gli deve molto, noi gli dobbiamo molto: grazie Richard Fox.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

roberto.bussolino

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una sola piccola aggiunta a quanto già detto da Ettore, durante i mondiali della val di sole, lo ricordo scendere nella seconda manche, in cui gli applausi del pubblico e degli atleti di tutte le nazioni, sovrastava il rumore di un Noce in piena dopo le piogge della notte, e che la dice lunga sul rispetto e ammirazione che aveva saputo conquistare nel corso degli anni.

Ettore Ivaldi

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In un certo senso anche l’Italia dello slalom ha avuto la suo “Riccardo  Volpe”! Lo stile, la sensibilità sull’acqua, le abilità canoistiche fra i pali dello slalom, la sua voglia di ricerca di elementi a molti sconosciuti lo ha reso uno fra i più  grandi slalomisti italiani a dispetto dei pochi risultati di prestigio raccolti. Forse è stato il primo vero  azzurro che ha interpretato lo slalom come una danza e non come espressione di forza bruta. Forse se fosse stato guidato bene avrebbe regalato molto di più che un quinto posto ai campionati del mondo di Augsburg nel 1985. Per la verità quel quinto posto fu il primo vero successo italiano nel kayak maschile, nessuno prima di lui aveva fatto meglio. Arrivò a poco più di un secondo dalla medaglia e per vedere migliorata quella posizione in una prova iridata, si dovettero aspettare molti e molti  anni ancora.
Giocava con l’acqua con maestria, non amava allenarsi sull’acqua piatta e preferiva qualche ora di corsa alla palestra. Da junior era potente anche nella specialità della discesa che poi lasciò completamente per dedicarsi allo slalom. Pagaiò in squadra nazionale dal 1980 al 1987 e segnò un tempo felice dello slalom tricolore pionieristico e alla ricerca di una sua vera identità. Di lui ho l’immagine fissa mentre scende da un pullman sconquassato a Turrialba – Costa Rica - con un canoa tagliata in due pezzi e uno zaino più grande di lui, anche se per la verità non ci vuole molto! La sua teoria sull’allenamento e sulla tecnica era chiara e precisa e poteva essere riassunta in una frase che per noi è diventata una sorta di carta di identità per parlare di lui: “tanto zèo”! Concetto chiaro: che cosa ci vorrà mai per andare forte in slalom, basta salire sopra un canoa e pagaiare: ecco la vera essenza dello slalom, poche parole e tante ore su onde, porte, fiumi a pagaiare per il piacere di pagaiare con la mente libera e fresca per dialogare con lo spirito dell’acqua che corre. 
Dimenticavo! Lo hanno battezzato con il nome di Dario Ferrazzi è nato a Valstagna, si è diplomato all’ISEF a Padova, ha fatto l’allenatore della squadra nazionale dal 1993 al 1996 e ogni tanto lo incontro sul suo Brenta per qualche discesa come ai vecchi tempi oppure lo chiamo per rinfrescarmi la mente su quesiti storici canoistici dubbiosi! 

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi


Skillo

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Ero già senior ma solo poco più di un principiante quando venni convocato al primo raduno sul Noce. Andavo giù pagaiando un po' tra un eskimo ed un altro in quelle acque terribili e fantastiche, tanto sott'acqua che il buon "Cillu" Pistoni mi disse che sembrava avessi dentro un criceto che mi rigirava come la ruotina in cui spesso li si vede correre nelle loro gabbiette.
Eppure io ero felicissimo e non mi importava niente di quanti eskimi o stupidaggini avrei fatto: ero al mio primo raduno della Nazionale Slalom e per me era tutto.
Per la prima volta avevo l'occasione di guardare da vicino "quelli forti", di andare in canoa con loro, di mangiare alla stessa tavola; al primo pasto, pranzo o cena che sia stato, mi ricordo di due ragazzoni che seduti gomito a gomito mangiarono due di tutto (due primi, due secondi e due dolci) e poi, scherzando e ridendo come avevano fatto per tutto il pasto, ordinarono anche un cappucccino a testa. Sinceramente non mi ricordo se coi cappuccini si mangiarono pure la brioche ma non mi stupirebbe. Magari uno di quei due se lo ricorda e ce lo può dire: " Ettore; tu ed Ivan prendevate anche la brioche o solo il cappuccino, a fine pasto doppio?"  ;D
Ai tempi, durante i raduni sull'acqua mossa, non c'erano tanti tipi di allenamento come oggi: c'erano i percorsi gara, i percorsi gara a pezzi e la tecnica su un gruppo di porte. Un pomeriggio di quel mio primo raduno raduno, Roberto D'Angelo, allora CT, tracciò un percorso di slalom sul fiume e diede a noi "bocia" il compito di prendere i tempi intermedi in alcune porte del percorso e di riferirli ai loro protagonisti mano a mano che risalivano lungo la riva del fiume.
Fu con stupore che quando passò Dario e gli dissi che i suoi tempi erano leggermente più alti degli altri lui mi rispose: "E secondo te dove sbaglio?" Non credetti alle mie orecchie: lui, un campione (Il suo 5° posto di Augsburg era già storia), chiedeva a me "perfettto ignorante mai visto prima" dove sbagliava! Ci misi un po' a spiccicare parola e dirgli come la pensassi e lui miascoltò attentamente e mi ringraziò. Certo, magari lo fece per cortesia e io non gli fui di alcuna utilità, ma per me fu lo stesso una grande lezione di cui feci tesoro.
Le buone idee possono arrivare da chiunque, basta saper ascoltare.
Buon Natale a tutti.

Ettore Ivaldi

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Appollaita su una sedia del ristorante del Dovoka Voda Hotel è incantata a guardare il video sui 42 pollici della televisione. Mimetizzata tra le altre giovani atlete di una Repubblica Ceka scesa in gran numero a Bratislava per preparare per tempo le selezioni di fine aprile, si mordicchia le pellicine delle mani, si gratta i capelli a caschetto, ma mantiene sempre la sua innata classe di prima donna. Davanti è seduto il marito, ex slalomista di buon livello con diverse medaglie ai mondiali e in coppa e,  dal 1997, allenatore a tempo pieno. Due sedie alla sua sinistra il figlio, slalomista pure lui, nato nel 1986 quando lei di anni ne aveva giusto 18 ed era agli inizi di una carriera sportiva che a tutt’oggi le regala grandi soddisfazioni.  Quando sulla mega televisione appare in allenamento, sgrana gli occhi, ha la capacità ancora di emozionarsi riguardando il suo inconfondibile modo di pagaiare. E’ attenta e sembra quasi timorosa dei commenti che possono uscire dalle sue compagne di squadre di cui potrebbe benissimo essere mamma. Bello  però vederla mettersi in discussione davanti alle giovani promesse. Quando l’allenatore-marito blocca il video per analizzare a rallentatore ogni gesto, sembra una scolaretta alla prime armi, timorosa di prendersi qualche rimprovero proprio davanti a quelle ragazzine che la considerano un vero e proprio punto di riferimento per la loro crescita sportiva. Nessuno però  ha il coraggio di fiatare sugli errori di una donna che ha regalato tanto alla canoa slalom con le sue due medaglie d’oro olimpiche – ’96 e 2000 – con i suoi mondiali vinti – ’99 e 2003 – e con le corone continentali – 2000 e 2008. Lei che potrebbe appartarsi e lavorare sola con il suo staff ha scelto invece la via del gruppo, della condivisione, della squadra.
Il 2010 le si è aperto con una sferzata di allegria nei colori. Infatti eravamo abituati a seguirla vestita di  scuro, invece quest’anno si presenta tutta bianca e con una rosa purpurea sulla canoa e su ogni oggetto che indossa.  Anche sulle pale della sua pagaia c’è lo stesso fiore stilizzato. Štěpánka Hilgertová, che ha preso il cognome dopo  il matrimonio con il suo pigmaglione  Lubos mentre prima era  Proskova, fra cinque giorni festeggerà le 42 primavere di cui oltre la metà passate in maglia della nazionale prima Cecoslovacca e poi dal 1993 con la casacca della  Repubblica Ceka. Lei è stata la prima donna a conquistare per il suo nuovo paese un oro olimpico ad Atlanta nel 1996. Impressiona vederla dopo tanti anni pagaiare sempre con grinta e con tanta energia e sembra sempre in competizione con il figlio che di anni invece ne ha solo 24. I due, che condividono ogni allenamento, hanno passato l’inverno in Sud Africa ad allenarsi, poi ad Atene e ora massima concentrazione per le selezioni che si faranno proprio sul canale di Bratislava il 24 e 25 aprile prossimo nelle  gare organizzate in territorio slovacco dai ceki.
La bi-campionessa olimpica Štěpánka è decisa più che mai ad arrivare alla sua sesta olimpiade per riscattarsi di un ottavo posto conquistato a Beijng nel 2008 che sicuramente non le rende giustizia. Mi ricordo che nel dicembre 2001  mi invitò  a prendere parte a Praga  alla “Hilgertová Cup”, un mega evento in piscina per festeggiare le imprese dell’atleta davanti al suo pubblico. Ci andai con Pierpaolo Ferrazzi il quale usciva dalle olimpiadi di Sydney con il bronzo al collo. Fu una bella festa con le  gare di slalom parallelo, le gesta eroiche di un ciclista funambolo che si lanciava dal trampolino di 10 metri con la sua BMX, musiche e immagini dei momenti gloriosi dell’eroe con la pagaia della Repubblica Ceca. E come sempre lei timida, nella sua corazza di atleta, decisamente felice, stringeva mani e sorrideva a tanta gente accorsa per conoscerla di persona.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Cunovo- Bratislava,  Pasqua 2010

Ettore Ivaldi

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Per dirla alla Piero Angela ….Chissà quante volte vi sarete chiesti come si allenano gli Hochschorner  quando sono a casa…! Ed in effetti è proprio strano vedere questi campioni vestire gli abiti della quotidianità. Bene,  Pavol e Peter alla mattina arrivano sul campo di allenamento con due mezzi separati, mentre il padre allenatore è già sul luogo da una buona mezz’oretta. Pavol è il secondo a presentarsi al “lavoro” con la sua Audi Suv bianca che piazza nel parcheggio del centro. L’ultimo ad arrivare solitamente alla mattina è Peter  che si presenta o a bordo della sua Hummer da paura, o su una Nissan Suv colo oro, comunque sia con una o con l’altra la parcheggia all’interno del parco giusto a lato dell’hanger dove tengono  la canoa e varie attrezzature sportive come il jet-ski o il windsurf. Segue una piccola riunione di famiglia, complottano per qualche minuto e poi i due gemelli entrano negli spogliatoi mentre papà prepara canoa e pagaie. Pochi minuti dopo escono perfettamente vestiti uguali, si avvicinano all’acqua, dove trovano già la canoa portata da papà, e in assoluto silenzio iniziano il riscaldamento. Il tutto non dura più di 5 minuti di cronometro, sempre senza apparente comunicazione verbale.
Inizia così la giornata di allenamenti sul canale di Cunovo. Il proseguo è influenzato molto dalla temperatura esterna e dal vento che molto spesso a Bratislava ti lascia senza energia tanto è forte. Normalmente, almeno in questo periodo, si dedicano alla tecnica nella prima parte, restando sempre in canoa, oppure sotto il primo ponte dove le morte sono ampie e la possibilità di risalire permette di fare percorsi leggermente più lunghi e cioè intorno ai 15, 20 secondi. Non usano prendere tempi o video, ogni tanto si fermano per sgranchirsi le gambe e per scambiare qualche parola con l’allenatore-papà. Solitamente non scendono più di tre discese ad allenamento e la seduta dura poco più di 50 minuti. Un’altra loro caratteristica è quella di arrivare a caso senza rispettare nessuna tabella d’orario prevista dall’organizzazione del centro. Arrivano, parlano, si cambiano, si allenano, si ricambiano, sistemano tutto riprendono i rispettivi mezzi e… arrivederci. Sì perché di allenamenti sull’acqua mossa, i tre volte campioni olimpici, ne stanno facendo solo uno al giorno. Certo è che vederli scendere sulle loro acque è qualche cosa di spettacolare ed unico. Una danza per loro, un lotta impari per il resto del mondo. Quel C2 riesce a fare manovre che anche un buon K1 fa fatica a mettere in atto. Li ho visti saltare dritti nella morta del primo ponte, girare la canoa a punta in su ed entrare al volo nella risalita a sinistra senza neppure bagnarsi la faccia e senza fermare mai il lungo scafo. Ciò che impressiona però non sono queste manovre, che potrebbero sembrare estreme, ma la continuità e la ripetitività della loro azione. Sembrano macchine programmate a tempo indeterminato.
Qualche volta capita al pomeriggio di vedere Peter al canale non per scendere in canoa, ma per allenarsi a fare trazioni alla sbarra e piegamenti sulle braccia. Per fare tutto ciò il papà Hochschorner ha saldato un sorta di marchingegno  e lo ha piazzato sul prato sempre a lato del loro deposito. Il timoniere della barca olimpica piazza uno dei suoi fuoristrada giusto di fronte, alza lo stereo a tutta e inizia la sua serie infinita di esercizi. Dopo un’oretta, si doccia, indossa il piumino senza maniche, sale in macchina e se ne va!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Cunovo - Bratislava 7 aprile 2010

Ettore Ivaldi

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Oggi sono stato a teatro! Ho visto una commedia interessante e soprattutto emozionante. Partiamo dal titolo che la dice lunga:”Hero movies” che in italiano lo tradurrei in: “Manovre impossibili”. Attori protagonisti monopala: Michal Martikan, Alexander Slafkovsky e attore protagonista bipala:  Jan Sajbidor,. Regia di papà Martikan. Atto primo: secondo ponte canale di Cunovo. Ouverture: partenza dalla morta sopra il ponte scendendo a sinistra, risalita palo unico nel buco sotto il ponte uscita dallo stesso lato di entrata e cioè verso la riva destra, discesa palo unico a sinistra posta a ridosso della lunga onda e successiva risalita a destra.
Ora risulta molto più facile dirlo che farlo! La difficoltà principale consisteva nell’uscita da un lato praticamente chiuso della prima risalita infilando la punta nella morta in attesa che l’acqua spingesse la canoa sopra al ritorno d’acqua che forma il buco centrale. In quel momento doveva succedere il “tutto” e cioè: ruotare le spalle, bloccare la canoa nel punto preciso in cui si trovava, quindi ruotarla di 180 gradi ed infine spingerla nell’onda per andare a recuperare la porta sul lato sinistro. Una volta sul palo la scelta poteva essere una retro e quindi entrata nella risalita lanciati, oppure diritta con arrivo lungo sul lato sinistro. Va in scena il giaguaro, non fosse altro per i colori della sua canoa, Alexander Slafkovsky. Giusto per la cronaca lui è destro e per chi ha memoria corta diciamo che è campione del mondo squadre 2009, finalista agli stessi mondiali spagnoli, secondo agli europei inglesi nello stesso anno, secondo in coppa del mondo 2008, giusto per restare nel passato prossimo senza addentrarci nel remoto che inizia nel 1998 con il doppio argento, individuale e a squadre, ai mondiali junior in Austria a Lofer sul fiume Saalach. Parte deciso e non ha difficoltà nel primo gioco d’acqua dove ci bazzica a  meraviglia… sembra essere nel suo ambiente naturale. La difficoltà arriva in uscita quando prova la via degli abissi marini cacciando la sua coda dentro alle profondità di un canale che non accetta mezze vie. La conseguenza arriva all’istante: si cappotta così velocemente  e altrettanto si raddrizza che non sembra neppure essersi bagnato, l’effetto centrifuga è assicurato. Grandi risate del regista, piccolo ghigno anche dell’altro attore protagonista monopala che si appresta ad entrare in scena. Parte anche lui senza difficoltà sulla prima porta, che fa al volo con la pala piantata nell’acqua senza il minimo sussulto. Ora però arriva il bello! La sua scelta è quella di lasciare la pala dov’è per dare prima un piccolo colpo indietro e contemporaneamente spostarsi di pochi centimetri sul lato sinistro. Il colore della sua faccia cambia, assume un rosso sempre più intenso. Le due guance si gonfiano a mo’ di trombettista jazz ricordandoci un Louis Armstrong in a “Dream a little dream”
… Stars shinin' bright above you
… le stelle brillano chiare sopra di Te

La pala non dà cenno di cedere, quell’espressione la cerco nella mia memoria nel tentativo di capire se per caso l’avessi mai incontrata prima… forse in una finale olimpica, forse in una finale mondiale, forse agli europei… no!  Mai vista prima ne sono assolutamente convinto. Unico rimpianto è quello di non aver apprezzato oltre alla faccia il braccio di trazione e cioè il sinistro quello alimentato da quella vena che porta più sangue dell’oleodotto cinese che va da Shangai ai  campi di Lunnan per un complessivo di 4.200 chilometri. Mannaggia!  il teatro è all’aperto e gli attori sono ben coperti timorosi del freddo e del vento che in questi giorni si fa sentire parecchio da queste parti.
La pala non cede, il braccio neppure, la testa dirige, dietro le quinte c’è una certa agitazione, tra il pubblico silenzio misto di stupore, le espressioni sembrano chiedersi: quanto durerà quella battaglia ancora? Durerà fino a quando il braccio umano e la rappresentazione teatrale non avrà fine, da commedia a tragedia greca il confine è breve. La spunterà la  bestia, l’uomo, l’artista, il mentore di verità. L’acqua sembra cedere a tanta potenza e si apre una falla tra le molecole che compongono l’elemento liquido per eccellenza. L’uomo bipala se la ride, ma sa in cuor suo che non sarà facile ripetere l’impresa e soddisfare il pubblico che se pur non pagante ha fatto molta strada per arrivare fin qui. Jan sembra sparire nel suo kayak all’uscita della risalita inghiottito da un Everest d’acqua. Solo l’orgoglio e la sfida con il compagno di squadra non gli fa mollare la presa. Arriva lungo sulla porta successiva e la risolve con una saggia e dignitosa retro. Sulla riva il regista soddisfatto, ma non pienamente appagato nel dirigere le danze lancia una nuova sfida: risalita a sinistra sull’ultimo salto finale, risalita a destra e ancora a sinistra nella morta successiva. Un valzer per tre ballerini in calzamaglia che in punta di piedi ci intrattengono in attesa del nostro turno.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Cunovo Bratislava, 16 aprile 2010

Ettore Ivaldi

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Le due facce della medaglia: la gioia e la serenità per aver realizzato il sogno della propria vita; la tristezza e la malinconia per  veder sfumare quel sogno. Rincorrere la stessa meta. Lavorarci per anni e poi salire sul cavallo alato per volare a Londra oppure scendere da quel cavallo per affrontare la vita senza più quella grande meta da raggiungere. Quattro anni sono tanti e forse per qualcuno potrebbe non esserci più tempo. Certo la vita non deve essere solo la rincorsa veso un grande obiettivo, la vita è bella e va vissuta nella sua pienezza indipendentemente dai successi che si possono ottenere. Il vero successo deve essere quello che ogni giorno troviamo dentro di noi quando apriamo gli occhi e  iniziamo una nuova giornata. Belle parole, ma c’è chi le apprezzerà e chi viceversa dovrà uscire dall’incubo di una porta che si è chiusa e che non potrà aprirsi se non, forse, in un futuro che è lontano.
Sono le due diverse immagini che ci hanno regalato gli “Oceania Championships” che in questi giorni ci mantengono in tensione per conoscere i primi nomi di chi sarà al via ai prossimi giochi olimpici per la canoa slalom.

Due volti di due ragazze australiane che fino all’ultima pagaiata hanno lottato per prendersi l’unico posto a disposizione su quella start list che a luglio ci regalerà grandi emozioni. La giovane talentuosa, carina e dal “pedigree” raffinato e la più anziana, si fa per dire, che dalla sua aveva più esperienza. Finirà che la prima andrà alle olimpiadi a rappresentare l’Australia, suo paese di adozione; mentre la seconda ha chiuso un capitolo e dovrà aprirne subito un altro: “I am not going to the Olympics  But maybe I will go on some other adventures instead...” così si legge sul social network per eccellenza in attesa di essere quotato in borsa.

Una sfida per la verità che fin dall’inizio pendeva da una parte sola. Troppo il divario tecnico tra le due. Eppure nel 2008, quando sua sorella le rubò il posto a Bejing vincendo poi l’argento, e lei vinse la coppa del mondo, sembrava essere  la donna nuova del panorama mondiale. Ma… la vita cambia velocemente. Un 2009 in salita e poi il buio e non riesce a trovare più l’eleganza che le aveva permesso di vincere ad Augsburg l’anno prima. Nel 2011 è fuori dalla squadra per i mondiali.
La sua diretta rivale non ha ancora compiuto 18 anni, ma ha finito l’high school giusto a novembre per preparare al meglio la selezione a cinque cerci. E’ ancora junior è ha già due titoli iridati sul suo personale “CV” oltre a finali in coppa e mondiali. Ma non è questo che impressiona di più! Ciò che mi ha esaltato è stata l’uscita dalla  prima risalita agli Oceania Championships, la porta numero 4. Se a questa ci aggiungiamo  la spinta che si è procurata sul muro alla risalita successiva, e cioè alla 6,  il gioco è fatto e non ci sono più scuse per non capire che campioni certo si nasce, ma si diventa solo se si lavora duramente ogni giorno. Quelle azioni sono capolavori, frutto di ingegno e tanta applicazione. Movimenti mascolini, raffinati dall’eleganza che solo una donna può avere. Mi sarebbe bastato questo, avrei potuto spegnere il mio fidato MAC e non guardare più il magico sito di Siwidata. Avrei scommesso mille dollari australiani che la piccola “volpe” non avrebbe avuto più rivali: quella maglia olimpica era sua. Ho proseguito a deliziarmi con un traghetto alla “maine wave”  - 9 - 10 - magico per concludere con l’ultima risalita a destra la 11, che arrivava dopo una combinazione di doppia risalita e un coast to coast per arrivarci.  Alla terza risalita consecutiva - non ho ricordi di averne viste tre di seguito se non ai tempi delle 30 porte nei primi anni ’80 -  la sua pagaia si cementava nell’acqua svolgendo funzione di perno rotante. A quel punto non c’è stato nessun tentennamento o esitazione alcuna, la pala ferma, con la canoa che ruotava attorno,  la proiettava fuori a 100 km all’ora!  Solo sul finale,  quella retro 17 le faceva perdere qualche secondo prezioso, ma ormai già assaporava i piaceri della gloria. Senza probabilmente quell’errore e anche con una penalità avrebbe vinto sulla Hilgertova di trenta primavere più vecchia di lei.  Un altro  secondo posto che segna il bis dopo gli “Australian Open” di due settimane fa.

Mi chiedo e mi dico che: se per chissà quale sconosciuta ragione non fosse stato suo il posto olimpico lei avrebbe potuto comunque gioire perché quelle tre opere d’arte che aveva messo in scena: sono la garanzia di un grande futuro.  Certo... se all’estetica si unisce il profitto c’è sempre da guadagnarci.

Dimenticavo questa è in pillole la storia di Kate Lawerence , che le olimpiadi le guarderà dalla televisione,  e Jessica Fox che viceversa sarà al via a Londra.

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

P.S. complimenti a Daniele Molmenti, semifinale e finale perfette!